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Agrumi rari sulle sponde del Lago Maggiore: così nasce Oramaro, nuovo volto degli amari piemontesi

Agrumi rari sulle sponde del Lago Maggiore: così nasce Oramaro, nuovo volto degli amari piemontesi

In un microclima unico, Simone Rovero realizza uno spirit rivoluzionario: fresco, territoriale e contemporaneo. Una scommessa che parte dal Canarone, cedro antico dalla buccia spessa

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Agrumi rari, profumati e dal sapore intenso, che crescono sulle sponde del lago Maggiore, in una enclave particolare, che di certo non rappresenta l’area ideale per la crescita delle arance. Eppure, in questo angolo di Piemonte, sulle sponde del Lago Maggiore, gli agrumi ci sono e resistono da secoli, protetti da un microclima anomalo che trasforma Cannero Riviera (Verbano-Cusio-Ossola) in una piccola enclave mediterranea incastonata tra acqua e montagna.

Qui, tra ville liberty e giardini terrazzati che scendono verso l’acqua, gli agrumi crescono contro ogni previsione. E forse è proprio da queste anomalie che possono nascere nuovi linguaggi.

Un piccolo miracolo della natura che un giovane produttore ha trasformato in un amaro di nicchia, punto di partenza di un progetto che mette il territorio al centro. È da qui che nasce Oramaro, il progetto di Simone Rovero, 32 anni. Lo scopo è rileggere il concetto stesso di amaro partendo da un elemento inaspettato per queste latitudini: l’agrume.

Simone Rovero
Simone Rovero 

Alla base c’è Rovr Spirits, la realtà fondata ad Asti dallo stesso Rovero, che segue in prima persona ogni fase: dalla selezione delle botaniche fino alla definizione del profilo aromatico. È qui che prende forma una doppia identità, sospesa tra Asti e il Lago Maggiore, che lui stesso sintetizza come una sorta di “oro del Piemonte”.

Rovero si definisce “speziale”. Figlio d’arte, a suo modo. È cresciuto nella distilleria di famiglia, accanto al padre Franco, ma ha scelto una strada più personale. “Il progetto nasce dalla volontà di valorizzare una biodiversità straordinaria e inaspettata: quella degli agrumi rari di Cannero Riviera - racconta - Qui crescono frutti che non dovrebbero esistere a queste latitudini”. Eppure… Tra questi c’è il Canarone, un cedro antico dalla buccia spessa e intensamente aromatica, che diventa l’asse portante del liquore. Un agrume che non si trova altrove, che non si può replicare, e che esiste solo grazie alla cura di chi lo coltiva. Un modo di rileggere il mondo dei liquor, in una fase storica non semplice.

Un momento di passaggio in cui i consumi cambiano, le abitudini si trasformano, e anche gli amari – per anni rifugio sicuro della tradizione – sembrano alla ricerca di una nuova identità. È in questo spazio incerto che Rovero si insinua, puntando anche sul know how respirato nella distilleria di casa, ma anche sulla passione della gente del posto. Si tratta del legame con la famiglia Carmine, custode storica degli agrumeti terrazzati che scendono verso il lago, una connessione centrale per la riuscita del progetto. “Se io sono l’architetto aromatico, la famiglia Carmine è la custode agricola - spiega Rovero - Il nostro è un progetto di filiera corta che prova a trasformare un luogo in un sapore”.

Fabio Carmine in mezzo agli agrumi coltivati dalla sua famiglia
Fabio Carmine in mezzo agli agrumi coltivati dalla sua famiglia 

In un Piemonte storicamente legato agli amari erbacei, l’idea di costruire un amaro agrumato a partire da varietà autoctone rappresenta una piccola rivoluzione. “Qui non esisteva un prodotto di questo tipo - racconta - Eppure la nicchia degli amari agrumati è una delle più dinamiche. Il nostro è un tentativo di portare un profilo più luminoso, contemporaneo, ma sempre legato al territorio”.

Oramaro si inserisce infatti in una categoria ancora molto piccola, ma in fermento: quella degli amari agrumati. In Italia esistono solo 10–15 referenze realmente riconducibili a questa categoria, su centinaia di amari complessivi.

Il metodo segue la stessa logica. Tutto avviene a freddo, con infusioni separate: scorze fresche, radici, cortecce ed erbe lavorano singolarmente per preservarne le caratteristiche. Poi arriva quella fase che Rovero chiama “il tempo dello speziale”, in cui decide quando fermare l’estrazione. “Le infusioni durano dai trenta ai sessanta giorni. Non è una regola fissa, ma una sensibilità - dice il produttore - E non correggiamo nulla: colore e profilo aromatico sono quelli naturali degli ingredienti”.

Il risultato è un amaro che si muove su un registro diverso. Più fresco, più profumato, meno segnato dall’amaro tradizionale e più orientato a una bevuta agile, che trova spazio anche nella mixology contemporanea.

La produzione è ridotta – poche migliaia di bottiglie – e segue il ritmo degli agrumi. “Dipendiamo da quello che il lago ci dà - spiega Rovero - Se un’annata è scarsa, produciamo meno. Usiamo solo agrumi freschi, non essiccati. Ed è questo che fa la differenza”.

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