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Atene inaugura il dibattito sulla tavola contemporanea

Dal primo Athens Gastronomic Forum emerge una Grecia che smette di raccontarsi solo attraverso

la tradizione e inizia a interrogarsi su innovazione, sostenibilità e identità. Tra protagonisti locali

e grandi chef internazionali per una cucina diventata finalmente terreno di confronto e riflessione

2 minuti di lettura

Atene chiama: l’alta cucina greca prova a pensarsi. Per anni la Grecia è stata una grande cucina, mancante però di un altrettanto grande racconto. Forte di un’abbondanza di prodotti agroalimentari d’eccellenza e di uno stile di vita sano, all’insegna della piacevolezza e della convivialità (d’altro canto è uno dei Paesi che hanno in comune la Dieta Mediterranea, patrimonio Unesco), la gastronomia non aveva, per così dire, un indirizzo programmatico: da una parte una tradizione fortissima, domestica, popolare, identitaria; dall’altra, una generazione di chef sempre più visibile sulla scena internazionale. Quello che mancava era un luogo in cui queste due dimensioni potessero incontrarsi e confrontarsi, mettersi in discussione e dialogare anche in relazione alle altre cucine internazionali.

Il primo Athens Gastronomic Forum nasce esattamente da questa esigenza: non tanto per celebrare, ma per mettere in moto un discorso. Non è un dettaglio. In un’Europa dove congressi come Madrid Fusión, Identità Golose a Milano o Gastromasa a Istanbul hanno da tempo costruito un linguaggio condiviso sull’alta cucina, la Grecia rischiava di restare in ritardo. Eppure, proprio questo ritardo diventa oggi un vantaggio: il forum ateniese non si limita a replicare modelli esistenti, ma prova a definire una propria agenda.

A guidarlo è Dimitris Antonopoulos, figura centrale del giornalismo gastronomico greco, affiancato da un advisory board che racconta bene la direzione del progetto: Sotiris Evaggelou, interprete di una cucina greca “neoclassica” e raffinata; Lefteris Lazarou, pioniere della modernizzazione della cultura e della preparazione del pesce in Grecia; l’italo-greco Ettore Botrini, tra memoria familiare e tensione contemporanea; Giorgos Papazacharias, espressione più radicale e internazionale della nuova generazione. Non un gruppo omogeneo, ma un campo di forze.

Il tema scelto, Reflection & Innovation, è dichiaratamente ambizioso. Ma soprattutto è necessario. Perché il punto non è più soltanto cucinare bene, ma capire che cosa significa oggi cucinare in Grecia.

Il programma lo dimostra con chiarezza. Da un lato, gli interventi che lavorano sulla tradizione: Lazarou che riprende i suoi piatti iconici per mostrarne l’evoluzione, Evaggelou che teorizza una cucina greca “neoclassica”, Tsiotinis che parla di parafrasi gastronomiche, cioè di riscrittura più che di riproduzione. Dall’altro, una tensione continua verso il futuro: fermentazioni, tecniche nordiche e giapponesi (Papazacharias), nuove naturalità (Mantis), ibridazioni dichiarate (Botrini: Don’t be afraid of fusion). In mezzo, una domanda che attraversa quasi tutti gli interventi: quanto può spingersi l’innovazione senza perdere identità?

Non è un caso che accanto agli chef greci siedano nomi come Joan Roca, Andoni Aduriz, Albert Adrià, Carlo Cracco o Rasmus Munk: portano modelli già maturi di riflessione gastronomica. Roca parla apertamente di sostenibilità (emotiva, economica, ambientale) come struttura del ristorante. Munk spinge il discorso oltre, verso una cucina che prova a diventare sistema, scalabile, sociale. Cracco spiega la necessità di calarsi nei diversi territori in cui ci si trova a lavorare (l’esempio è quello di Portofino).

E poi c’è un altro livello, forse il più interessante: quello che esce dalla cucina. Si parla di AI contro creatività umana, non come provocazione ma come questione concreta: selezione degli ingredienti, costruzione dei menu, previsione dei gusti. Si discute di modelli di business, dagli slot di prenotazione al ruolo dei ristoranti d’hotel nel turismo di alto livello. Si ragiona su come l’Attica possa diventare una destinazione gastronomica “365 giorni l’anno”. E ancora: lusso, autenticità, territorio.

È qui che il forum trova la sua specificità. Non è solo una vetrina di chef, ma un tentativo di costruire un ecosistema: ristorazione, ospitalità, turismo, comunicazione. Un approccio molto contemporaneo, che riconosce come la cucina, oggi, non sia più un atto isolato ma un nodo dentro una rete più ampia.

Dentro questo quadro, la Grecia emerge in modo interessante. Non più soltanto come custode della dieta mediterranea, pure rivendicata con forza, ma come laboratorio in cui tradizione e apertura convivono senza gerarchie rigide. I talk più riusciti sono proprio quelli che tengono insieme queste due tensioni: la memoria (i piatti, i prodotti, i territori) e la trasformazione (le tecniche, le contaminazioni, i linguaggi).

Alla fine, il senso del forum sta forse tutto in una frase del loro manifesto, ribadita da Antonopoulos: non stiamo solo cambiando il modo in cui mangiamo, ma il modo in cui pensiamo il cibo. È un’affermazione ambiziosa, che ad Atene trova una prima, concreta applicazione. Non è ancora una “scuola”, né un sistema consolidato. Ma è, finalmente, un luogo di discussione. E per una cucina che vuole crescere, è esattamente da lì che si deve partire.