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Olio piemontese, i produttori: “Vogliamo il riconoscimento Igp”

Dal Piano olivicolo nazionale alla riscoperta di un patrimonio regionale poco conosciuto, l’oro liquido che nasce sulle colline della regione rivendica identità, qualità e riconoscimento geografico in un mercato sempre più attento a origine e valore del prodotto

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Olio piemontese? Sí grazie. Perché questo oro liquido che condisce di eccellenza ogni piatto è custodito dalla prima all'ultima goccia in tanti angoli d'Italia anche meno conosciuti. Ma non per questo meno "riconosciuti".

Per questo è stata accolto con grande soddisfazione il Piano olivicolo nazionale appena presentato dal Ministero dell'Agricoltura. Un piano con una programmazione comune e integrata che punta a rilanciare tutto il settore senza frammentazioni geografiche. Ma promuovendo le caratteristiche di ogni prodotto nel mercato globale. E dando il giusto riconoscimento alle diverse specialità pronte per condire di eccellenza ogni cibo.

E speciale è anche l'olio piemontese, anche se non così noto come quello pugliese, toscano, ligure o laziale. Abbiamo chiesto il perché a Marco Giachino, presidente del Consorzio olio Evo Piemonte e produttore fra i più attivi del settore. "È vero che la produzione olivicola nella nostra regione è giovane, in crescita dagli anni Novanta ma in realtà non è una novità bensì una riscoperta di un'antica tradizione – risponde - Perché fino al 1700 esistevano già uliveti secolari destinati a usi diversi. E se dovessi rispondere a chi mi chiede perché dovrebbe comprare un olio piemontese direi che oltre ad avere una storia è un olio equilibrato e leggero. Ricco di polifenoli soprattutto nella parte settentrionale della regione".

Marco Giachino 

Gli domandiamo su quali piatti sarebbe perfetto, dentro e fuori il Piemonte: "Sicuramente con le carni crude piemontesi e anche con la trota. Nel resto d'Italia? Per esempio nel Lazio con i carciofi alla Giudia, perché è un olio in grado di rispettare tutti i sapori anche i più strutturati, non li copre ma li arricchisce, li integra".

Giachino (che conosce bene il settore avendo la sua azienda fondata nel 2008 su 20 ettari distribuiti in tre oliveti a Marentino, Casalborgone e San Sebastiano in provincia di Torino) sottolinea che terreni collinari, microclimi favorevoli e l’investimento di produttori entusiasti hanno permesso di incrementare in Piemonte le superfici di qualità. Con oltre 350 ettari coltivati.

Poi sottolinea l'importanza di questo Piano nazionale: "Rappresenta una visione strutturata e di lungo periodo per il rilancio del comparto olivicolo italiano, con risposte concrete alla frammentazione produttiva, all’innovazione, alla sostenibilità e all’adattamento ai cambiamenti climatici". L'innovazione è una delle caratteristiche principali dell'olivicoltura sabauda che essendo fra le ultime arrivate, in senso temporale, è proprio la più moderna.

Il produttore poi ricorda quanto sia cambiato il mercato dell'olio che, se prima era considerato solo un "grasso", ora ha l'attenzione da parte dei consumatori che ricercano la qualità: "Prima si pensava solo al prezzo al litro. Ora per fortuna si sta andando sempre più verso la qualità. L'obiettivo sarebbe quello di farlo considerare come si fa come con il vino. Con le sue caratteristiche, le sue peculiarità. Per esempio il mio olio monocultivar lo potrei definire un Nebbiolo versione frantoio". Infine l'augurio-richiesta che si promuovano misure concrete che facilitino i riconoscimenti geografici specifici, primo fra tutti l’Igp: " Senza l'indicazione geografica protetta non possiamo indicare la dizione 'Piemonte' sull’etichetta e quindi non possiamo comunicare e promuovere il valore aggiunto e l' identità territoriale dei nostri oli. Tutti elementi che possono rispondere concretamente alla domanda sul perché dovrei comprare un olio piemontese".