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Bag in box, i settant’anni che hanno rivoluzionato il mondo del vino

Le bag in box create dalla Smurfit Westrock, multinazionale quotata alla Borsa di New York e di Londra 

Il sistema di trasporto inventato nel 1955 dal chimico statunitense William Scholle portò innovazione nel packaging. Oggi valorizzata anche dal basso impatto ambientale

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Un anno, il 2025, che celebra gli anniversari di due innovazioni nel packaging: nel 1955 nasceva la bag in box e dieci anni dopo iniziava a contenere vino australiano. La storia del commercio alimentare ha sempre affrontato, con lena e soluzioni diverse, il problema del trasporto. E con la movimentazione delle merci, contenitori e confezioni hanno sempre svolto un ruolo centrale, sia per la conservazione che per la movimentazione più efficiente.

Era il 1955 quando il chimico statunitense William Scholle ideò un sistema per trasportare, con facilità e in sicurezza, gli acidi delle batterie. Non avrebbe pensato, a quel tempo, ad altri impieghi per la Bag in Box. Scholle progettò settanta anni fa la “busta nella scatola”, il sistema con cui una sacca in plastica, tendenzialmente un multistrato con componente metallica, conteneva i liquidi; per assicurare agevolezza e sicurezza nel trasporto, anche per lo stoccaggio, la busta era contenuta all’interno di una scatola dalla forma regolare, facilmente impilabile e maneggevole. Non solo, il cartone della scatola era in grado di preservare il contenuto dall’esposizione alla luce e la sua struttura assicurava la bag, la busta, da possibili urti e fuoriuscite.

La novità

Una rivoluzione nel packaging: robustezza, praticità e leggerezza rispetto ad altri materiali metallici. Ben presto la novità si estese ad altri ambiti, coinvolgendo il settore alimentare, in particolare nel comparto lattiero-caseario. La sacca veniva riempita, a volume costante e già inserita nella scatola, per poi essere chiusa da un piolo, o sigillata. Fu dieci anni dopo, nel 1965, che in Australia, il viticoltore e pioniere del brandy nel paese dei canguri Thomas Angove ebbe l’idea di riempire la sacca con il vino. Il principio rimaneva invariato, come lo è sostanzialmente ancora oggi; al tempo era però necessario tagliare un angolo del sacchetto per versare il vino, e poi si richiudeva con una particolare molletta. Angove fu il primo a pensare di imbustare, anziché imbottigliare, il vino. “Contenitore e imballaggio migliorato per liquidi” così lo brevettò nel ‘65, diventano il primo a commercializzare vino in bag in box. Le scatole però finivano per bagnarsi, perdendo robustezza, e ciò che aveva da subito affascinato il mercato australiano metteva in luce piccoli problemi di tenuta nel tempo.

A mettere a fuoco la questione fu Dan Murphy, commerciante di vini, che pose il problema a Charles Malpas, eclettico inventore e progettista, nonché fondatore di un’officina meccanica che si specializzò in stampaggio di materie plastiche. Da una parte il venditore conosceva bene il tema, dall’altra l’ideatore cercava la soluzione. Ed è così che Malpas giunse all’invenzione del rubinetto “Airlessflo”, riuscendo a far uscire il liquido dalla sacca su cui veniva agganciato, e sigillato, consentendo un flusso continuo di liquido che non facesse entrare l’aria nel contenitore stesso. Due anni più tardi, nel ‘67, l’enologo di Penfolds si mise a lavoro per perfezionare il rubinetto, adattandolo ancora di più alle esigenze di mescita e conservazione del vino. Debuttò l’anno dopo la ‘Tablecask’, botte da tavola, un contenitore cilindrico che ricordava la botte da vino al cui interno una sacca in materiale plastico conteneva il nettare di Bacco. A questa botticella metallica di agganciava il rubinetto Airlessflo che consentiva la mescita direttamente a tavola.

Migliorie

Tanti passi avanti per perfezionare il sistema, e nel 1971 un passo verso il ritorno all’idea originaria di Scholle: il cartone ondulato tornò grazie a Sam Wynn della Wynnvale Wines come materiale per la box. Più leggero, robusto e a miglior mercato rispetto al metallo, la bag in box era ormai stata perfezionata per il vino con l’apposito rubinetto sigillato alla busta. Confezione esterna di forma regolare, facilmente impilabile e robusta per il trasporto, ma allo stesso tempo leggera rispetto al contenuto; il cartone consentiva di accedere agevolmente al rubinetto che, se apposto all’esterno, sarebbe stato un elemento di fragilità.

Bastava un pre-taglio nella confezione per riuscire a estrarre il rubinetto e posizionarlo nell’alloggiamento. Nel tempo ci sono stati tentativi di forme alternative, ma la box si è rivelata la più semplice e adatta. La bag in box, spesso e con errore, viene associata a una qualità inferiore del contenuto, ma è solo un contenitore ingegnoso che nulla inficia alla qualità del prodotto. Anzi, nel caso del vino e dell’olio di oliva, il rubinetto non facendo entrare l’aria evita il contatto con l’ossigeno, rallentando se non impedendo del tutto l’ossidazione; inoltre la protezione dalla luce, schermata dal cartone ondulato, tutela le qualità organolettiche dei liquidi. A dispetto del vetro, la bag in box è anche più rispettosa per l’ambiente: facilmente separabili, le due componenti dell’imballaggio (cartone ondulato esterno e sacca in materiale plastico poliaccoppiato) si conferiscono e riciclano con minor dispendio energetico rispetto al vetro.