L’anniversario

I 100 anni della Tenuta di Maccarese, l’ex palude diventata l’orto di Roma

Il Castello di Maccarese
Il Castello di Maccarese 

L’azienda agricola benefit, dal 1998 di proprietà della famiglia Benetton, ha accompagnato la vita della Capitale. Dal mandorleto più grande d’Italia ai vigneti (purtroppo) espiantati, la storia di quello che è anche un esperimento di comunità sociale

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Endemica e paludosa, così si presentava la striscia di terra che costeggia il mar Tirreno alle porte di Roma, la terra che chiamiamo Maccarese. “Prima del marzo 1925 apparteneva al principe Rospigliosi – racconta Claudio Destro, amministratore della Maccarese S.p.A. Società Agricola Benefit - Nonostante i tentativi di bonifica era una palude, si moriva di malaria”. Lo Stato non ammetteva che vicino alla Capitale ci fosse una zona depressa, acquitrinosa ed endemica: “Il 20 marzo veniva fondata la Maccarese Società Anomima di Bonifica, e grazie allo slancio impresso si diede seguito alle opere iniziate dal Principe. Nel 1932 venne Mussolini a inaugurare l’idrovora, la bonifica era terminata”.

Pochi anni prima, il dissesto economico in tutto il mondo aveva sancito la fine della proprietà terriera come bene rifugio, non si prospettavano anni facili: “E’ stato un momento critico – prosegue Destro – servì una ricapitalizzazione della società. Anche la riforma agraria, con la quale si volevano togliere i terreni ai grandi proprietari terrieri, portando alla liquidazione dei mezzadri e dei fittavoli”. Fu tra il ‘33 e il ‘34 che alcune terre vennero affidate con il metodo della mezzadria alle famiglie di lavoratori arrivate dal Veneto, dal ravennate e dalla Lombardia.

“L’azienda era, ed è tuttora dopo un secolo, una comunità - ci tiene a sottolineare Destro – Quando arrivarono gli emigrati dal Nord, maestranze capaci di costruire canali di bonifica, l’azienda provvide allo loro sistemazione, con abitazioni, scuola e ambulatorio, quello che oggi è la frazione di Maccarese, il borgo agricolo che si estende all’ombra del Castello di San Giorgio”. Il benessere della comunità, del territorio era ed è un tutt’uno, l’area agricola ancora oggi non si identifica solo con l’estensione territoriale e nei campi coltivati, ma nella comunità fondata sul lavoro.

La storia di Maccarese si intesse con vicende dell’Italia, come è anche giusto che sia. “Durante la seconda Guerra mondiale venne più volte allagata per fermare, rallentare, l’invasione tedesca – continua l’amministratore delegato - Danni ingenti, ma gli ordini erano di proteggere Roma. Saccheggiata, depredata dai tedeschi, uscì dalla guerra con le ossa rotte”. Un po’ tutta Italia ne uscì così, i primi anni di pace che seguirono furono duri e aspri per tutti ma la ripresa diede i suoi frutti. “Essendo, per sua natura, una zona paludosa c’erano molte risaie ai tempi – racconta Destro – Nel 1934 erano stati anche piantati dei vigneti, tanto che negli anni ‘80 l’azienda ne contava 700 ettari, di cui 230 di uva da tavola e il resto da vino”.

Vino, uva, riso, grano duro, carciofi e fragole, a fine anni ‘70 era stata soprannominata "Orto di Roma” e la ferrovia che oggi porta pendolari e bagnanti trasportava generi agricoli e alimentari in città. Poi nell’82 ci fu l’espianto delle vigne, una scelta che oggi suona scellerata, quando “a seguito della riforma OCM (Organizzazione Comune di Mercato, ndr) vennero dati contributi per gli espianti – continua nel racconto Destro – Vigne sostituite a fronte di un sostanzioso contributo che per un’azienda ai tempi costantemente in perdita fu un sostentamento”. Anni di spese e debiti, entrate che non compensavano gli sforzi, partecipazioni statali e lotte sindacali. Fin quando nel 1998 “fu posta in liquidazione perché i ricavi erano la metà dei costi”.

Nello stesso anno, nel 1998 la svolta. Una gara pubblica, e la famiglia Benetton attraverso la società capogruppo di aggiudica l’azienda. “E’ stato l’anno in cui sono arrivato anche io – Destro, prima direttore generale e poi Ad, ha conosciuto storia, passata e presente di Maccarese – Per prima cosa c’era da riconquistare la fiducia dei lavoratori e delle amministrazioni locali. Pensavano fossimo arrivati per speculare con l’edilizia della vicina Fregene, e invece abbiamo dimostrato di essere venuti per le attività caratteristiche, agricoltura e zootecnia. E anche proseguendo negli aspetti sociali, dopo aver vinto le resistenze”. Un rigoroso piano di rinnovamento per le attrezzature obsolete, nuovo polo aziendale terminato nel 2003, uffici concentrati, centro zootecnico e magazzini radunati.

“Dopo i primi sei o sette anni abbiamo capito di essere sulla buona strada”. Nuovi mezzi di grandi capacità di lavoro, appezzamenti spianati e uniti per poter essere lavorati più velocemente, “contratto di lavoro innovativo con due turni di lavoro in campagna, perché su una lunghezza di dodici chilometri avevamo necessità di non perdere tempo nei tragitti di rientro in pausa pranzo”. Con le attrezzature rinnovate è arrivata anche l’agricoltura di precisione, “abbiamo introdotto la coltivazione dell’ulivo che non c’era mai stata, e dimostrato che si può fare olio anche in terreno di bonifica – sottolinea Destro – Abbiamo impiantato i mandorli, e oggi qui c’è il mandorleto più esteso in Italia”. Innovazioni non solo agricole, anche zootecniche con il rifacimento di tutte le stalle con il più alto indice di benessere animale. “Abbiamo aumentato il numero di vacche e avviato l’ingrasso dei maschi per la vendita della carne venduta in una catena gdo del Lazio, mentre il latte prodotto qui rappresenta il 20% di quello bevuto nella Capitale”. In pieno spirito di economia circolare sono stati realizzati due impianti di biogas dalla potenza di 1,7 MegaWatt alimentati dai reflui zootecnici, il digestato diventa ammendante per la campagna che fornisce foraggio per il bestiame. In origine 4600 ettari, di cui mille espropriati per l’aeroporto e altri concessi in liquidazioni a fittavoli e mezzadri; oggi 3240 ettari di cui 500 concessi come oasi al WWF e altrettanti come frangivento, altri mille a macchia mediterranea. Oggi 130 ettari compongono il più esteso mandorleto in Italia, dieci sono coltivati a uliveto, 500 piantati a grano duro e la rimanenza destinati a foraggio e cereali per il bestiame.

“Se cresce il territorio cresce anche l’azienda – chiosa Destro – Abbiamo una tavola del 1952 in cui è descritta la mappa aziendale, con il patrimonio fondiario e il conto economico. Ciò che non appare nel bilancio è il patrimonio umano del personale e dei collaboratori. Ai tempi della bonifica Maccarese contava venticinque abitanti, nel ‘52 circa 5500 e ancora oggi ne contiamo tanti”. A dimostrazione di questo impegno, nel 2008 si è arrivati alla certificazione ambientale ISO 14000 per la stalla e nel ‘19 alla ISO 45000 per la sicurezza dei lavoratori; inoltre la società ha cambiato statuto per diventare Benefit impegnandosi a devolvere una parte dei profitti in tre direttrici: miglioramento del benessere della comunità, salvaguardia dell’ambiente e avviamento dei giovani al mondo del lavoro.

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