Il personaggio

Cracco “montanaro”, tra Fontina d’alpeggio e rabarbaro selvatico

Carlo Cracco
Carlo Cracco 

Lo chef in trasferta a Lo Matsòn di Courmayeur racconta il suo rapporto con la cucina, tra aneddoti su Gualtiero Marchesi e materie prime da riscoprire

3 minuti di lettura

«Se vai in mezzo ai prati lo riconosci subito: ha quelle sue foglione grandi. È buonissimo, ha un sapore che è dieci volte il rabarbaro normale». L'ingrediente alpino che più entusiasma Carlo Cracco è quello che non ti aspetti: il rabarbaro selvatico. È da qui, dalla passione per la caccia ai sapori autentici e potenti che solo l’altitudine sa regalare, che si scopre il rapporto viscerale dello chef con le Alpi. Un legame fatto di ricordi e qualche incubo nelle cucine di gioventù - «gestire la Fontina senza farla filare era più difficile che fare una maionese perfetta» – ma soprattutto di una missione: valorizzare la cucina di montagna in vista delle Olimpiadi 2026, in un rapporto stretto con quella della pianura e dell'altro polo a cinque cerchi, quella Milano in cui è incardinato il suo ristorante.

È un Cracco “montagnino” quello che si racconta a Lo Matsòn di Courmayeur, l'annuale fiera gastronomica di settembre che quest'anno ha anche tenuto a battesimo la Fontina Dop Alpeggio 2025, chiedendo al pubblico una prova difficilissima, ovvero indovinare "alla cieca" i cinque alpeggi di provenienza delle altrettante versioni assaggiate (ma c'è chi è riuscito nell'impresa). «È una manifestazione bellissima – sottolinea lo chef – che da 25 anni valorizza le risorse locali. Per noi cuochi questi mercati sono fondamentali: rappresentano l’origine delle materie prime, quelle che rendono unici i piatti». Il legame con Courmayeur, in particolare, affonda le radici nel passato di un giovane chef già in carriera (erano i tempi in cui lavorava dallo chef Alain Ducasse, e al Lucas Carton, quest'ultimo sotto la guida di Alain Senderens). Un rapporto di transito – racconta Cracco – «perché quando ero giovane e lavoravo in Francia per raggiungere Parigi passavo dal tunnel del Monte Bianco e, quindi, da Courmayeur. Ma non era solo un varco obbligato: era la meta per approvvigionarsi di un ingrediente fondamentale. La Fontina: ci si fermava qui a sceglierla e la portavamo con noi».

Quella stessa fontina è anche protagonista di un ricordo vivido e un po' traumatico della sua gavetta sotto la guida del maestro Gualtiero Marchesi. «Tante volte filava e quando filava volavano parole – ricorda con un sorriso – “ecco non ti è venuta, devi rifarla”. E giù a rifarla, appunto. Le provavi tutte: la tagliavi grossa, la tagliavi sottile, la tagliavi piccola... oppure la mettevi a bagno la sera prima con l'acqua in modo che si smollasse tantissimo e avesse meno tempo per filare. E quindi era un po' l'incubo, peggio della maionese. Ma il segreto vero è la gestione della temperatura». Un problema che ha dovuto affrontare anche per il piatto preparato davanti al pubblico di Courmayeur: un risotto con funghi, polvere di alloro e salicornia, servito sopra una crema di Fontina.

La ricetta

Carlo Cracco e il risotto montanaro: il trucco per far sciogliere la fontina

Carlo Cracco e il risotto montanaro: il trucco per far sciogliere la fontina

«La mettiamo sotto il riso – ha spiegato – ed evitiamo che fili, e il calore stesso del risotto la scioglie alla perfezione».Con le prossime Olimpiadi Milano-Cortina 2026, la cucina di montagna avrà un palcoscenico mondiale. «Noi abbiamo una responsabilità enorme perché siamo circondati da montagne. Quindi dobbiamo recuperare e soprattutto valorizzare tutte le nostre montagne, ma soprattutto il territorio». È l'altitudine, spiega, a fare la differenza e a creare una ricchezza unica ed eterogenea per una cucina. «Piante e ingredienti assumono caratteristiche diverse a seconda dell'altitudine. Stessa pianta, forse, ma se cresce a 1500 o 2000 metri sembrerà diversa da una che nasce in fondo valle. E questo per la cucina rappresenta una ricchezza».

E a Milano, nel suo ristorante in Galleria Vittorio Emanuele, cosa si mangerà nel periodo olimpico? «Abbiamo deciso di rimanere fedeli al territorio e faremo i nostri piatti tradizionali a cui siamo legati – annuncia – ma allo stesso tempo cercheremo di collegare il territorio della montagna con noi, creando uno scambio».Formaggi di montagna preferiti: c'è «la Fontina in Val d'Aosta, il Bitto in Lombardia» e, nel suo Veneto di nascita, «l'Asiago. Ci sono cresciuto con quel formaggio. E poi il Vezzena, la cui produzione è condivisa tra la mia provincia di Vicenza e il Trentino». All'affermazione che in Italia, paese prevalentemente mediterraneo, dove la cucina di montagna sia un po' schiacciata, Cracco reagisce con convinzione.

«L'Italia è un paese di montagna e la montagna è forte ovunque, al Nord come in Calabria o in Sardegna. In Sicilia l'Etna supera i 3000 metri: e ovunque ci sono gli ingredienti di montagna, che vanno usati e valorizzati». E davanti alle 300 persone che hanno seguito il suo show cooking a Courmayeur, lo chef ha ribadito la sua filosofia: «In cucina non si fanno esperimenti. Si parte da ciò che si conosce, si fonde con la creatività, ma senza forzature. È la materia prima che comanda, va capita e rispettata. Solo così si restituisce davvero valore al territorio». Ecco, forse “portare giù” i prodotti dalla montagna non è mai stato semplice, e proprio per questo la sua cucina custodisce un valore di autenticità e resilienza che Cracco cerca di portare sulla ribalta milanese ogni volta che può, soprattutto alle vicine luci colorate dei cinque cerchi sulla neve.

Scegli su quale testata vuoi vedere questo contenuto