Una famiglia molto radicata in Langa, una lunga storia alle spalle. Ma con quella curiosità e quell’approccio legato alla natura, al rispetto delle tradizioni ma anche dell’ambiente, e lo spirito cosmopolita tipici di un vignaiolo GenZ. Luca Monchiero, 29 anni, ha con sé un ricco bagaglio: una profonda eredità familiare e una visione nuova, radicate nelle Langhe ma con uno sguardo flessibile, a lungo raggio, già consapevole e orientato al futuro.
L’azienda Monchiero è, prima di tutto, una famiglia. Una realtà concreta, che parte dagli anni ‘50, quotidiana, che si costruisce giorno per giorno intorno agli affetti. “L’azienda è proprio un’azienda familiare nel senso più stretto. È completamente gestita da noi: papà Vittorio, mamma Daniela, io e mio fratello Stefano. Prima c’erano anche mio nonno e mio prozio, fino al 2015. Poi siamo entrati noi in modo pieno”.
Luca oggi è uno dei volti giovani del Barolo, ma la sua storia affonda in un passato fatto di fatica, spostamenti e intuizioni.“I miei nonni sono partiti da La Morra. Era il tempo del San Martino: prendevi tutto quello che avevi, lo caricavi su un carro e cambiavi cascina”. Il riferimento a San Martino” (11 novembre) è al giorno in cui tradizionalmente scadevano i contratti agricoli: mezzadri e contadini, se cambiavano lavoro o padrone, lasciavano la cascina per trasferirsi altrove. Negli anni ‘50 sono i fratelli Remo e Maggiorino, quest’ultimo nonno di Luca, a dare il via alla viticoltura.
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È così che la famiglia arriva a Castiglione Falletto (Cuneo), nella vigna di Montanello che oggi è una Menzione geografica aggiuntiva (Mga), in una grande cascina già segnata dalla storia. “Era una delle prime forme di cantina sociale: piccoli produttori portavano lì le uve – ricorda il giovane vignaiolo - Poi, con le guerre, tutto è andato in disuso. I miei nonni sono arrivati come mezzadri, pura mezzadria, dal ’56 in poi”.
Per anni l’azienda comprende bestiame, campi, grano. Il vino arriva dopo, lentamente.“Negli anni Sessanta inizia una produzione più orientata alla qualità”. Poi, negli anni ’80 Vittorio Monchiero, figlio di Maggiorino e padre di Luca, si specializza alla Scuola Enologica di Alba e cresce insieme all’azienda ed ai nuovi terreni acquistati dal padre e dallo zio. “Poi a metà degli anni ’80 con la strage del metanolo del 1986 cambia tutto – prosegue Luca Monchiero - È stato un duro colpo per tutta la zona”.
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È in quel momento che la famiglia compie il passaggio decisivo: nasce l’azienda Monchiero.“La prima etichetta esce nell’85, Rocche di Castiglione. Poi dagli anni ’90 mio papà ha iniziato davvero a portare avanti il progetto”.
Sono gli anni delle prime acquisizioni, quando si comprano vigne che oggi sono tra le più ambite della denominazione. “Le Rocche di Castiglione oggi sono tra i vigneti più importanti del Barolo – dice Luca Monchiero - Ma all’epoca erano vigne scomode, difficili, nessuno le voleva lavorare”. Un’intuizione che oggi appare evidente, ma che allora era tutt’altro che scontata. Il legame con Montanello, però, non si è mai interrotto.“Nel 2001 abbiamo ricomprato un piccolo pezzo di Montanello. Noi eravamo mezzadri, non avevamo mai avuto proprietà lì. È stato come chiudere un cerchio”.
Oggi l’azienda si muove su più cru e più comuni, tra Castiglione Falletto e La Morra, con un approccio che Luca definisce senza rigidità: “Tradizionali, ma in senso moderno. Usiamo acciaio, controllo delle temperature, però con l’idea di fare vini da lungo affinamento. È un equilibrio tra le due cose”.
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Il lavoro in vigna (e le nuove sfide)
Se c’è un tema che emerge con forza, è quello del cambiamento climatico.“La siccità è il grande tema dei prossimi anni – dice Monchiero - È qualcosa con cui non eravamo abituati a confrontarci”. Le annate recenti lo dimostrano chiaramente. “La 2022 e la 2023 sono state annate complicate, calde e siccitose. Il Nebbiolo soffre molto la siccità. Abbiamo trovato tannini non sempre completamente maturi”.
Eppure, anche nelle difficoltà, emerge una filosofia precisa: intervenire meno in cantina, lavorare meglio in vigna. “Preferiamo raccogliere prima, mantenere acidità e sanità dell’uva, piuttosto che intervenire in modo invasivo dopo – dice il viticoltore - Magari perdi qualcosa sulla maturazione perfetta, ma guadagni in equilibrio”.
Un approccio che si riflette anche nella gestione delle annate. “La 2024, per esempio, è stata ottima per chi ha raccolto presto. Noi abbiamo anticipato tutto e abbiamo portato a casa vini molto interessanti. Dopo le piogge, invece, è stato un disastro per molti”.
Il vino e il mercato
Accanto al lavoro in vigna, c’è una consapevolezza lucida anche sul mercato.Luca osserva con attenzione i cambiamenti, senza preconcetti ma con realismo.
Sul tema del bag-in-box, per esempio, la posizione è di equilibrio: “È un contenitore che funziona, il vino si conserva bene. Noi lo usiamo anche a casa. Ma non lo userei per servire un grande Nebbiolo con amici o in una presentazione per i media”. E aggiunge una riflessione più ampia: “È una risposta a un problema di mercato. C’è molto invenduto e si cercano valvole di sfogo. Per alcune aziende può essere una soluzione, soprattutto con grandi volumi”.
Uno sguardo concreto, che distingue tra prodotto, posizionamento e contesto.
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Una nuova generazione
Dal 2021 Luca e suo fratello Stefano sono in azienda a tempo pieno. Una presenza stabile, quotidiana.“Io e mio fratello siamo entrati definitivamente nel 2021. Ma è un percorso iniziato prima”. Oggi rappresentano una generazione capace di rileggere il passato, facendo un passo in più verso un cambiamento naturale, senza strappi ma senza paura. Un equilibrio fatto di rispetto e autonomia, memoria e sguardo aperto verso l’orizzonte. Perché nelle Langhe, più che altrove, il futuro non si costruisce rompendo con ciò che c’è stato, ma imparando a interpretarlo..