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Jamie Oliver, i successi (e i fallimenti) dell’ex enfant prodige della cucina inglese

Jamie Oliver 

Lo chef si racconta senza remore in una puntata di Chef’s Table: dalla scoperta della passione per i fornelli che gli ha “salvato la vita” fino alla drammatica chiusura dei suoi ristoranti

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"Persi tutti i ristoranti, avrei voluto nascondermi, sparire nel nulla. Pensavo che fosse stato tutto inutile. Provavo vergogna, rabbia. Avevo rovinato tutto. Mi dissi che forse era ora di mollare". Jamie Oliver racconta così a Chef's Table - la pluripremiata serie creata da David Gelb - i momenti difficili che sono seguiti al fallimento della sua attività imprenditoriale: era il 2019 e fu costretto a chiudere 22 ristoranti e a lasciare senza lavoro più o meno mille persone. "Fu orrendo. Perdemmo tutto: vent'anni di lavoro buttati al vento, cancellati. Provavo vergogna, rabbia. Avevo rovinato tutto. Perdere il Fifteen è stato il boccone più amaro da buttare giù. Era una parte di me. Quei ragazzi erano la mia guida e li ho persi".

Dal Fifteen era iniziato tutto. Dalla voglia di aiutare i ragazzi che come lui avevano avuto difficoltà a scuola. "Soffro di dislessia e non ho mai ricevuto un aiuto adeguato - racconta alle telecamere -. Era un incubo per me. Se passi la maggior parte dei giorni a dirti che sei inadeguato e inutile, poco alla volta inizi a crederci. Ma per me non fu così. Mi hanno aiutato i miei genitori. Gestivano un pub, iniziai a lavorarci nel weekend: prima mi hanno messo a sparecchiare, poi a lavare i piatti e infine in cucina. Preparare i piatti a ritmo frenetico era come risolvere un puzzle, ma con la soddisfazione di creare pietanze deliziose. Ricordo ancora la volta che cucinai un arrosto tutto da solo. Mio padre mi diede una pacca sulla spalla, una sensazione bellissima. Mi sentii potente, libero. Era la mia strada".

Lo chef ai suoi esordi 

Da qui l'idea del Fifteen, era il 2002: 15 ragazzi "problematici" che trovano nella cucina la loro strada. Come il loro mentore. "Volevo che fosse un'opportunità per quei giovani ai margini del sistema. L'impresa era trasformare 15 ragazzi londinesi senza alcuna esperienza in cucina in altrettanti chef. Migliaia di ragazzini si candidarono. Era la mia opera. Il Fifteen era vita. La fama invece tutto l'opposto".

La fama per Jamie Oliver è arrivata con un colpo di fortuna. L'ha raccontato lui stesso al regista di Chef's Table. Era il 1999. "Lavoravo al River Cafe, il ristorante più bello di Londra". Era il mio giorno libero ma mi chiamano a sostituire un collega. Quando arrivo trovo una troupe televisiva. Giravano uno speciale per la BBC. Mi bombardavano di domande e io rispondevo. Dovevo preparare un rotolo di erbe selvatiche con ricotta e zucca arrostita. Ho raccontato tutto. Cucinavo e mi seguivano come un'ombra. Credevo la cosa finisse lì. Poi è andato in onda e il telefono è impazzito".

"Cucinava in un modo mai visto prima - racconta l'ex primo ministro Tony Blair ospite della puntata-, non ricordava uno chef, ma un qualsiasi ventenne ai fornelli. Era il volto del cambiamento. Sfruttava la sua fama per risvegliare le coscienze, per provocare per promuovere il cambiamento. Riuscì in un'impresa che sembrava impossibile per il Paese: cambiò il modo di pensare il cibo, lo trasformò in un fenomeno culturale". Con l'aiuto del Primo ministro Oliver cambia il modo in cui i bambini mangiano a scuola, lavora per portare il cibo sano nelle mense. Parallelamente alla tv, all'impegno nelle scuole, cresce il suo impero. Escono i libri: il primo non l'ha scritto di suo pugno, ma ha registrato, ogni capitolo su una cassetta, dalle ricette che aveva scarabocchiato sul retro degli scontrini.

La gestione del successo. "All'improvviso la mia vita cambiò. Ero una celebrità. Sembrava un film. Il mio conto è passato dallo zero spaccato ad avere sei zeri. Più facevo e più la gente si aspettava da me. Col tempo aprimmo 46 ristoranti, guadagnammo oltre 100 milioni di sterline l'anno. Più guadagnavo più volevo reinvestire per cambiare le cose intorno a me. Furono otto anni pazzeschi. Fino a quando mi chiamarono dal Fifteen. Ero a Los Angeles, in una scuola con il mio progetto di alimentazione sana nelle scuole. Dovevo tornare subito".

La doccia fredda. "Il ristorante stava colando a picco. Perdevamo clienti. Ero senza parole. Più scoprivo e meno volevo saperne. Il successo fu una meteora. Avevo dipendenti con un salario di 75 mila sterline: non potevamo permettercelo. Fu un fulmine a ciel sereno. Non sapevo che fare. Provai di tutto. Dal piano b fino alla zeta. Ma la situazione peggiorava".

Nella puntata di Chef's Table c'è il video in cui Oliver si rivolge ai suoi dipendenti. "Sono mesi che vengo a lavorare qui e mi chiedete come sto. Io vi rispondo sempre che va tutto bene. Ma purtroppo è una bugia". Oliver non si nasconde dietro la telecamera. Racconta quello che ha provato. "Provavo vergogna, rabbia. Avevo rovinato tutto. Mi dissi che forse era ora di mollare. Ma qualcosa mi tratteneva. Nonostante le difficoltà avevo ancora 150 dipendenti. Dovevo solo ritrovare la ragione per risollevarmi. Ho capito che ero ossessionato da creare grandi eventi, progetti, notizie da prima pagina. Avevo perso di vista le piccole cose: è nei piccoli gesti che si nasconde la grandezza. Il mio compito era far appassionare le persone al buon cibo, alla cucina: avevo il potere di portare il cambiamento e avrei fatto la mia parte".

Nel 2023 riapre a Londra, in Catherine Street. Poi una Fondazione, "The Ministry of Food" che ha l'obiettivo di insegnare a un milione di persone di cucinare entro il 2030. Le immagini di oggi mostrano Jamie Oliver che lavora a fianco dei bambini, in cucina, crea i vassoi per gli studenti. Li riempie di cibo sano. Di nuovo come aveva fatto all'inizio. "La cucina mi ha salvato la vita - dice ai ragazzi - e spero che aiuti anche voi a costruire un futuro meraviglioso". La parole finali sono ancora di Tony Blair: "Jamie non è solo uno chef. È quel tipo di persona che inizia la giornata con una nuova idea per migliorare il mondo e credo che continuerà a farlo fino alla fine dei suoi giorni. È questo che lo rende un innovatore".