San Valentino a tavola, quando il bacio fa rima con cibo
di Tecla BiancolatteDal santo “queer” protettore degli innamorati alla leggenda degli alimenti afrodisiaci fino al gesto originario della nutrizione. L’intervista all’antropologo Niola
I cibi, secondo l’antropologo Marino Niola, si dividono in due categorie, “quelli che rendono sazi e quelli che rendono insaziabili. A quest’ultima appartengono i presunti afrodisiaci, che in questi giorni trionfano nelle cene a lume di candela e trasformano la tavola di San Valentino in una terra promessa dell’eros”.
Ristoranti con menu di coppia, tonnellate di cuori di cioccolato, corsi per cucinare a quattro mani, il format di San Valentino anno dopo anno dilaga sempre di più.
Ma riavvolgiamo il nastro. Partiamo dal 14 febbraio. Perché si festeggia San Valentino?
Perché come tutti i santi il suo giorno di nascita è il suo giorno di morte, quello del martirio. San Valentino è un vescovo originario di Terni, ma che diventa il simbolo globale dell’amore, perché il suo primo miracolo è quello di favorire un’unione tra un pagano e una cristiana. Siamo intorno al III secolo d.C.
Un’unione proibita a quei tempi.
Sì ed è la prova che san Valentino è un santo che protegge qualsiasi tipo di amore, senza barriere. Oggi diremmo un santo queer. Nella Francia medievale il giorno di San Valentino si tenevano le cosiddette corti d’amore, dove gli innamorati esponevano le proprie ragioni e la giuria, composta da sole donne, giudicava chi avesse ragione e chi avesse torto. Il giudizio era inappellabile. Ed era competente su tutti i tipi di controversie amorose, anche dello stesso sesso. In Inghilterra Geoffrey Chaucer, in un’opera che si chiama Il Parlamento degli uccelli, parla appunto dell’amore universale legato a san Valentino.
Come si arriva alla fama mondiale di Valentino e al risvolto consumistico della festa?
Il carico da novanta ce lo mette Shakespeare nell’Amleto dove Ofelia canta una canzone che dice: “Domani è San Valentino, busserò alla tua finestra e diventerò la tua Valentina”.
Non a caso nei paesi anglosassoni la stessa parola “valentina” indica una lettera d’amore.
Sì ma anche i fidanzati si chiamano “valentini”, appunto come Ofelia. Frank Sinatra cantava “My funny valentine”, che è stata una delle canzoni più amate del secondo dopo guerra, e una delle più reinterpretate, da Ella Fitzgerald a Chaka Khan, da Van Morrison a Miles Davis, da Ornella Vanoni ad Achille Lauro. Quest’anno c’è anche la congiunzione astrale San Valentino-Sanremo. Quando la festa si globalizza e diventa un format, ai valentini non basta più scambiarsi le lettere e la parte dei leoni la fanno i cuori. D’oro in certi casi e di cioccolato in altri. Gli innamorati sacrificano al patrono dell’amore cene romantiche spesso a base di cibi cosiddetti afrodisiaci.
Una leggenda, però, quella che esistano dei cibi afrodisiaci.
In parte sì. Anche se una leggenda molto diffusa. Fin dall’antichità si associavano certi cibi all’amore. Si chiamavano gli afrodisia, da Afrodite per i romani Venere, la dea dell’attrazione erotica. Nata dall’effervescenza del mare e raffigurata dentro una conchiglia. Come fa Botticelli che nella Nascita di Venere, che si trova agli Uffizi, trasforma la seduttrice divina in un’allusiva ostrica soprannaturale. In realtà la speranza è che una bistecca plachi l’appetito e che l’ostrica lo risvegli. Ma è tutta una questione di fantasia non certo di farmacia. Peperoncino e cioccolato, mandorle e anice stellato, rucola e liquirizia, asparagi e carciofi, zafferano e zenzero, aragoste e datteri. Gli alimenti viagra non esistono. Lo scrittore catalano Vázquez Montalbàn, nelle sue Ricette immorali, dice che l’unico vero afrodisiaco è la coppia ben assortita. Insomma, il massimo della voluttà è mangiare il partner. Senza esagerare. Esiste un rapporto molto stretto tra sensualità e oralità. Di fatto la bocca è una sorta di centralina dell’amore. Riceve e trasmette segnali di attrazione, protezione, tenerezza, appetiti. Del resto abbiamo cominciato a baciarci proprio per scambiarci il cibo.
Il bacio quindi come mezzo di nutrimento?
Sì, secondo antropologi come Margaret Mead ed etologi come Desmond Morris, il bacio nasce dall'uso di scambiarsi qualcosa attraverso le labbra. Morris lo fa risalire agli ominidi preistorici che nutrivano i piccoli bocca a bocca. Il gesto originario della nutrizione, cioè di passare il cibo, diventa poi il simbolo della passione. Di quel meraviglioso corpo a corpo che accende la scintilla dell'eros.