Stevie Kim e l’arte di comunicare il vino: “Prendete esempio dal Lambrusco”
di Mariella TanzarellaEsperta di vino e marketing, Kim è protagonista a Identità Golose 2025. “Gli italiani sono super creativi, ricchi di immaginazione, ma sono individualisti, e questo si ripercuote anche sulla comunicazione”
C’è una piccola signora con un grande magnetismo e una grande capacità di fotografare le situazioni, analizzarle e trovare i punti di debolezza e di forza. Stevie Kim, super-esperta di vino e marketing, managing partner di Vinitaly International, ha sorpreso tutti nel suo intervento ieri a Milano a Identità Golose, ventesima edizione del primo congresso internazionale di gastronomia lanciato in Italia. Nella sessione dedicata all’enoturismo (dove era sul palco assieme a Roberta Garibaldi, Cristina Ziliani, Guido Martinetti e il moderatore Federico De Cesare Viola) ha iniziato proiettando due spot, uno, virale sui social, con la solita bella figliola, non molto vestita, che si agita dentro e fuori da una automobile di lusso, un brand storico, ripetendone il nome in un sussurro sensuale. L’altro, protagonista un uomo e una bottiglia di Lambrusco. Lui, un giovane energico ma senza pose, molto spontaneo, mostra i dettagli della bottiglia, li sfiora senza malizia ma con amore, versa il vino in un bicchiere, e continuamente ripete "Lambrusco”.
Il vincitore, chiaramente, è lui, l’impatto sulle persone presenti è netto, se non conoscessimo già il Lambrusco comunque non ce lo dimenticheremmo più. Perché lo ha fatto? “Perché bisogna sapere come si comunica il vino”, dice Kim. Sembra facile, ma evidentemente non lo è. Nemmeno per una nazione di vignaioli e di consumatori di vino come la nostra, dove a quanto pare non c’è ancora una cifra unanime per scegliere le modalità di promozione e di comunicazione di un fondamentale prodotto nazionale, responsabile, assieme alla gastronomia, di cifre record per l’export ma anche e soprattutto per il turismo, i cui flussi viaggiano sempre più sull’onda dei piaceri del palato. Stevie Kim è di origine coreana ma cresciuta negli Stati Uniti e molti anni fa ha seguito il marito a Verona. Parla perfettamente l’italiano e ama il vino, perciò ha deciso di occuparsene. Partendo dai difetti da correggere. E dal palco lancia subito una sfida.
“Gli italiani sono super creativi, ricchi di immaginazione, nella moda e non solo, e il mondo li ama”, parte con argomenti soft. E poi affonda: “Ma sono individualisti, e questo si ripercuote anche su come trattano la comunicazione del vino. Gli spot delle aziende sono spesso con una bella ragazza, un calice, magari una piscina sullo sfondo, o la faccia del proprietario e tante suggestioni sempre uguali”. Se togliamo l’etichetta, le bottiglie e il messaggio si assomigliano tutti. Poi mostra un altro video, Oscar Farinetti con una bottiglia di Barolo in mano dice cose affettuose ed entusiaste sul vino, in un inglese approssimativo, ma con un tono così efficace che convince. E arriva a dire qualcosa che è vicina a un’eresia: consiglia di berlo freddo. “Ma lui – dice – colpisce nel segno. Ha un modo di comunicare diretto, efficace”. E allora, perché non fanno tutti così? Perché è difficile fare le cose semplici. Inoltre, spiega Kim, “l’Italia ha una biodiversità straordinaria, centinaia di vitigni, ma questa è un’arma a doppio taglio: è una ricchezza enorme, ma complica le cose. Crea confusione. In Francia fanno tanti vini con dodici vitigni, qui si rischia di smarrirsi”.
Riassumendo, ci sono tanti potenziali consumatori, anche all’estero, specialmente negli Stati Uniti, il Paese dove, più che altrove, gli emigrati del secolo scorso hanno esportato le bontà e le eccellenze, la simpatia e il saper fare degli italiani, sono stati i primi ambasciatori del made in Italy, perciò gli americani amano “la dolce vita” da sempre e il mondo li ha seguiti. Ma se vogliamo che vengano in Italia a scoprire i nostri territori, dobbiamo fargli capire dove sono. E anche Kim individua una soluzione nella formazione. “Ho creato una scuola, Vinitaly International Academy, per formare super esperti con nozioni molto tecniche, è importante quello che loro possono fare nel mondo. Ma anche ai consumatori bisogna insegnare tante cose. E usare un linguaggio semplice, abbandonare gli snobismi, i tecnicismi. E poi, non ditemi che i giovani non bevono più il vino: il problema è che non è accessibile! Le aziende devono produrre vini a prezzi accessibili, buoni ma abbordabili anche per un giovane. Se può permetterselo, poi può anche studiarlo, capirlo e amarlo. Così si educano i consumatori”. Infine, Kim da anni produce un podcast in inglese, sul vino. In inglese, perché non dimentichiamolo, i turisti enogastronomici arriveranno sempre più dagli Usa e da tutto il mondo, se sapremo attirarli.