“Jamais en Italie”. Mai in Italia affermava Alain Ducasse, il cuoco francese fra i più stellati al mondo (17 étoiles Michelin attualmente), anni fa quando gli chiedemmo nella sede del suo primo storico ristorante Le Louis XV a Monte Carlo se avesse mai pensato o desiderato aprire un ristorante Oltralpe, direzione sud, ovvero “chez nous”. Ma come spesso accade alle menti più creative e geniali si può sempre cambiare idea, soprattutto se a far vedere le cose con occhi diversi sono luoghi irresistibili come Roma, Napoli e ancor prima la Maremma Toscana, dove poco più di 20 anni fa lo chef guascone di nascita, parigino nel savoir-faire, americano per concretezza, aveva debuttato con Trattoria Toscana nel magnifico relais L’Andana nella tenuta La Badiola della famiglia Moretti, lasciato nel 2015. Poi il piatto (italiano) pianse: per 10 anni di Ducasse nel Belpaese nessun cenno, profumo e tocco. Monsieur AD (è la sua sigla da chef-imprenditore presente su porcellane, libri, menu, uniformi) l’Italia l’ha sempre amata da spettatore, turista, gourmet («avete le migliori materie prime del mondo»).
La tradizione
E finalmente da quest’ anno Alain Ducasse torna nel cuore di Roma a interpretare la tradizione italiana (e laziale) prendendo sapore e sapere nel primo ristorante mai aperto a sua firma nella capitale d’Italia da poco inaugurato all’interno del Romeo Hotel, a due passi da piazza del Popolo, un indirizzo di lusso artistico e sostenibile che porta la firma dell’archi-star Zaha Hadid fra linee fluide, materiali preziosi come il marmo nero Marquina e quello bianco di Carrara, l’ebano Macassar e opere d’arte ovunque, un museo diffuso in un magnifico palazzo del ‘600.
In quasi 50 anni di attività (nel 2026 taglierà il traguardo dei 70 anni) di mestoli negli impasti e di coltelli nei suoi sformati ne ha infilati moltissimi. Fin da bambino, quando trascorreva ore nella “grande cuisine” di nonna Jeanne, colpito da attrazione odorosa («i profumi di baguette e biscotti che uscivano da lì erano irresistibili all’epoca e tuttora sono ricordi determinanti», confida), collaborando al punto che il dolce di Natale dei suoi dodici anni fu un soffice (e profumatissimo) gateux di cioccolato firmato dal piccolo Alain e divorato dall’intera famiglia Ducasse nella fattoria di Castelsarazzin, nel sud ovest della Francia. Luogo dove il naso più fine del firmamento gastronomico si è allenato a fiutare ottimi affari e materie prime eccelse: «Per riuscire in pieno in un’impresa del gusto, il 60 per cento deve essere la qualità degli ingredienti, il 35 la tecnica, il 5 il talento. La mia ricetta si basa sul principio di una cucina essenziale, comprensibile, non sempre e necessariamente cara, cercando equilibrio fra tradizione, territorio, ritmo delle stagioni ed evoluzione dei progetti in luoghi belli del mondo». Come, appunto, da pochi mesi in Italia fra Roma e Napoli (dove nel centro storico c’è un altro ristorante AD aperto nel Romeo Hotel Napoli, a pochi passi da Molo Beverello), già mete-culto per i gourmet.
La perfezione
Un perfezionista ambizioso (nato sotto il segno della vergine) deve attrezzarsi per duplicare se stesso tutte le volte che serve. «Mi angoscia pensare — confessa — che una cosa bella e importante fatta da un uomo possa finire, non avere futuro, dopo la sua morte». Per questo nel suo gruppo lavorano migliaia di persone, tutte in sintonia con la sua testa e le sue passioni, alle quali delega molto. A Roma ha chiamato da Parigi Iacopo Iaulé, giovane e talentuoso chef che da allievo è diventato un maestro di cucina che prepara menu (9 o 6 portate i 2 menu degustazione, esclusi gli assaggi di benvenuto che già valgono il pasto, accanto a un selezione di pane e grissini sfornati in casa con burro di malga piemontese e olio dop del Lazio) sulla base di ingredienti locali, in un teatro futurista della cucina (a vista). Ogni piatto “parla” di Roma ma per raccontarla a modo “suo”. «Oggi non si può mangiare come nell’Ottocento, così come non si deve chiedere salmone fresco in Asia o carne di agnello alle Maldive. Quando stavo aprendo a New York, sono andato in Alaska a conoscere i pescatori che ci avrebbero fornito il pesce. A Monaco la mia cucina guarda al Mediterraneo; a Parigi non tradisco mai il burro, condimento base delle genti del nord; ad AlUla dove ho un pop-up restaurant propongo la carne di cammello confit alla Rossini e l’uso di curcuma, zafferano, pistacchi locali; a Kyoto il menu omaggia la cucina giapponese con tocchi francesi: radici di bambu con tartufi, vongole con caviale, aragosta con radici daikon, il ravanello coltivato nella zona di Kyoto».
Mentre nei piatti-palcoscenico proposti a Roma vanno in scena ravioli di fave con seitan e pecorino romano, sella di agnello laziale marinata alle acciughe (del Mare nostrum), carciofi e puntarelle a km zero in un’interpretazione inimitabile. Prudente, riflessivo, pignolo per gusto e necessità il maestro francese con l’Italia dei sapori perduti e ritrovati e col mangiar lento di Slow Food ha molto da condividere. «Un’iniziativa come Terra Madre, la grande sfida mondiale lanciata da Carlo Petrini, è un’idea eccezionale: riunire migliaia di produttori di tutto il mondo non è solo un grande meeting, ma è un’occasione per ridare stima di sé a contadini, allevatori, a tutti quegli artigiani della terra, uomini e donne del pianeta che nutrono amore, passione, rispetto per il buono. Sono loro, in verità — quelli che stanno preservando le biodiversità, le differenze — che io e la mia équipe poniamo al principio del nostro lavoro. La globalizzazione dei cibi non gratifica lo stomaco, lo riempie e basta».
«L’Italia in questo senso — continua Ducasse — è fantastica, non solo per certe iniziative, ma per la resistenza silenziosa di migliaia di massaie che salvano la memoria e la cultura di cucine regionali, vere detentrici del sapere gastronomico. Il vostro Paese ha una cucina femmina, mammarola. Certo ci sono anche cuochi eccezionali, pensiamo a Gualtiero Marchesi che ha segnato una svolta nella gastronomia italiana unendo rigore e fantasia, linea seguita tuttora da molti piccoli o grandi chef il cui comune denominatore è il rispetto del territorio in cui operano». Qual è, privatamente, il piatto preferito di Ducasse? «Il mio menu ideale è una triglia di scoglio al naturale, magari in riva al mare, con una fetta di pane bianco bruscato, un filo gentile di olio extravergine d’oliva e niente più. Da gustare con lentezza».