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Tra birra e bibite, Luca Argentero si scopre produttore (analcolico)

Luca Argentero 

Il popolare attore e il progetto Sodamore, per bevande senza alcol e zuccheri raffinati: “Sembrava un gioco, ora è diventata una realtà imprenditoriale seria”

4 minuti di lettura

Vent’anni di carriera davanti alla macchina da presa, un personaggio – Andrea Fanti in Doc – che ha segnato l’immaginario collettivo, un impegno concreto nel sociale e, più recentemente, la voglia di mettersi in gioco come imprenditore. Luca Argentero non ama fermarsi, né ripetersi: cerca strade nuove, sfide che abbiano senso, progetti capaci di unire piacere e consapevolezza. È così che, accanto alla recitazione, è nata “Sodamore” - prima solo un prodotto, poi un intero brand - un’esperienza che va oltre la semplice produzione di bevande: un’idea di convivialità diversa, “alcohol free”, che non rinuncia al gusto né all’identità.

Perché per lui – che dal nonno ha imparato il valore della terra e delle cose semplici – bere o mangiare non significa mai solo consumare, ma scegliere uno stile di vita. Quello che emerge dalle sue parole non è solo il racconto di un progetto imprenditoriale, ma un filo che lega tanti capitoli della sua vita: la famiglia e le radici, la cucina come gesto quotidiano, il mestiere dell’attore e l’impegno sociale. Tutto tenuto insieme da una cifra personale che Argentero rivendica con naturalezza: l’empatia, la capacità di ascoltare e di entrare in relazione. E che si percepisce in maniera netta attraverso le sue parole, la sua voce.

Prima Sodamore, poi Beerlove e la nascita del brand a 360 gradi. Da dove nasce questo progetto?

“Cercavo una bibita che fosse fresca, analcolica, senza zuccheri artificiali, made in Italy e che riuscisse a soddisfare anche l’occhio. Davanti allo scaffale del supermercato, però, mi sono accorto che quella bevanda semplicemente non esisteva. Così, un po’ per scherzo, ne parlai con un amico - che oggi è anche mio socio - e ci dicemmo: ‘Perché non proviamo a farla noi?’. Da una battuta è partita un’avventura che, all’inizio, abbiamo decisamente sottovalutato. Non immaginavamo quanta complessità ci fosse dietro lo sviluppo di una ricetta, la produzione e la distribuzione di una bibita”.

Dalla soda alla birra il passo è stato breve?

“Quello che sembrava un gioco si è trasformato subito in un progetto serio, perché sin dai primi passi abbiamo visto che funzionava. L’idea della birra però c’è sempre stata, la soda era il punto di partenza, il nostro biglietto da visita”.

Qual è quindi l’obiettivo finale?

“Quello di costruire una gamma completa capace di esplorare l’universo “alcohol free” in tutte le sue varianti: ci sarà il vino, poi un amaro, magari un gin. È questo il cuore del progetto: permettere a chi sceglie una bevanda analcolica di restare se stesso. In qualsiasi momento della giornata. Anche la scelta dell’etichetta segue questa linea: il bianco richiama pulizia, essenzialità, luce, la possibilità di sentirsi a proprio agio. Ti permette di distinguerti senza sentirti diverso. È una sfida anche culturale, perché in Italia bisogna tener conto delle nostre tradizioni”.

Orgogliosamente piemontese, ha un casale in Umbria. Qual è il suo rapporto con le nostre tradizioni gastronomiche?

“Banalmente, tutto nasce da un’abitudine familiare. Mio nonno portava mio padre nell’orto, mio padre faceva lo stesso con me e ora io ci porto i miei figli. Più che un rapporto con il cibo, per me è sempre stato un legame con le materie prime, con il riconoscere il valore delle cose semplici. È sorprendente pensare che ci siano bambini convinti che il mais cresca direttamente nelle scatolette: ecco perché serve educazione e consapevolezza. In fondo, tutto parte dall’idea di volersi bene”.

I bambini e il cibo vero. Cosa manca oggi per creare reale consapevolezza?

“Molto, ma forse non so dire cosa manchi nello specifico. La mia famiglia ha sempre funzionato così: per me è naturale avere un pezzo di terra e che quel pezzo di terra d’estate ti dia verdura fresca. Non compro una bottiglia di olio industriale da vent’anni. È una questione educativa verso i miei figli, ma anche un modo di intendere la vita: ciò che mangi, lo stile di vita che scegli, i valori che trasmetti. Per me, è una priorità”.

La cucina italiana è una cucina di materia prima, ma il mestiere di attore la porta a viaggiare molto. Come si comporta quando non è a casa?

“La cultura del cibo sano è ormai così diffusa che un’alternativa la si trova sempre. Anzi, paradossalmente, nei luoghi più remoti del mondo - i veri viaggi, quelli lontani dal turismo di massa - è ancora più semplice trovare materie prime essenziali: verdure, pollo, ingredienti non processati. Il cibo industriale è quasi sempre una cattiva abitudine o una scelta di pigrizia”.

Con il team di Sodamore avete pensato a progetti di esportazione?

“Siamo quattro ragazzi che nella vita fanno anche altro, servirebbero più tempo e più risorse. Oggi, per esempio, siamo presenti nei punti vendita italiani dell’Antico Vinaio: vedere i nostri prodotti nei loro frigoriferi anche all’estero, sarebbe bellissimo. Ma la burocrazia è complicata, è un percorso che richiede tempo. Ci stiamo lavorando”.

Lei sa cucinare?

“Sì, mi piace e mi riesce bene. Ho cominciato da giovane, quando sono andato a vivere da solo, e da allora non ho più smesso. A me piace soprattutto cucinare le verdure: anche una semplice ratatouille è gratificante, sia da preparare che da mangiare. In realtà so cucinare praticamente tutto, tranne i dolci. Non li mangio e quindi non mi ci sono mai dedicato. In Italia è normale saper cucinare tutto in casa, mia madre per esempio è brava a cucinare qualsiasi cosa, ma io no”.

Tranne che nel suo film Lezioni di Cioccolato, uno dei primi di una lunga carriera che quest’anno spegne 20 candeline. Qual è il personaggio a cui è più legato?

“Andrea Fanti ( in questi giorni si gira la quarta stagione di Doc - Nelle tue mani, ndr) rappresenta davvero il coronamento di un lungo percorso. È stato come dare una dimensione di utilità al mio mestiere, ed è una sensazione rara e preziosa”.

Qual è la sua arma segreta, secondo lei?

“L’empatia. DOC funziona perché parla di questo, che poi è il tema principale di questo periodo storico che stiamo vivendo. L’unica cosa che può salvarci”.

Ha fondato, anni fa, la Onlus 1 Caffè, decisamente basata sull’empatia. È soddisfatto di quel progetto?

“Assolutamente si. È stata la prima realtà sociale digitale nata per sostenere le piccole associazioni no profit italiane attraverso la diffusione della cultura del gesto del dono. Dal 2011 attraverso la nostra piattaforma di crowdfunding - ispirandoci al caffè sospeso partenopeo - aiutiamo varie realtà che promuovono progetti di assistenza. Da allora abbiamo aiutato oltre 900 realtà, ci facciamo garanti di come spendono i soldi, ci interfacciamo direttamente con loro, li aiutiamo a strutturare i loro progetti. Grazie, davvero, di averlo ricordato, è qualcosa di cui vado molto fiero”.