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Il ritorno dei vitigni dimenticati: così il passato può cambiare il futuro del vino

Dal Timorasso al Susumaniello, fino alle nuove varietà resistenti francesi, l’Europa riscopre uve abbandonate per decenni. Una rinascita che intreccia biodiversità, cambiamento climatico e ricerca di identità

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Per anni sono rimasti ai margini, confinati in vecchi vigneti o custoditi nella memoria di pochi vignaioli. Oggi, però, i cosiddetti vitigni “dimenticati” stanno tornando al centro della scena. Non è una moda passeggera, ma un fenomeno che racconta molto del presente e, soprattutto, del futuro del vino europeo. In Italia, questo movimento ha assunto un valore quasi identitario. Il recupero di varietà autoctone abbandonate, dal Foglia Tonda in Toscana al Susumaniello in Puglia, dal Timorasso in Piemonte al Maturano nel Lazio, rappresenta un vero e proprio atto culturale oltre che agricolo. Si tratta di salvare un patrimonio genetico unico al mondo, ma anche di riscoprire vini capaci di raccontare il territorio in modo autentico.

L’Italia, più di altri Paesi, può contare su una biodiversità ampelografica straordinaria. Accanto ai nomi più noti, esiste un universo di vitigni minori che per decenni sono stati trascurati: il Centesimino in Emilia-Romagna, l’Oseleta in Veneto, la Recantina sul Montello, il Petit Rouge in Valle d’Aosta. Tra i bianchi, il Timorasso è oggi il caso più emblematico di rinascita, ma anche varietà come Nascetta, Durella o Pampanaro stanno vivendo una nuova attenzione. Non si tratta solo di recuperi nostalgici. Molti di questi vitigni offrono caratteristiche enologiche distintive: acidità marcata, profili aromatici originali, capacità di invecchiamento. Elementi che li rendono particolarmente interessanti in un contesto in cui il mercato cerca sempre più vini identitari e non standardizzati.

La domanda è inevitabile: se questi vitigni sono così interessanti, perché sono stati abbandonati? Le ragioni sono molteplici e affondano nella storia recente della viticoltura europea. Dopo la crisi della fillossera tra Ottocento e Novecento, il vigneto è stato ricostruito privilegiando varietà più produttive, più facili da coltivare e più prevedibili in cantina. In un contesto di crescita economica e apertura ai mercati internazionali, si è affermata una logica di semplificazione: meno vitigni, più standardizzazione.

A questo si è aggiunto il gusto dei consumatori. Per lungo tempo il mercato ha premiato vini immediati, riconoscibili, spesso costruiti su vitigni internazionali o su poche varietà locali considerate “sicure”. Molti vitigni autoctoni, meno generosi in termini di resa o più difficili da interpretare, sono stati progressivamente accantonati. In altri casi, il problema era agronomico: alcune varietà erano poco produttive, altre sensibili alle malattie, altre ancora difficili da vinificare con le tecnologie dell’epoca. In un sistema orientato all’efficienza, queste uve non avevano spazio.

Oggi lo scenario è radicalmente cambiato. Il ritorno dei vitigni dimenticati risponde a esigenze nuove. La prima è culturale. In un mondo globalizzato, il vino cerca sempre più autenticità. I vitigni autoctoni diventano così strumenti per raccontare territori, storie e tradizioni. Non è un caso che molti produttori parlino di “fedeltà al territorio”: ogni varietà porta con sé un’identità irripetibile, legata al suolo, al clima e alla storia locale.La seconda è ambientale. Il cambiamento climatico sta modificando profondamente le condizioni di coltivazione. Alcuni vitigni antichi, selezionati nel corso dei secoli, mostrano una sorprendente capacità di adattamento: maturazioni tardive, resistenza alla siccità, equilibrio naturale tra zuccheri e acidità. Caratteristiche che oggi diventano preziose.

Infine, c’è una dimensione scientifica. Progetti di ricerca stanno riscoprendo e catalogando queste varietà. In alcuni casi si è scoperto che vitigni apparentemente marginali hanno avuto un ruolo fondamentale nella storia della viticoltura europea.

Se in Italia il recupero passa soprattutto attraverso la biodiversità esistente, in Francia il dibattito assume sfumature diverse. Accanto alla riscoperta dei cépages oubliés, stanno emergendo nuovi vitigni resistenti come Floréal, Voltis, Artaban e Vidoc. Qui il tema è ancora più complesso, perché tocca il cuore del sistema delle denominazioni. Le Aoc francesi legano strettamente territorio e vitigni, rendendo difficile l’introduzione di nuove varietà. Eppure, la pressione del cambiamento climatico e la necessità di ridurre i fitofarmaci stanno spingendo verso una revisione di questo modello.

Sono progetti complessi, che richiedono anni di studio, sperimentazione in vigna e prove di vinificazione. Ma sono anche esempi concreti di come passato e presente possano convivere. Il ritorno dei vitigni dimenticati non è solo un recupero del passato, ma una chiave per interpretare il futuro del vino. In un contesto segnato da cambiamenti climatici, nuove sensibilità ambientali e mercati sempre più attenti all’identità, queste varietà rappresentano una risorsa strategica. Resta però una domanda aperta: i grandi vini di domani nasceranno ancora dai vitigni che conosciamo oggi, oppure da quelli che stiamo appena riscoprendo? Probabilmente la risposta sta nel mezzo. Il futuro del vino non sarà una rottura con la tradizione, ma una sua evoluzione. E in questa evoluzione, i vitigni dimenticati potrebbero avere molto più da dire di quanto abbiamo pensato finora.