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Un guacamole in salsa siciliana: così l’avocado ha trovato la sua nuova casa alle pendici dell’Etna

Il racconto di Michele Faro, titolare con il fratello Mario di Piante Faro, una delle più importanti aziende vivaistiche italiane, ad oggi il maggior produttore del frutto

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Sulle pendici orientali dell’Etna, tra agrumeti, fichi d’India e vigneti, cresce un frutto che fino a poco tempo fa sembrava un ospite esotico: l’avocado. La magia del terroir ionico ha permesso un adattamento particolare, a suffragio di quel proverbio siciliano che sostiene che qualsiasi cosa venga piantata nel territorio etneo avrà una resa spettacolare, e per l’avocado è andata proprio così. Michele Faro, titolare con il fratello Mario di Piante Faro, una delle più importanti aziende vivaistiche italiane e tra le prime in Europa, è ad oggi il maggior produttore del frutto. “Abbiamo iniziato a lavorare sull’avocado circa dieci anni fa, quando nessuno ci credeva davvero”, ci racconta. “Sembrava una follia, ma le condizioni erano perfette: il microclima ionico, la protezione del vulcano, i terreni sciolti e ben drenanti. L’avocado qui cresce in modo naturale, non forzato”.

Il primo impianto pilota, tra Acireale e Fiumefreddo, copriva appena tre ettari. Oggi gli ettari coltivati sono addirittura settanta, metà già in piena produzione, con piante che arrivano a dare frutti di qualità superiore alla media. Le varietà principali è la Hass, grande e ricca di polpa, con piccole quote di Bacon, Fuerte ed Ettinger come impollinatori, le stesse diffuse nei principali distretti subtropicali del mondo. Eppure, anche essendo un prodotto di prossimità, il prezzo al banco è più alto rispetto a quello subtropicale importato. Il perché ce lo spiega Michele Faro. “Diversamente da quei paesi dove le leggi sulla chimica in coltivazione sono quasi inesistenti il nostro è sottoposto ad una severissima giurisprudenza europea. L’avocado dell’Etna è un prodotto a residuo zero, coltivato senza fitofarmaci, che arriva al consumatore fresco, non stoccato o acerbo. È un prodotto locale, sostenibile, con un’identità precisa”.

Michele Faro 

Non va considerato quindi come un frutto tropicale trapiantato, ma come un frutto che ha trovato la sua casa qui. La riviera ionica etnea è una fascia agricola privilegiata. L’altitudine contenuta, le brezze marine e il calore trattenuto dalla pietra lavica creano un equilibrio termico ideale per una coltura delicata. “Abbiamo notizie di altre piantagioni in Sicilia, ma con risultati diametralmente opposti a quelli etnei: terreni troppo argillosi, clima più secco, maggiore escursione. L’avocado è riuscito ad adattarsi ottimamente solo qui, dove la terra è viva e ricca di minerali”. Inoltre, in un periodo storico nel quale gli agrumi spesso vanno al macero, l’avocado può costituire un’alternativa per gli investimenti agricoli. “L’agrumicoltura etnea resta un’eccellenza assoluta, le arance e i limoni sono modelli di successo. L’avocado può affiancare queste produzioni. È la prova che l’agricoltura siciliana può evolversi senza snaturarsi”. Michele Faro è anche produttore di “Pietradolce”, autentica pietra angolare del vino etneo. Proprio grazie alla sua esperienza nel settore vitivinicolo conosce bene l’importanza del consorziarsi per difendere l’originalità e la qualità del prodotto.

“Servirebbe una Igp come accaduto con il limone. Il territorio, il clima e la qualità ci sono. Ora serve un percorso condiviso tra produttori e una visione comune”. Oggi gli agricoltori che coltivano avocado ai piedi dell’Etna sono una quindicina, quasi tutti nella zona compresa tra Giarre e Taormina. La domanda cresce, e con essa la consapevolezza che la filiera può diventare un simbolo della nuova agricoltura siciliana: innovativa, rispettosa, capace di unire tecnica e identità. “Il futuro passa dalla qualità, ma anche dall’immaginario”, riflette Faro. “Il vino dell’Etna ci ha insegnato che un prodotto può diventare ambasciatore di un territorio. L’avocado dell’Etna è sulla stessa strada: deve essere riconosciuto come un’eccellenza mediterranea, non un frutto esotico di passaggio”.

Ci fu un tempo nel quale nei giardini delle case di campagna di cinquanta o sessant’anni fa alcuni contadini sperimentavano l’attecchimento di queste piante esotiche. Oggi l’avocado dell’Etna non è più un esperimento, ma una grande realtà che lo piazza in cima alla produzione italiana e fra le maggiori in Europa. E se è giusto pensare in grande nel futuro non si esclude che questo avocado possa diventare una specie genetica autoctona, come accade già con i cloni in viticoltura, Michele Faro è possibilista. Una piccola rivoluzione che nel futuro potrebbe dare, com’è giusto dire, ottimi frutti. Per adesso ci gustiamo un guacamole in salsa etnea.