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Luca Argentero: “Il Dry January come stile di vita”

L’attore e imprenditore: “Una buona occasione per rinunciare ad alcolici e cibi dannosi. Positivo che le nuove generazioni ne colgano il senso”

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Il Dry January – iniziativa nata nel 2013 e che da allora si è allargata da una platea di vip a consumatori consapevoli di tutto il mondo – secondo l’attore e imprenditore Luca Argentero ha un vantaggio su tutti: “Rappresenta lo spunto per fare un reset”. Sul consumo alcolico, su quello di cibi ultra-processati, sull’intero stile di vita legato al cibo, ma non solo.

Argentero, iniziamo da qui: lei da quanto segue il Dry January?

"Più che legato al mese il mio stile di vita è cambiato dopo la nascita dei figli. Una variazione dovuta sicuramente alla consapevolezza genitoriale, nel mio caso arrivata un po’ tardi, ma che invece vedo crescere nelle nuove generazioni. Io, in particolare, sto attento tutto l’anno a consumare meno alcol e molti cibi sono spariti da casa”.

Per esempio?

"Quelli che con mia moglie chiamiamo i ‘veleni bianchi’, dallo zucchero raffinato ai lieviti, alle farine”.

Un cambio radicale.

"Ma non per questo ho rinunciato all’aspetto godereccio della vita. Amerò sempre il vino e non rinuncio a berlo a una cena con mia moglie o con gli amici. Ma punto sulla qualità, più che sulla quantità”.

Vini e grappe che fan pensare subito alle sue origini piemontesi…

"Ecco, vede, perché anche quel Piemonte che raccontiamo è spesso un retaggio culturale arcaico. Siamo una generazione cresciuta con il vino a tavola, con il dito intinto nel bicchiere per farlo assaggiare ai bimbi, però penso sia ormai una narrazione fallace. Siamo d’accordo che il vino sia cultura e questa sia. Ma ricordo anche la mia gioventù trascorsa a fare il barista ai Murazzi: posso dire di aver dato da bere a mezza Torino, l’obiettivo allora era bere tanto spendendo poco. Ora è il momento della qualità: come detto, non mi sono disinnamorato del vino, ma lo preferisco ottimo. Come un cocktail, come un amaro, come una grappa”.

Lei è anche imprenditore e produce bevande no-alcol: come risponde la nuova generazione di consumatori?

"Ha finalmente delle alternative. Perché quando parliamo del Dry January sembra quasi che ci si obblighi a rimanere chiusi in casa, a non partecipare a serate perché se non bevi qualcuno ti chiede subito se stai male. Oggi esiste l’alternativa e non si deve rinunciare a un piacere condiviso. Perché un no-alcol bevuto durante una serata è convivialità e rappresenta un’opportunità che i ragazzi sanno cogliere: ti permette di presentarti agli altri senza filtri, che già sui social ne abbiamo così tanti… Invece, ecco la persona nella sua autenticità che cerca connessione con gli altri”.

Ora che anche in Italia si può produrre un vino no-alcol che cosa cambierà per la sua società, Sodamore?

"Una decisione che aspettavamo, fin qui abbiamo prodotto all’estero. Su questo tema sono chiaro: ho un grande rispetto per la tradizione della vinificazione, italiana e non, ma perché segare le gambe a un prodotto che può soddisfare altri? Oggi che la legge lo permetterà, si supererà la frontiera tecnologica e questo non potrà che favorire una evoluzione del mercato e della tecnologia stessa per avvicinarsi a sapori sempre più avvincenti”.

Il futuro del brand nato da un’idea sua e dei suoi soci, Fra, Gio, Lele e Michi?

"Oggi siamo sul mercato con tre soda, due birre e due vini no-alcol. Presto arriverà un gin e un amaro che sia veramente digestivo, perché l’alcol non fa digerire… Sono e saranno sempre proposte analcoliche pensate per vivere ogni momento con stile e leggerezza, con ingredienti semplici che rispettano la nostra filosofia: per condividere momenti autentici non serve l’alcol, basta l’amore”.