La Giornata della Terra

Tropici d’Italia, tra mango, papaya e avocado

Tropici d’Italia, tra mango, papaya e avocado

In Sicilia, Calabria e Puglia secondo i dati di Coldiretti sono più di mille gli ettari di coltivazioni di piante di origine esotica. La nostra agricoltura si sta adattando al cambiamento climatico. Ma emergono criticità come il fabbisogno idrico e gli eventi atmosferici estremi

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A pochi chilometri dall’Etna, tra filari che fino a pochi anni fa erano agrumeti a vista d’occhio, oggi cresce l’avocado. Non è un caso isolato né una parentesi o una moda da social: è una trasformazione reale, anche se ancora in pochi la raccontano. Ed è chiaramente conseguenza dell’epocale cambiamento climatico che stiamo vivendo, che è uno dei temi cruciali della Giornata della terra che si celebra il 22 aprile.Secondo Coldiretti, le coltivazioni tropicali in Italia hanno superato i mille ettari e continuano a espandersi, soprattutto tra Sicilia, Calabria e Puglia. Zone a forte vocazione agricola in cui sempre più si raccolgono frutti e piante che fino a poco tempo fa arrivavano da altre latitudini. Non dovrebbe sorprenderci, non è una novità nella storia che il suolo italiano si presti ad adottare piante che arrivano dall’Oriente come dalle Americhe. Ma è comunque un caso destinato a segnare la storia. Perché difficilmente si torna indietro.

L’avocado, originario dell’America centrale, tra Messico e Guatemala, è una pianta subtropicale, abituata a temperature stabili, senza gelate, con escursioni limitate. Il mango arriva dall’India e dal Sud-Est asiatico, la papaya dall’America tropicale. Tutte colture nate in contesti climatici lontani da quello mediterraneo, almeno per come lo abbiamo conosciuto per decenni.Oggi, però, il cambiamento climatico ha spostato il perimetro di ciò che è possibile coltivare. La fascia ionica siciliana, parte della Calabria e alcune zone della Puglia e del sud della Sardegna non hanno più condizioni così distanti da aree che prima consideravamo lontanissime: inverni più brevi e decisamente meno rigidi, gelate sempre più rare, temperature medie più alte lungo tutto l’anno.È un fenomeno che non riguarda solo l’Italia.

L’agricoltura, più di altri settori, registra subito gli slittamenti di asse: colture che cambiano latitudine, vigneti che risalgono verso nord, varietà che si adattano. La frutta tropicale coltivata a pochi chilometri dalla Valle dei Templi di Siracusa, però, resta l’immagine più netta di questo cambiamento.Negli ultimi anni, infatti, molte aziende agricole del Sud hanno iniziato ad apportare cambiamenti nelle colture. E lo hanno fatto per ragioni molto concrete. Gli agrumi, che per decenni hanno disegnato queste aree, non rendono più allo stesso modo: prezzi bassi, concorrenza internazionale e costi di produzione in continuo aumento, anche a causa della siccità. E non sono i soli. I kiwi, di cui siamo tra i maggiori produttori al mondo dopo la Cina, hanno registrato un calo significativo della produzione negli ultimi anni, fino a punte del 50% secondo i dati dell’Agenzia Europea dell’Ambiente. È in questo spazio di difficoltà che prosperano, non solo figurativamente, avocado, mango e papaya. Non si tratta però di una sostituzione immediata, non lo è stata e difficilmente lo sarà. La realtà è fatta di aziende che crescono per gradi, come nel caso della rete di produttori “Sicilia Avocado”: 43 produttori per un totale di 188 ettari coltivati, nati a partire da una prima sperimentazione avviata poco più di dieci anni fa, quando l’attuale Presidente Andrea Passanisi ha iniziato a piantare i primi alberi dopo un viaggio in Brasile.

Una soluzione facile? Tutt’altro, perché coltivare frutta tropicale nel sud Italia significa andare a lavorare su un equilibrio ambientale molto fragile in cui l’acqua, e la sua mancanza, giocano un ruolo preminente. L’avocado, in particolare, è una pianta esigente e se da un lato coltivarlo a km0 a fronte di un mercato che lo consuma in grandi quantità può essere un vantaggio ambientale, il suo fabbisogno d’acqua (1000 kg per 1kg di frutta) è problematico. Soprattutto in territori già pericolosamente afflitti dalla siccità. C’è poi un altro elemento, meno evidente ma altrettanto concreto: la stabilità.

Queste colture prosperano in condizioni relativamente costanti, mentre il clima mediterraneo, anche quando diventa più mite, resta esposto a sbalzi improvvisi: secondo Legambiente negli ultimi 11 anni gli eventi meteo estremi sono stati 811, di cui 95 solo nei primi 6 mesi del 2025. Gelate tardive, vento, eventi estremi possono compromettere intere produzioni, soprattutto per frutti delicati come il mango, che muore sotto lo zero e soffre particolarmente gli sbalzi di temperatura eccessivi. Lo stesso cambiamento climatico che rende possibili queste colture, in pratica, le espone anche a nuovi margini di rischio.Nei fatti, quella che si sta costruendo è una forma di adattamento continuo. Si lavora su sistemi di irrigazione sempre più mirati, turnazioni dei terreni, varietà selezionate per resistere meglio al nostro clima, insieme a soluzioni pratiche come barriere frangivento e una gestione più attenta dell’esposizione. Sempre meno improvvisazione, con una concentrazione in aree specifiche, soprattutto la fascia ionica siciliana e parte della Calabria, dove questo equilibrio è più facile da raggiungere.

Un equilibrio che resta però instabile, perché legato a condizioni climatiche in rapida evoluzione.Non sono i soli punti oscuri legati alla ricaduta di queste colture. In Cile, la diffusione dell’avocado ha contribuito a una crisi idrica che negli anni ha alimentato un conflitto tra agricoltura e comunità locali; in Messico, l’espansione delle superfici coltivate ha portato a un uso sempre più intensivo delle risorse, con conseguenze ambientali evidenti. È qui che si gioca la partita: non tanto sulla possibilità di coltivare questi frutti in Italia, ormai acquisita, ma sulla capacità di farlo senza replicare dinamiche che altrove hanno già mostrato i loro limiti.

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