Quando il vino friulano è protagonista di un film (accanto a Diego Abatantuono)
di Dora IannuzziIl Friuli Venezia Giulia tra vigne e memoria in “Esprimi un desiderio”, il nuovo film di Volfango De Biasi. La storia degli anziani di una casa di riposo si intreccia con le radici di un territorio
“Ah, fai il vino!” esclama Simone (Max Angioni) quando scopre che Ettore (Diego Abatantuono), l’anziano con cui si scontra e poi impara a dialogare, non è soltanto un vecchio che passa le giornate davanti alla finestra, ma un ex produttore vinicolo. È un dettaglio che sembra marginale, ma questa battuta diventa la chiave di volta della storia: in “Esprimi un desiderio”, nelle sale dal 25 settembre, il vino non è un semplice ornamento scenico, ma un alfabeto capace di dare voce alla memoria, all’identità e al desiderio. Il film, certo, potrebbe cadere in una visione che restituisce una realtà edulcorata e favolistica della vita degli anziani nelle Rsa, ma trova un contrappunto più autentico nel rapporto con la terra, con il vino e con le tradizioni, in una regione che di questo intreccio ha fatto un punto identitario forte.
Non a caso De Biasi ha sottolineato che i luoghi scelti per le riprese e le vigne circostanti non fanno solo da sfondo, ma vivono e respirano attraverso la storia dei personaggi: “…nel film è raccontato il vino caratteristico della regione, il rapporto con la vite e quindi anche con la coltura della pianta; si respira quest’aria friulana ed è come fare un piccolo viaggio per far scoprire questo territorio magari anche a chi ancora non lo conosce”. E davvero, in Friuli Venezia Giulia tira un’altra aria. Lo scriveva Mario Soldati: “Terra ardente e impetuosa, dove non si rinuncia a niente, dove sebbene si vinifichi in grandissima quantità, si beve più di quanto si vinifichi”. Basta entrare in un bar di paese al mattino per vedere i bicchieri di bianchino levati presto, senza formalità, come se il vino fosse parte del respiro quotidiano. È una terra che si rivela nei gesti più semplici e nel modo diretto con cui intreccia vita e vino.
Da Buttrio a Rosazzo, da Cormòns a Capriva, fino a Prepotto e al confine segnato dallo Judrio, il territorio si apre in onde morbide, con le spalle al nord e il volto rivolto verso il sole. A soli venti chilometri, il mare porta correnti calde che maturano le uve, mentre dalle Alpi scendono venti freschi che raffreddano l’aria e creano escursioni termiche decisive. È questa alternanza a regalare ai vini friulani la loro tensione: il calore mediterraneo che incontra il respiro nordico, la luce del mare che si somma al vento di montagna. I suoli di marna e arenaria friabile obbligano le radici a scendere in profondità, donando ai vini quella mineralità persistente che li ha resi celebri.
Il Friulano – che Soldati chiamava ancora Tocai – nel film diventa elemento narrativo e culturale insieme, compagno di vita delle comunità locali e simbolo della vocazione bianchista del Friuli Venezia Giulia. Un vino asciutto, con il caratteristico finale amarognolo di mandorla, che per secoli ha dato struttura agli uvaggi accanto alla Malvasia istriana, portatrice di profumo, e alla Ribolla gialla, custode di acidità. Attorno a questo vino di confine, negli anni Sessanta e Settanta, nasce la grande stagione dei bianchi friulani. Mario Schioppetto, a Capriva del Friuli, con i suoi primi Friulano vinificati in purezza dimostrò che il bianco poteva avere la stessa dignità dei grandi rossi italiani. Livio Felluga, a Brazzano di Cormòns, tracciò mappe e vigne, dando al territorio un’identità leggibile e riconoscibile. Silvio Jermann, tra Villanova e Farra d’Isonzo, con i suoi uvaggi visionari aprì una dimensione nuova, fatta di creatività e rigore tecnico. Attorno a loro si muoveva una generazione di pionieri che trasformò l’intuizione contadina in scuola moderna.
A questa memoria appartiene anche Ettore, figura simbolica di un territorio che ha fatto del vino non solo un prodotto, ma una filosofia di vita. Clauiano, borgo tra i più belli d’Italia, e Villa Manin Guerresco a Trivignano Udinese sono le location scelte per il film: luoghi sobri ed eleganti che danno corpo a una vicenda di radici e appartenenze.Qui prende forma la storia di Simone, cresciuto in orfanotrofio, trent’anni e nessuna certezza. Dopo un incidente che rischia di mandare all’altro mondo un’anziana signora, viene condannato ai lavori socialmente utili. Così si ritrova in una residenza per anziani, elegante e severa, governata da un direttore inflessibile e abitata da ospiti eccentrici. Ettore, ex imprenditore vinicolo, lo mette subito alla prova.
Ma ci sono anche Ezio (Giorgio Colangeli), carismatico complottista, Anna (Nunzia Schiano), vedova logorroica e tanti altri che formano una piccola comunità indomabile. Simone imparerà a guadagnarsi la fiducia di chi lo circonda, scoprendo i loro lati fragili e, ancora di più, i loro desideri. In questo dialogo tra generazioni troverà ciò che gli mancava: una comunità che lo accoglie come figlio, una famiglia costruita non sul sangue, ma sul legame della cura e del desiderio condiviso.
Massimiliano Fedriga, presidente della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, ha espresso in conferenza stampa una “grande soddisfazione per la realizzazione del film. Un progetto significativo per il territorio in quanto segna la prima operazione di product placement territoriale a livello cinematografico nella nostra regione: un traguardo importante, che testimonia quanto sia strategico integrare le eccellenze locali in una narrazione cinematografica di qualità in modo autentico e coerente”. Il film non racconta soltanto una vicenda umana, ma restituisce il Friuli Venezia Giulia nella sua ricchezza: terra di incontri e scambi, dove le colline si aprono in un mosaico di vigne e i boschi scendono fino alle pianure fertili; dove mare e montagne dialogano a distanza ravvicinata, creando un paesaggio mutevole e suggestivo.
Una regione che custodisce borghi intatti, abbazie come quella di Rosazzo, città di confine come Gorizia e Trieste, castelli e dimore che testimoniano una storia plurale. La sua bellezza non è mai ostentata, ma fatta di dettagli, di pietre, di cortili silenziosi e di orizzonti che cambiano luce con il vento. In questa cornice il vino si offre come specchio fedele del territorio, e la cucina ne raccoglie le contaminazioni restituendole in piatti di sostanza e memoria. È un paesaggio che sa essere austero e festoso, solenne e accogliente, proprio come la comunità di anziani che nel film diventa il cuore pulsante della storia, accompagnando Simone – e forse anche lo spettatore – verso la riscoperta di una bellezza profonda. E allora: “Salût e vite lungje!”