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Vino, la lezione di Parigi: sei trend da tenere presenti

Uno dei padiglioni di Wine Paris (@Frederic Speziali/Wine Paris) 

Dalle uve rare in Champagne ai no-alcol, dai ready to drink fino al Pinot Nero d’Alsazia, Wine Paris 2026 conferma il suo ruolo di bussola globale per il settore. Ecco i segnali che anticipano il futuro

4 minuti di lettura

Parigi riesce sempre a stupire. Non solo per la sua bellezza maestosa, ma per la capacità di innovare rilanciando la tradizione in chiave contemporanea. A Wine Paris 2026 – la più importante fiera internazionale del vino – la capitale francese ha dettato la linea. Non tanto inseguendo stravaganze o provocazioni, quanto reinterpretando i grandi classici alla luce di un mondo reale in continua evoluzione: gusti che cambiano, nuove abitudini di consumo, abbinamenti più dinamici, desiderio di leggerezza e sperimentazione.

Con 63.541 visitatori professionali provenienti da 169 Paesi (il 51% internazionali, +20,75%) e 6.537 espositori da 63 Paesi (51% esteri, +20%), Wine Paris 2026 si conferma il centro globale d’influenza per il mondo delle bevande. In tre giorni si sono incrociati 112.462 operatori e sono stati organizzati 25.958 incontri business pre-programmati (+28%), con un aumento del 20% dei principali buyer.

“Wine Paris riafferma il suo ruolo centrale per la filiera mondiale delle bevande. Marketplace, piattaforma di influenza e spazio di dialogo: è diventato un punto d’incontro fondamentale per sostenere le trasformazioni del settore", ha dichiarato Nicolas Cuissard, direttore della manifestazione.

Vini, spirits, birre, sidri, cocktail, ready to drink e NoLo: l’ecosistema Vinexposium riflette ormai l’evoluzione dei modelli di consumo. Ma quali sono i segnali più interessanti emersi?

1. Vecchie annate, antiche uve e grandi maison

In un mondo dominato da ready to drink e mixology sempre più creativa, le grandi maison sembrano incarnare la celebre frase del Gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. E rispolverano le grandi tradizioni dando un insegnamento di vita oltre che di vino: cambiare non vuol dire per forza stravolgere.

È il caso di Champagne Henri Giraud, che da oltre 70 anni rinnova il proprio stile attraverso la riserva perpetuelle, tecnica affine al metodo solera. Dal 1950 al 2021 è stata costruita una riserva perpetua che costituisce il cuore della produzione: un unicum in Champagne, dove raramente si supera il 20-30% di utilizzo. Qui si arriva al 100%.

Dal 1990 una nuova riserva viene affinata in legno della foresta di Argonne. Il risultato? Circa 4-5mila bottiglie su 250mila totali, una delle realtà più piccole e raffinate della regione. Il Pinot Noir di Aÿ Grand Cru ne è il protagonista.

Accanto a Giraud, emergono anche le uve rare di Moutard Alexandre: Petit Meslier, Arbane (ripiantata nel 1952 e vinificata singolarmente dal 1992), Pinot Blanc non millesimato. Vitigni che negli anni Sessanta il comitato dello Champagne invitava a estirpare e che oggi tornano protagonisti. Segno che la memoria diventa innovazione. Maison Moutarde non ci ha mai rinunciato, grazie alla lungimiranza dell’omonima famiglia. E ora quelle vecchie uve, ripiantate e rinnovate, offrono profumi, sapori e suggestioni più uniche che rare.

2. Le famiglie del vino: la forza della tradizione

In mezzo a tante novità, le grandi famiglie del vino continuano a rappresentare un pilastro. “Siamo un gruppo molto unito – racconta Mireia Torres, della omonima grande tenuta nel cuore della Spagna – condividiamo valori e intenti comuni. Le famiglie, lontane dalle logiche dei grandi gruppi industriali, trovano nel confronto reciproco una ricchezza enorme”.

A Parigi il gruppo ha anche presentato il Pfv Generations Case 2026, un cofanetto da collezione prodotto in soli 12 esemplari numerati. Dodici bottiglie iconiche, una per ciascuna famiglia: Egon Müller, Pol Roger, Drouhin, Vega Sicilia, Antinori, Torres, Tenuta San Guido, Haut-Brion, Beaucastel, Mouton Rothschild, Symington e Hugel.

Ogni bottiglia è firmata dal membro della famiglia che l’ha scelta. Oltre al vino, il cofanetto include visite esclusive in tenute normalmente chiuse al pubblico. Un modo per conquistare un pubblico che ancora subisce il fascino della solidità.

3. No-alcol e mixology

Quando il segmento nolo sposa i ready to drink, l’attenzione sale. Se non altro per curiosità. Nasdrow, brand nato in Canada, propone cocktail analcolici costruiti con la stessa complessità aromatica dei classici.

Fondato da due giovanissimi fratelli, Victoire ed Etienne Guglieri, con il padre Stephan Guglieri – di origini italiane – alla guida creativa, il progetto nasce per rispondere a un problema. Lo spiega il padre: “Spesso le alternative no-alcol sono o troppo dolci o troppo amare o ‘artificiali’. BNoi volevamo qualcosa di speciale e naturale”. Ed ecco che Margarita, Mojito, Espresso Martini, Scarlet & Co (fragola, basilico e ginger) finiscono in mini lattine, analcoliche: senza conservanti e con scadenza di due anni. I drink sono già distribuiti in Nord e Centro America, milioni di lattine nel potenziale, per ora diverse migliaia.. La sfida sarà portarli in Italia. “Sono semplici, ma ben fatti, con i profumi originali”, spiegano i tre. Gusto easy, gradevole, per una bevuta senza pensieri cotta e mangiata. Non memorabile.

Che sia già pronta o espressa, la mixology domina incontrastata. Il padiglione più esplosivo è quello degli spirits, non solo e non tanto i singoli stand ma il mega Infinity bar, grande intuizione della fiera parigina. Tra bartender-shoe e cocktail acrobatici, impossibile assaggiare qualcosa senza fare la coda. Età media bassisima. Ogni Paese presenta un suo (uno o più) ingrediente-specialità, dal sakè al liquore Angelica fino alle spezie quali zenzero e bergamotto. L’Italia domaina con il “Genio” del Prosecco, che si miscela a melone, litchi e vermouth.

4. Ready to drink: evoluzione e qualità

Il canale Redy to drink continua a crescere, anche nel segmento low alcol. Tra le interpretazioni più convincenti, il Lemon Spritz di Sandro Bottega, innovatore nel mondo vino e spirits.

Ispirato al Bottega Spritz, unisce vino bianco frizzante, infuso di limoni biologici siciliani (gli stessi del Limoncino) e menta. Una versione fresca e contemporanea del classico Spritz, pensata per intercettare nuovi momenti di consumo.

5. Le wine cards: semplificare per avvicinare

Karin Meriot, ambasciatrice per l'Italia del Cmb 

Il Concours Mondial de Bruxelles lancia una novità interessante: schede sintetiche, tipo “biglietti da visita”, da affiancare alle bottiglie in enoteche e locali.

Obiettivo: aiutare soprattutto giovani consumatori a comprendere in pochi secondi il profilo di un vino. Grazie all’uso dell’intelligenza artificiale, le migliaia di note di degustazione raccolte dai giudici del Concorso mondiale durante le degustazioni vengono trasformate in strumenti di comunicazione immediata e commerciale. In un mercato che lamenta la distanza tra Gen Z e vino, la chiarezza diventa strategia. “In questo modo siamo riusciti a sfruttare le preziose informazioni che arrivano dalle sessioni di degustazione con centinaia di giudici internazionali – spiega Karin Meriot, ambasciatrice per l’Italia del Cmb – e ad aiutare i produttori. Le schede, sia in forma più lunga sia in formato business card, sono di grande aiuto per i consumatori, anche al ristoranti. Ci sono infatti dei locali come Bistrot Pedol che l’hanno già adottate”.

6. Il Pinot Nero d’Alsazia

Alsazia controcorrente. La meravigliosa regione del vino al confine tra Francia e Germania è storicamente terra di grandi bianchi. Ma oggi a emergere con forza è il Pinot Nero.

In un momento in cui i rossi soffrono e la Borgogna è diventata proibitiva per molti wine lover a causa dei prezzi schizzati alle stelle, l’Alsazia offre un’alternativa elegante e più accessibile. Il terroir versatile e il clima in evoluzione stanno favorendo vini rossi raffinati, con tensione e bevibilità. Wine Paris ne ha dato una testimonianza concreta: il Pinot Nero alsaziano non è più un outsider, ma una realtà in ascesa. Da segnalare Equus Pinot Noir, Alsace Grand Cru Hengst 2023 dell’azienda Wunsch et Mann.

È così che Parigi, ancora una volta, afferma il suo carisma in una fiera che vuole dettare la linea. E in buona parte lo fa. Messa all’angolo definitivamente la rivale tedesca ProWein, fra tradizione che si rinnova, no-alcol sempre più consolidato e mixology, la lezione è chiara: il futuro del vino passa dalla capacità di leggere il presente senza pregiudizi né timori.