Si fa presto a dire “gelato artigianale”, ma manca una legge che definisca cos’è
di Luisa MoselloIl termine viene usato con estrema disinvoltura, ma non ci sono obblighi per poterlo definire tale. Il parere di due maestri gelatai: “Già escludere chi usa aromi o coloranti di sintesi e grassi idrogenati potrebbe essere utile per fare delle distinzioni"
È uno di quei dibattiti da fare "sotto l'ombrellone" visto l'argomento che non è affatto caldo ma all'opposto assai freddo. Anzi proprio gelato come il protagonista delle (gustose) chiacchiere d'estate. Il tema non sono tanto i gusti che piacciono di più, nuovi o classici: ciascuno ha il suo e non si discute. Ma un argomento che sembra non trovare, ancora, soluzione: qual è il vero gelato artigianale? Chi lo mangia è interessato a saperne di più, proprio come chi è del settore e in questi giorni ne discute a palate anzi a palette. Lo hanno fatto i gelatieri una settimana fa al ministero dell’Agricoltura, dove c'è stato un incontro con una delegazione di rappresentanti della filiera di questo prodotto che ha un nome e un cognome, gelato artigianale. Ma che non si sa bene cosa sia.
Nell'incontro si è parlato di una "realtà economica di primo piano in Italia, con 39 mila punti vendita in tutta Italia - di cui 9.000 sono gelaterie specializzate - per un fatturato annuo di 3 miliardi di euro, a cui si aggiungono altri 1,7 miliardi di euro provenienti dalle aziende produttrici di ingredienti, macchinari e vetrine". Ma nessuna previsione si è fatta della legge, da tanti attesa ma ancora fantasma, che farebbe maggior chiarezza su un termine, "artigianale", che si usa con estrema disinvoltura.
E anche i dati sui prodotti confezionati contribuiscono a fare confusione. Il Centro di ricerca sui consumi, pochissimi giorni fa, ha reso noti i dati sul consumo in Italia di gelati (confezionati). Che sono cresciuti del 4% rispetto all’anno scorso così come i prezzi che negli ultimi quattro anni sono aumentati del 30%: il costo medio del gelato in vaschetta oggi è a 5,87 euro al chilo, contro una media di 4,54 euro del 2021. E il più caro è a Firenze con una media di 8,05 euro al chilo, seguita da Forlì, Bolzano, Ravenna e Biella. I gelatieri artigianali hanno contestato i dati tornando a parlare delle differenze fra i prodotti venduti e ribadendo che in Italia non esiste una normativa che separi chiaramente le due tipologie.
Abbiamo chiesto a due maestri gelatieri la loro opinione. Dalla Toscana risponde Gianfrancesco Cutelli della gelateria "De' Coltelli" di Pisa: "Uno dei grossi limiti presenti al momento nel nostro comparto è la mancanza di una definizione di gelato artigianale condivisa che aiuti il consumatore a distinguere tra un prodotto industriale, uno realizzato in un laboratorio artigianale con esclusivamente semilavorati industriali dove magari aggiungere solo acqua o latte prima di inserirlo in un mantecatore, e un prodotto realmente artigianale. Escludendo una qualsiasi valutazione qualitativa del prodotto risultante. Ma ogni definizione purtroppo si viene a scontrare con la difficoltà di uniformare una tecnica di lavorazione o viene a limitare la creatività del gelatiere.
Credo soprattutto nella necessità di una formazione obbligatoria o di un esame di abilitazione per chi voglia esercitare la professione di gelatiere artigiano, e ancor più per quanti si autodefiniscono Maestri. Credo anche nella necessità di esporre, ma soprattutto di pubblicizzare e controllare il libro degli ingredienti. Non penso che un gelato artigianale sia necessariamente più buono o migliore di un gelato industriale o ‘pseudo artigianale’, ma che siano prodotti diversi e che il consumatore dovrebbe essere in grado di riconoscerli. Personalmente sono contrario a porre dei limiti quantitativi relativi a percentuali degli ingredienti utilizzati che non è un parametro obiettivo per valutare la qualità del prodotto. L'esclusione nella produzione del gelato artigianale di aromi o coloranti di sintesi e di grassi idrogenati potrebbe essere utile per fare delle distinzioni".
Anche Stefano Ferrara di "Formaessenza" di Roma mette l'accento sulla formazione: "Magari non serve una legge che dica cos’è il gelato artigianale. Non bastano percentuali di zucchero o di latte a fare la differenza. Il vero problema è che chiunque può aprire una gelateria, anche se fino a ieri faceva tutt’altro. Basta un investimento iniziale e ci si può improvvisare gelatieri. Non c’è nessun criterio minimo. Nessun albo. Nessuna certificazione che distingua chi studia e sperimenta da chi si limita a miscelare buste. Il punto non è fare una legge che dica quanti grammi di zucchero o panna servono per definire un gelato 'artigianale'. Ma creare un sistema di formazione obbligatoria, come per i panettieri o i pizzaioli. Il gelato artigianale si riconosce da chi lo fa, non solo da cosa c’è dentro". Quindi le indicazioni pratiche.
E poi c’è la prova del palato. Per Stefano Ferrara "la degustazione è importante quindi direi di preferire una coppetta al cono, si percepiscono meglio i singoli sapori ed è fondamentale il laboratorio a vista dove non ci sono trucchi e inganni e poi le solite regole che valgono sempre come colori non troppo accesi e altezza del gelato oltre la linea del freddo in vetrine a vista". Insomma ci deve essere l'opposto di quel cono o quella coppetta che "non sanno di niente". Per Cutelli "se il gelato lascia una bocca cattiva, ovvero una sensazione untuosa, e la voglia di bere qualcosa per pulirsi la bocca subito dopo averlo mangiato probabilmente l'ingredientistica non è fantastica e se i gelati hanno poco sapore, o un sapore artificiale e i vari gusti si assomigliano tutti, forse è il caso di provare altre gelaterie". Perché come ha detto il gelatiere catanese Peppe Flamingo nel titolo del suo libro: "Il gelato è sacro". Quando pochi giorni fa lo ha presentato ha anche lanciato l'idea di un "Manifesto del gelato verace".