Maradona Youssef: “Barbieri, un maestro. Ma ora sogno la stella con la mia cucina libanese”
di - di Nicoletta MoncaleroSu 280 aspiranti chef entrati nel cast di MasterChef Italia solo uno è stato chiamato da uno dei giudici per aprire un locale: fu assunto al Fourghetti a Bologna. Ora guida Mezé, a Milano
Su 280 aspiranti chef entrati nel cast di MasterChef Italia solo uno è stato chiamato da uno dei giudici per aprire un locale. Era la quinta edizione, e dopo due mesi dalla messa in onda dello show e dalla proclamazione di Erica Liverani come vincitrice, lo chef Bruno Barbieri ha chiamato Maradona Youssef, uscito ad un passo dalla finale e dal podio, quarto classificato: Barbieri stava aprendo il Fourghetti a Bologna e voleva Maradona al suo fianco. È stata la prima edizione di MasterChef di Cannavacciuolo: e anche lui ha chiamato qualcuno, Gianni Bertone, che però non era entrato nel programma. Oggi è l'executive Laqua by the Lake di Cannavacciuolo, una stella Michelin dallo scorso ottobre. La sua però è un'altra storia.
L’opportunità più grande quell’anno, nel 2016 (ma anche per gli anni successivi se consideriamo solo la masterclass) l’ha avuta quel giovane studente di Scienze dell'Educazione di Trieste, Maradona. Non è più successo a nessun altro, in nessuna altra edizione. “Chi ha avuto la fortuna di entrare in una cucina con un giudice - dice - l'ha fatto per una breve esperienza, per uno stage. Io invece ho lavorato per un anno e mezzo con lo chef Bruno. Per 18 ore al giorno. E stata tutta un’altra cosa".
Perché è stata un'esperienza diversa la sua?
"Mi ricordo ancora la telefonata, quando ho messo giù, tremavo. Mi ricordo le esatte parole. Lui mi ha detto: "Sarai l'anima del mio nuovo locale". Non andavo a fare uno stage, l'aiutante o il capopartita per imparare. Andavo a imparare il mestiere al suo fianco. Anche Rubina Rovini e Andrea Torelli (altri due concorrenti della stessa edizione, ndr) sono stati dallo chef Cannavacciuolo, ma ci sono rimasti due mesi e poi basta. Per me si apriva un'opportunità diversa, imparare l'impostazione di una cucina da uno degli chef più stellati in Italia. Cucinavo, stavo in sala, incontravo i clienti, avevo un menù tutto mio per gli antipasti e per chi stava al bancone. È stata una grande responsabilità ma anche una grande gavetta”.
Quando è entrato a MasterChef aveva in mente di aprire un suo locale?
“No. Per me MasterChef era la chiave d'oro che mi permetteva di entrare nelle case degli italiani. Arrivo dal Libano, ero guardato con diffidenza. Dopo MasterChef mi conoscevano tutti e tutti si fidavano di me. Ero uno studente, conoscevo la cucina italiana perché a Trieste mio zio che è un famoso osteopata in città mi portava a mangiare fuori, mi insegnava come degustare il vino. La famiglia e gli amici mi insegnavano i piatti tipici. I miei compagni di università mi dicevano sempre che in cucina mi illuminavo. E io passavo il tempo a guardare Masterchef Australia che era l'unica edizione che veniva trasmessa in chiaro”.
Quando ha capito che la cucina era la sua strada?
“Grazie al programma ho capito che avevo talento. Che in cucina funzionavo, non solo in tv. Ho capito cosa avrei fatto da grande. Sapevo che aprire un ristorante era un traguardo, non un punto di partenza. Non sono così presuntuoso da pensare che un programma tv ti basti per aprire e gestire un ristorante. Questo mi è stato chiaro subito: avrei lavorato sodo, imparato dagli altri le cose buone ma anche come riparare agli errori. Oggi 9 anni dopo MasterChef ho lavorato all'apertura di 17 locali. A Milano il progetto che parla delle mie origini, della mia terra, Mezè. È l'unico ristorante libanese che ho aperto”.
Anche Mezè ha una connessione con MasterChef?
“In qualche modo sì. Perché Costanza Zanolini che è la founder, l'imprenditrice dietro al progetto di Mezè, mi aveva visto nel programma. Voleva aprire un ristorante di cucina libanese e sapeva che lavoravo come consulente. Così mi ha chiamato a collaborare con lei. Io l'ho invitata da me a Trieste e le ho fatto assaggiare la mia idea di ristorante. È successo tre anni e mezzo fa, dopo due mesi abbiamo aperto”.
Cosa le ha cucinato per convincerla immediatamente?
“Le stesse cose che si mangiano oggi al ristorante. È cibo di casa, quello con cui sono cresciuto. Cibo di tutti i giorni, di famiglia. È convivialità e condivisione. Ma è anche un viaggio. Nel menù ci sono quattro itinerari gastronomici che percorrono il Libano da nord a sud. Ci sono piatti importanti per me, come il Djej Mhammar Bel Basal, tipico del nord del Libano e della religione cristiana. È un piatto casalingo, un pollo rosolato in pentola. Poi c'è ad esempio il Daoud Bacha, un piatto che deriva dall'ultimo re ottomano a Baghdad famoso per essere molto ghiotto. Sono polpettine tipiche del sud del Libano, con sugo di pomodoro, spezie, pinoli, accompagnato da riso libanese”.
Il cibo è cultura?
“Ne sono fermamente convinto. Qui raccontiamo un Paese attraverso i suoi piatti. Una nazione piccola di estensione, che è grande più o meno come il Friuli, ma che ha una tradizione gastronomica antichissima. In Italia non è ancora molto conosciuta, e anche a Milano ci sono pochi indirizzi dove fare una esperienza autentica. Da noi ad esempio c'è l'unico Saj di Milano. L'abbiamo lasciato ben in vista: è la cupola di ferro che serve per preparare il Khebez, il nostro pane cotto al momento”.
Ora si concentrerà sulla cucina libanese?
“Il mio sogno è far capire che la cucina libanese può anche essere di fine dining. C'è solo un ristorante libanese stellato, in Francia, il Qasti dello chef Alan Geaam a Parigi. Io vorrei essere il primo in Italia ad avere un riconoscimento importante”.
Punta alla stella?
“Non è nel mio carattere dire una cosa del genere. Dico solo che punto in alto, a fare una ristorazione di altissima qualità. Alzo l'asticella. Fa parte del mio carattere, sono sempre in sfida con me stesso. Si è visto anche in MasterChef: sono entrato ed uscito dicendo che non avrei mai messo in difficoltà nessuno, semmai avrei penalizzato me stesso. Ma non avrei mai e poi mai ceduto a giochetti. La mia sfida non era contro gli altri aspiranti chef ma contro me stesso. Dovevo capire se avevo talento o no”.
È ancora in contatto con qualcuno dei concorrenti?
“No. Quando sono uscito ho chiuso i ponti. Ma non per motivi particolari. Io semplicemente non ero e non sono interessato a tutto quel discorso social. Io voglio solo lavorare. Sporcarmi le mani in cucina. La fortuna non cade dal cielo. Bisogna andarsela a cercare”.
Tornerebbe in tv?
“Mi piacerebbe molto”.