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Le sorelle Walch investono nel TrentoDoc: Moncalisse e il sogno delle bolle d’altura

Karoline e Julia Walch con le bolle di TrentoDoc 

Dai bianchi dell’Alto Adige agli spumanti metodo classico delle valli trentine: due etichette, paesaggi mozzafiato e un enologo dalla Champagne

3 minuti di lettura

A volte un progetto nasce da un colpo di fulmine. Era il 2016 quando Karoline e Julia Walch, figlie di Elena Walch, donna del vino e pioniera dei bianchi d’eccellenza in Alto Adige, si trovarono davanti a un terreno sospeso tra cielo e roccia, a Seregnano, sul versante nord-ovest del Monte Calisio, nel comune di Civezzano, appena sopra Trento. Dodici ettari di vigneto silenzioso, aperto sulle valli dell’Adige, della Sugana e di Cembra.

“Abbiamo sentito che era il luogo a scegliere noi – racconta Karoline – Un altopiano a oltre seicento metri, esposto a Sud, con giorni mai troppo caldi e notti fredde, un’escursione termica perfetta. Un mosaico di terreni (metamorfici, calcarei e di porfido) che danno salinità e mineralità. E poi, nel cuore del vigneto, un ettaro di viti storiche di Chardonnay, con alle spalle più di settant’anni, allevate a pergola: un piccolo tesoro.”

Tanta natura, ma anche una storia con radici lontane: in mezzo alle vigne si trovano antiche coppelle, incisioni rupestri risalenti all’età del Bronzo e del Ferro, legate a riti sacri e a misteriose comunicazioni tra vallate. “Un luogo che da sempre è speciale per l’uomo – continua Karoline – e che meritava di essere raccontato.”

Un nuovo capitolo della storia Walch

Da quel giorno è nato Moncalisse — dal nome antico del monte — un progetto autonomo ma parte della storia familiare Walch, pensato per dedicarsi interamente al mondo Trentodoc.

“Era chiaro fin da subito che doveva essere qualcosa di nuovo, con un’identità separata rispetto alla azienda Elena Walch – spiega Julia Walch – Un capitolo dedicato alle bollicine di montagna, costruito sull’artigianalità, sulla precisione e su un legame profondo con il terroir.”

Per questa avventura le sorelle hanno scelto di circondarsi di una squadra che unisce esperienza e territorio: Odilon de Varine, enologo della storica maison Gosset in Champagne, e Stefano Bolognani, giovane enologo trentino.

“Mi sono unito al progetto nel 2017 – racconta Bolognani – e mi sono subito innamorato di questo vigneto. È un luogo unico: le montagne alle spalle proteggono, ma l’orizzonte resta aperto, luminoso. Qui la quota porta freschezza ed eleganza, e il suolo è un crocevia di tre origini (metamorfica, sedimentaria e vulcanica) che arricchiscono il vino di complessità”.

Stefano Bolognani tra Karoline e Julia Walch 

Il rispetto per la natura

La sostenibilità è parte integrante della filosofia di Moncalisse: lavorazioni meccaniche per il controllo delle erbe, sovescio per integrare le componenti minerarie e una cantina ipogea interamente scavata nella roccia. “Così manteniamo oscurità e temperatura costante – spiega Bolognani – Tutto funziona per gravità, e anche la bottiglia, una champagnotta da 830 grammi, è scelta per la sua leggerezza e sostenibilità. Con oltre 60 kW di fotovoltaico, siamo autosufficienti.”

Per de Varine, la sfida è stata tanto tecnica quanto poetica: “È la prima volta che lavoro a un’altitudine così alta. Lì la freschezza è naturale, ideale per gli spumanti. Il mio compito è stato tradurre l’idea di vino delle sorelle in equilibrio, dosaggio e finezza. Forse è il miglior sparkling italiano che io abbia mai seguito”.

Odilon de Varine 

Una cantina che dialoga con il paesaggio

Anche l’architettura parla il linguaggio del territorio. “Abbiamo voluto riprendere la maestosità del posto,” spiega Julia. “Le forme sinuose e rotonde della cantina ricordano le curve delle coppelle, ma anche le bollicine nel calice. È una scultura immersa nel vigneto, progettata dagli architetti David Stuflesser e Nadia Moroder della Val Gardena.”

All’esterno domina la pietra chiara; nel sotterraneo, un rosso caldo che richiama il porfido. “Abbiamo voluto che il dialogo fra le forme fosse il riflesso del nostro rapporto di sorelle,” aggiunge Julia. E già si guarda avanti: nella primavera prossima aprirà un Bistrot con enoteca e visite guidate, pensato per accogliere gli appassionati.

La voce del vino

Dal 2019 Moncalisse ha cominciato a scrivere nel bicchiere la propria storia. “Abbiamo prodotto 8.500 bottiglie,” racconta Karoline. “La prima vinificazione in casa è del 2025: prima ci appoggiavamo a una cantina amica.”

Le vigne, per il 70% Chardonnay e 30% Pinot Nero, danno vita a due Riserve, espressioni complementari di un unico sogno di purezza e montagna.

Durante la degustazione, le sorelle versano la 2017, Montis Arcentarie Blanc de Blancs Extra Brut Riserva: Chardonnay in purezza, da vecchie vigne di oltre sessant’anni, vinificato in parte in barrique e lasciato 80 mesi sui lieviti. Il calice si apre su profumi di frutta secca, agrume candito, crosta di pane. Il sorso è ampio, cremoso, eppure sostenuto da una freschezza salina che lo tiene vivo fino in fondo (75-80 euro sugli scaffali).

Poi arriva il Millesimato Extrabrut Riserva 2019, più giovane, 56 mesi sui lieviti, stessa eleganza ma con energia nuova: tesa, verticale, salata (sui 45 euro in enoteca). “È la nostra firma - rivendica Bolognani – questa verticalità che accomuna i nostri vini”.

Le due etichette raccontano la pazienza del tempo, la precisione e il rispetto per un luogo che si prepara a stregare anche i wine lover. E che si sono subito messe alla prova a tavola: in occasione della presentazione del nuovo progetto, a Milano, con la cucina raffonata e di ricerca dello chef due stelle Michelin Andrea Aprea, nell’omonimo ristorante presso la fondazione Luigi Rovati. Il Millesimato ha accompagnato Caprese… dolce salato. Il Montis Arcentarie, invece, ha dato il meglio di sé con il Baccalà all’acqua pazza, scarola e olive nere. E ora la sfida è sul mercato: i due vini saranno distribuiti nell’alta ristorazione e in enoteca in Italia, ma anche all’estero a partire dal regno Unito dove è prevista una presentazione in primavera a Londra.