Carlo Cracco: “Non sono cattivo, è Masterchef che mi ha disegnato così...”
di Lara De LunaLo chef si confessa in un podcast: “Al provino cercai di non farmi prendere. Quel programma mi ha stravolto la vita. Dinner Club è completamente diverso”
Caratterialmente schivo e gentile, è diventato in realtà famoso al grande pubblico attraverso una televisione che l’ha mostrato più aggressivo di quello che in realtà è. Oggi è tornato sul piccolo schermo grazie al fortunato - e ben fatto - Dinner Club prodotto da Prime Video, ma il Carlo Cracco dell’immaginario pop è quello di Masterchef e Hell’s Kitchen. Ed è proprio da qui che ha cominciato a raccontarsi in The BSMT di Gianluca Gazzoli, fortunato podcast di interviste. Una chiacchierata lunga un’ora e mezza in cui lo chef di Cracco in Galleria si racconta a tutto tondo, compresi alcuni spaccati destinati a fare il giro del Web che riguardano il cooking show più famoso di tutti. Una sorta di insider nelle regole di Masterchef, a partire da quello che era stato il suo provino.
Iniziato nel 2011, era un format già molto famoso all’estero e in Italia si presentava come una sfida. Come sono stati scelti però i protagonisti che oggi sono diventati più familiari di alcuni attori? Il provino di Carlo Cracco è stato incentrato sulla sua capacità di dare un giudizio. Davanti a lui una ragazza e un cannolo, con la telecamera in realtà puntata sul cuoco veneto. In fondo alla stanza, solo “Rosa (la moglie, ndr), gli autori e pochi altri” con quella riservatezza che ancora oggi caratterizza alcuni passaggi della produzione dello show.
“Io - continua Cracco - ho pensato: se faccio quello gentile forse mi prendono, per cui faccio l’opposto, faccio il maleducato. Comincio a essere duro, ci sono andato giù pesante”. D’altronde, come lui stesso racconta, già a un primo approccio avvenuto due anni prima si era negato, fingendosi al telefono il suo stesso assistente. Ma alla fine, evidentemente, qualcosa nel suo piano è andato storto, stando alle 7 edizioni di cui è stato co-protagonista. “Quando ho alzato gli occhi - ricorda - ho visto la gente esultare. Alla fine sono uscito e mi hanno detto che ero stato preso”. Il viaggio è iniziato da lì. Da lì anche la sua fama di duro, di insegnante severo: “Non volevo necessariamente essere eccessivo, ma ci tenevo ad avere una linea e seguirla. Non mi interessava solo lo show in quanto tale, ma per me era importante che poi uscisse qualcuno di valido”, con un’opportunità di farcela. “L’avevo presa sul serio, forse anche troppo”.
“Non potevamo immaginare il successo che c’è poi stato, è qualcosa che ti stravolge la vita. Ma porto con me tanti bei ricordi, soprattutto delle prime edizioni” che avevano ancora, come per tutti i game-show o i reality, quell’aura di ingenuità di chi ancora non conosce il sistema. Le maggiori soddisfazioni, forse “le ho avute dall’esperienza di Hell’s Kitchen, anche se è un programma meno popolare. Forse perché è tutto incentrato sul mondo professionale”. Basti pensare “che il vincitore della prima edizione oggi ha un ristorante con Stella Michelin, una delle finaliste anche ha un suo ristorante. Tanti dei protagonisti di quel programma oggi hanno fatto carriera e raggiunto posizioni importanti. Era divertente, forse proprio perché era totalmente finto, poi vivevamo praticamente insieme”.
Sul lavoro quotidiano “l’impatto è stato quasi devastante. Alla fine cerchi di venirne fuori, di trovare un equilibrio. Io ci ho messo un po’. Poi a un certo punto ho deciso di staccarmi e di continuare il mio percorso principale, che è sempre stato quello del ristorante, della Galleria (Cracco in Galleria, ristorante 1 stella Michelin) che nel frattempo avevo già preso e che si è subito rivelato un progetto che aveva bisogno di focus, energie, concentrazione”. In mezzo la perdita di una stella, tanti stravolgimenti e un’epoca totalmente diversa della sua vita in cui è tornato “a fare quello che mi piace”. Forse anche per questo di Dinner Club, la sua ultima avventura, parla con un affetto intenso.
“È qualcosa di totalmente diverso. Perché i programmi incentrati su una gara, su un game, un gioco, vanno bene perché ci sono dei ragazzi che si lanciano nel cercare un’opportunità, nel cercare la loro occasione. Un programma come Dinner Club invece ti porta a viaggiare, a cercare” un punto di vista diverso sul mondo e sul viaggio. Un’occasione per scoprire aneddoti, carattere e pezzi di vita assolutamente inediti dei suoi ospiti - in tre edizioni da Fabio De Luigi a Cristian De Sica, da Paola Cortellesi al “sommelier” Antonio Albanese, c’è del materiale interessante - “e anche di me stesso. In questa edizione abbiamo fatto oltre 500 chilometri tutti e 4 insieme su un camper (insieme a Cracco e De Sica sono stati protagonisti Emanuela Fanelli e Rocco Papaleo, ndr) e questo crea un legame, porta a svelare delle parti di te stesso” e anche a superare dei limiti. “Come quella volta che nonostante il freddo, in pieno marzo, abbiamo messo la muta e siamo andati a pescare. È un modo di fare e raccontare il mio mestiere, che è quello di cucinare sì, ma anche di viaggiare e scoprire posti e sapori da portare nel piatto”.