Capodanno è tutto un fuoco d’artificio di simboli. Gesti propiziatori, colori scaramantici e cibi portafortuna. E anche se abbiamo dimenticato origine e significato di questi riti continuiamo a ripeterli.
Perché la notte del 31 dicembre è un giro di boa del calendario, un momento chiave per congedare il passato e far posto al futuro. E questo avvicendamento è già scritto nella storia del patrono dei nostri cenoni, San Silvestro, il papa numero 33, lo stesso degli anni di Cristo. Secondo la leggenda Silvestro combatte un mostruoso dragone che abita il sottosuolo della Città Eterna. E per snidarlo scende 365 gradini, uno per ogni giorno dell’anno. È inutile aggiungere che l’eroico pontefice smalta la bestia e muore nell’anno 335, proprio il 31 dicembre che, da allora, è il suo giorno.
La notte di Capodanno è costellata da sempre di credenze, prima fra tutte la necessità di illuminare il buio a giorno con luci e fuochi cui va aggiunto un gran baccano per scacciare gli spiriti maligni. Una volta bastava attrezzarsi di coperchi, tamburelli e fischietti per improvvisare una sarabanda apotropaica.
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Giabobbe, Esau e i puntini
Cioè scacciaguai, dal greco apotropaios vale a dire “che allontana”. Oggi abbiamo i fuochi artificiali che fanno insieme fuoco e rumore. Ma Capodanno non sarebbe lo stesso senza piatti scacciaguai. In primis le lenticchie che hanno da sempre la fama di portare soldi e abbondanza. Lo dice anche la Genesi, il primo libro della Bibbia, dove si parla dei due fratelli Esaù e Giacobbe. Giacobbe è il fratello minore e un giorno incontra Esaù stremato e affamato. Gli propone un patto scellerato: un piatto di lenticchie in cambio della primogenitura, cioè tutti i suoi averi. Quello che oggi diremmo una “sola”.
Ma questa “sola” porta molta fortuna a Giacobbe. Anche se Esaù si vendica perché quando si incontra con il fratello imbroglione per il rituale di riappacificazione gli dà un bacio che non è un bacio. Assomiglia piuttosto a un morso. Al punto che la Torah, nome ebraico dell’Antico Testamento, marca graficamente questa particolarità, mettendo numerosi puntini sulla parola “qui vayshaqehu”, che significa lo baciò. Secondo l’interpretazione tradizionale questo surplus di puntini viene interpretato come il segno lasciato dai denti di Esaù sul collo di Giacobbe.
L’episodio ha dato origine all’espressione yiddish “vayshaqehu mit pintelach”, lo baciò con i puntini, per indicare una persona o una circostanza in cui si dice una cosa, ma se ne intende un’altra. Tutto per un piatto o, meglio, un patto di lenticchie.
Da quel giorno le lenticchie si portano dietro questa fama legata alla fortuna, che continua anche nella Grecia antica dove sono considerate simboli di fertilità, prosperità, abbondanza, forza.
Addirittura, si diceva che gli uomini dovessero mangiarne quantità industriali per avere una prole molto numerosa.
Ecco perché non possono mancare a Capodanno, quando bisogna ingraziarsi il futuro. E poi le lenticchie da tempi immemorabili vengono anche considerate come simboli della moneta, perché hanno la stessa forma rotonda e appiattita. Gli antichi romani le usavano come dono portafortuna nelle feste di fine anno, quando si regalavano delle scarselle, cioè delle borse piene di lenticchie.
Lenticchie e carne di maiale, merito di Federico II
Che è, né più né meno, quello che facciamo noi quando mangiamo lenticchie a Capodanno e le associamo al cotechino o zampone, ulteriori simboli di grasso e prosperità. Un modo per propiziarsi abbondanza per tutto l’anno. A proposito, la prima ricetta che associa questi legumi alle carni di maiale la troviamo nel Liber de coquina, ricettario dei primi anni del Duecento nato alla corte di Federico II.
Frutta secca e riti scaramantici
Lo stesso valore simbolico ce l’hanno il riso, l’uva, i fichi secchi e i datteri. Nel mondo mediterraneo tradizionale il frutto della palma rappresenta da sempre l’abbondanza. Si racconta che quando la Madonna lo assaggiò per la prima volta esclamò “oh che meraviglia!” e da allora i suoi semi hanno una “o” impressa a sacre lettere. Ecco perché al termine del cenone di capodanno, il nocciolo del primo dattero va conservato nel portafogli fino all’anno successivo.
La sera del cenone è d’obbligo indossare la porpora, il colore della buona sorte perché mima il sangue, simbolo universale della vita. Porta bene anche sfregare la punta di un corno e puntarlo verso il cielo e la terra. Fa decisamente bene baciarsi sotto il vischio. E regalare ad altri questa pianta, promessa di salute e amore che i Celti adoravano come un dono del cielo.
Qualcuno dirà che sono tutte sciocchezze, assurdità, bazzecole, pinzillacchere? Forse, ma con il futuro è bene mettere sempre le mani avanti. Come faceva Niels Bohr, uno dei padri della fisica quantistica, che portava sempre con sé un ferro di cavallo. E a quelli che lo accusavano di essere superstizioso rispondeva, “io non credo alla scaramanzia. Ma funziona lo stesso”.