Mala tempora currunt. Ovunque ci giriamo, il mondo sembra fare a botte. I conflitti si moltiplicano, il diritto internazionale è andato a farsi benedire, l’opinione pubblica disorientata non sa più a che santo votarsi. E se ci affidassimo al vino? Intendiamoci, non per annegare i dispiaceri nei fumi dell’alcol. Più sobriamente, potremmo puntare sulle sue insospettabili doti “diplomatiche” per rimettere ordine nel caos che ci circonda. Non è un’idea così balzana, a ben pensarci. Il nostro amato nettare, attraverso i suoi interpreti, viticoltori e viticoltrici, offre continue dimostrazioni della sua capacità di intervenire per recare sollievo in contesti difficili e prendersi a cuore i problemi delle comunità. Le etichette solidali non si contano, e le pratiche viticole diventano spesso veicolo di inclusione sociale in luoghi di marginalità e disagio.
Nota per il suo impegno a favore della pace e la lotta alle ingiustizie è la Comunità di Sant’Egidio, che nel 2003 ha lanciato il progetto Wine for life, stimolando decine di aziende vitivinicole a sostenere le sue attività di volontariato nel continente africano. Ancora più longeva – ed esplicita – l’iniziativa della Cantina Produttori Cormòns, che nel 1985 iniziò a uscire sul mercato con il Vino della Pace: un maxi-blend di oltre 800 vitigni coltivati nella Vigna del Mondo, simbolo di fratellanza universale, le cui bottiglie, impreziosite da raffinate etichette d’artista (le hanno disegnate, tra gli altri, Arnaldo Pomodoro, Enrico Baj, Yoko Ono), sono state donate nel tempo ai capi di stato politici e religiosi. Il concetto di fondo è che il vino ispira sentimenti di comunione e può incoraggiare i potenti a operare sempre per il bene comune. Forse non è un caso che questo vino sia nato in Friuli, una regione in passato segnata dagli eventi bellici. Si narra che, durante la Grande Guerra, i soldati italiani al fronte sul Carso spedissero lettere per sincerarsi dello stato di salute non solo dei propri familiari, ma anche delle proprie vigne, e per dare consigli a chi era rimasto a casa su come coltivarle. Il pensiero della terra, del vino, era fonte di legrèssa dentro le trincee, e speranza di un ritorno alla normalità.
Simbologia
Le valenze simboliche e pacifiste della vigna e del vino traggono origine, in parte, dalle grandi religioni monoteiste. Ebrei e cristiani hanno elevato il vino a emblema per eccellenza di gioia e armonia, rendendolo centrale nelle loro feste e celebrazioni. Il cristianesimo è andato ancora oltre, affidando al vino la rappresentazione del sangue di Cristo. La vigna diventa in questo modo l’immagine del regno di Dio, che il fedele è chiamato a lavorare con cura e passione, per ricavarne frutti di amore e giustizia. Persino il Corano descrive fiumi di vino che scorrono in paradiso, una metafora di desiderio e purezza, che mal si concilia con il consumo terreno della bevanda fermentata, notoriamente vietato dall’islam. In realtà, non occorre tirare in ballo le religioni per scoprire che il vino tira fuori la parte migliore di noi. Il succo della vite assurge da sempre a modello di condivisione e convivialità, anche se, più che al vino soltanto, dovremmo riferirci al simposio: il banchetto in cui, fin dai tempi di Platone, si dibatte delle idee in un clima franco e rilassato, con Bacco a far da collante. “Il vero punto di forza della tavola è la sua dimensione paritaria: il contesto deputato all’incontro tra comunità”, ha osservato monsignor Ravasi. E i suoi due elementi più ricorrenti (almeno dalle nostre parti), il pane e il vino, simboleggiano la volontà di superare i dissidi e le disparità di accesso alle risorse.
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Sfide
Che il vino possa ambire al ruolo di problem solver è attestato da sfide estreme, come quella portata avanti dalla cantina Cremisan, di proprietà dei salesiani, attiva a Betlemme. Fondata nel lontano 1885, l’azienda vitivinicola non ha mai smesso di operare in uno dei luoghi più “caldi” del pianeta (i suoi terreni sono divisi dal muro che segna il confine con lo Stato d’Israele), formando giovani enologi palestinesi e diffondendo in giro per il mondo, con le sue bottiglie, un messaggio di dialogo e convivenza. La resilienza della vite, e di chi se ne prende cura, fa sì che il vino diventi veicolo di scambio interculturale e ambasciatore di accoglienza. Si potrebbe addirittura ipotizzare la creazione di un nuovo organismo internazionale, le Nazioni Unite… dalla viticoltura!
Caricare il vino di tante e tali aspettative potrà apparire illusorio, e l’auspicio che un calice, solo perché prodotto con passione e al di là di ogni pregiudizio, concorra a riportare il mondo in equilibrio, un pio desiderio. Ma di questi tempi le si prova tutte, dalla diplomazia alla preghiera, passando per quel nettare che nasce da un gesto di cura costante, ossia l’esatto opposto della brutta abitudine a recar danno e dolore. Certo, smuovere le coscienze dei grandi decisori non sarà un’impresa facile, soprattutto se si pensa che tra loro c’è chi è notoriamente… astemio.