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Nasce il manifesto di sostenibilità dell’industria ittica europea

Edito da Seafood Europe, presentato prima volta in Italia da Ancit

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Mangiare pesce potendo contare su prodotti estremamente sicuri da diversi punti di vista, e per di più sostenibili. Non un aggettivo limitato allo stato dell’ambiente, ma esteso a benessere sociale e animale, risparmio energetico, riduzione di plastica, chimica e molto altro. Vedere, per credere, il Manifesto di Sostenibilità dell’industria ittica europea, presentato oggi a Milano da Ancit, tra i relatori Giovanni Battista Valsecchi presidente Ancit, Luciano Pirovano di Seafood EuropecomeKatarina Sipic (segretario generale), Audun Lem di Fisheries Transparency Initiative, Luca Piretta specialista in Gastroenterologia e Scienza della Nutrizione Umana, Lara Ponti vice presidente di Confindustria per la Transizione Ambientale, Carlo Alberto Pratesi presidente European Institute of Innovation for Sustainability, PaoloCaricato, della Commissione Europea per Salute e Sicurezza Alimentare, Graziella Romito direttrice Generale Pesca Marittima e acquacoltura del Ministero dell'agricoltura.

Si tratta del primo di questo genere, e, benché chi lo ha promosso e in gran parte realizzato sia l’Associazione Nazionale Conservieri Ittici e delle Tonnare, stabilisce criteri che si applicano a tutto il settore ittico, anche e soprattutto fresco. Il suo valore sta nel fatto che si estende a tutta la Comunità Europea, dato che è edito da Seafood Europe, associazione delle industrie di trasformazione e commercio del pesce (di cui fa parte Ancit).

Una filiera sana e “giusta”

Uno dei focus è quello economico. La sostenibilità è sicuramente un costo per le aziende, ma, mentre finora era vissuta con preoccupazione e fastidio, si comincia a capire che in realtà è un investimento per garantire sopravvivenza e crescita alle aziende stesse. Non solo conviene, ma è indispensabile. Grazie a questo “Sustainability Manifesto”, il primo realizzato al mondo, l’industria ittica europea dichiara pubblicamente i propri obiettivi nella sostenibilità, che riguardano ogni stadio della filiera. Una filiera che a volte può essere molto lunga, quando per esempio si parla di alimenti importati da altri Paesi.

Difesa dell’ambiente, azioni in favore della stabilizzazione del clima, condizioni di lavoro, di salute e di vita dei soggetti coinvolti (circa 130mila in Europa), sviluppo e coesione delle comunità nelle zone costiere sono tra gli argomenti toccati dal manifesto. Sono i punti focali delle linee guida che contiene, e che devono ispirare tutti gli operatori di questo settore. Lo scopo è certamente tutelare tutti gli aspetti citati, migliorando la vita della Terra e di chi la popola. E alla fine, si tratta di garantire che in tavola arrivi un alimento sano e “giusto” sotto ogni punto di vista.

E questo è un grande motivo di attenzione:il pesce è una parte importante dell’alimentazione umana, e, secondo tutti gli intervenuti, deve diventarlo sempre più. Non su i tratta soltanto degli Omega 3, del “grasso buono”, come tutti sanno e ripetono. Ma di molte altre componenti, fondamentali per la nostra salute. Sali minerali, vitamine, proteine di alta qualità. Apporti essenziali per la vita degli sportivi, per il consumo da parte dei bambini (ai quali, per esempio, le conserve come il tonno in scatola, genuino, senza conservanti, facilitano l’approccio al consumo di pesce). E per gli anziani: in un’Italia che invecchia, è stato sottolineato, il consumo di pesce diventa un’arma insostituibile di prevenzione sanitaria, perché a chi non è giovanissimo fornisce un aiuto prezioso per la salute della massa muscolare, quindi di quella ossea, quindi alla prevenzione delle cadute. Un circolo virtuoso, da tenere presente.

Importante anche la volontà di eliminare sprechi, non solo di acqua e di energie, ma di materia prima: dai pesci, tolta la parte destinata alle conserve, si ricavano cosmetici, medicinali, fertilizzanti, bioenergia, mangimi, bioplastiche e altro.

Da dove arriva il pesce che mangiamo

Le ricerche ci dicono che gli italiani sono in pole position nella sostenibilità della filiera ittica, nonostante le difficoltà per rispettare tutti i criteri da parte delle imprese, per lo più micro o piccole. Ma l’Europa importa da altri Paesi il 90% del suo fabbisogno: che cosa succede quindi? Succede che la lista dei Paesi da cui possiamo importare è ristretta (di recente è stato escluso il Brasile), sono ammessi solo quelli con regolamenti simili ai nostri. Ci sono controlli quotidiani alle frontiere europee. E se in un punto qualunque gli agenti riscontrano parametri igienici non conformi, scatta il Ras, Rapid Alert System, che avvisa tutti i transiti di frontiera, e i prodotti ittici in arrivo dal Paese trasgressore vengono immediatamente bloccati.

Ma ai Paesi stranieri importa davvero della piccola Europa, un nano in confronto alle grandi nazioni del mondo? La risposta è sì, per vari motivi. Perché siamo solo 500 milioni, ma in gran parte siamo consumatori “viziati”, cioè, in questo caso, abituati bene. Esigenti, sulla qualità e sulla sostenibilità. Quindi a noi vengono destinati i prodotti di alta gamma, i migliori. E se i regolamenti produttivi di un Paese rispondono ai criteri riassunti dal nostro Manifesto, questo Paese ottiene un bollino, che, sul mercato globale, equivale a un attestato di qualità. Di cui, chi ce l’ha, va assolutamente fiero, e che spende per potersi proporre su altri mercati mondiali. Mica poco.