Pesce e crostacei per gli italiani sono una vera passione. Ne consumiamo quasi 30 chili all’anno a testa, contro i 25 della media europea. Ma negli ultimi tempi la sensibilità verso i temi che riguardano animali e ambiente è aumentata nei consumatori. E mentre fino a qualche tempo fa era facile sentire esclamazioni di compiacimento di fronte a una vetrina di astici e aragoste “ancora vivi”, oggi le cose stanno cambiando. Diventa importante non solo che quei pesci siano freschi. Anche chi ne è ghiotto, sempre di più si preoccupa della salute di questi essere viventi, facendo attenzione affinché non patiscano sofferenze nelle fasi fra la pesca e la messa in tavola.
A tal proposito, ha suscitato curiosità il video postato nelle storie di Instagram del cantante Salmo che prima, giovedì 25 luglio, ha liberato un’aragosta in mare (era già successo in Sardegna la scorsa estate quando una turista ne aveva acquistata una per 200 euro per poterla ributtare in acqua ). Poi, il giorno dopo, scherzandoci su, il giovane cantante ha pubblicato un'altra story in cui ha “liberato” una cozza in mare, commentando scherzosamente “Zio Angelo del chiringuito mi ha fatto la pasta con le cozze e non ce l’ho fatta raga”. Il video ha fatto il giro del web.
Ma quel post diventa anche lo spunto per una riflessione: come vengono trattati i crostacei nei supermercati, nei negozi e nei ristoranti? È permesso esporli e venderli vivi? E metterli vivi, sul ghiaccio e con le chele legate? Come si conciliano il piacere e il consiglio di tanti nutrizionisti di cibarsi di prodotti ittici, caposaldo della Dieta Mediterranea, con il trattamento a cui gli stessi rischiano di venire sottoposti?
Le lacune normative: il caso dell’Emilia Romagna
La premessa è che in Italia e nell’Ue non c’è una legislazione specifica, che dia un indirizzo preciso sul trattamento di astici e aragoste. Alcuni enti locali invece danno disposizioni in materia, vietando certe pratiche. Ne è un esempio l’Emilia Romagna che rappresenta un caso virtuoso in Italia: tra i Comuni dove sono in vigore regolamenti per la tutela dei crostacei decapodi figurano Bologna, Ravenna, Parma, Reggio Emilia, Maranello, Zocca e tanti altri.
Ma in assenza di direttive nazionali e comunitarie chiare, inevitabilmente il dibattito è sempre acceso. In Italia ci sono state delle sentenze in merito, ma le diverse interpretazioni dei giudici hanno dimostrato come in realtà ci sarebbe quanto mai bisogno di una normativa univoca. E se da una parte esiste il reato di maltrattamento verso gli animali in cui sembra rientrare la pratica di legare le chele degli astici (l’art. 544-ter del Codice Penale, “Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche è punito con la reclusione da tre mesi a diciotto mesi o con la multa da 5.000 a 30.000 euro), dall’altra, parlando di cottura dei crostacei vivi, la Cassazione ha anche dichiarato che “le modalità di cottura rientrano in un uso comune legato alle tradizioni culinarie”. Si resta nel campo dell’interpretazione.
Due casi recenti che fanno discutere
Sono due gli episodi accaduti negli ultimi anni che hanno risollevato il tema e suscitato dibattito. Nel 2017 si alza un gran polverone quando la Cassazione conferma la condanna nei confronti di un ristoratore di Campi Bisenzio (Firenze), già condannato in primo grado perché teneva crostacei dentro una cella frigorifera, con le chele legate (sentenza numero 30177 del 16 giugno 2017). La Cassazione parla di “detenzione di crostacei in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze”, sancendo così il fatto che i crostacei sono essere che sentono dolore. Nella memoria difensiva degli animalisti, costituitisi parte civile, si faceva riferimento a un parere del 2007 del Centro di referenza nazionale per il benessere degli animali (Crenba) dell’Istituto zooprofilattico della Lombardia e dell’Emilia Romagna, che parlava proprio di “sofferenza di aragoste e astici vivi con chele legate e su letto di ghiaccio durante la fase di commercializzazione”.
Nel 2019 invece nel mirino era finito un ristoratore del centro storico di Roma che teneva i crostacei su ghiaccio, sempre con le chele legate. Ma il Tribunale penale della capitale nell’autunno 2023 ha rigettato l’accusa di maltrattamento sugli animali nei confronti del ristoratore, dimostrando così la opinabilità del problema, in termini di diverse interpretazioni da parte dei giudici.
Gli animalisti: basta sofferenze per i crostacei
Tra le associazioni in difesa degli animali più attive sull’argomento c’è la Animal Law Italia (Ali) che sta portando avanti una battaglia – con una petizione aperta “Dalla parte dei crostacei” (arrivata a 7500 firme) suffragata da studi scientifici e report universitari a sostegno della propria tesi oltre che da una indagine su come vengono presentati e conservati i crostacei nei supermercati. In sintesi, Ali chiede di non vendere più crostacei vivi e di mettere fine alle loro sofferenze. Lo spiega l’avvocato Alessandro Ricciuti, presidente di Ali, dal 2012 in prima linea nella difesa degli animali, in particolare modo dei crostacei. “Non c’è un divieto esplicito di esporre crostacei vivi ai fini della vendita su ghiaccio e con le chele legate, c’è però la sentenza del 2017 della Cassazione sul caso di Campi Bisenzio che parla chiaramente della sofferenza che questa pratica causa ai crostacei. Lì la questione era particolarmente grave perché gli astici, oltre tutto, erano anche in una cella frigo. Ma allo stesso tempo la sentenza del tribunale di Roma dell’autunno 2023 ha assolto il ristoratore romano da analoga accusa, fornendo un’interpretazione del regolamento comunitario secondo cui i prodotti della pesca devono essere refrigerati per conservati meglio. In realtà quel regolamento si riferisce a pesci non vivi, ma in quel caso è stata accolta la tesi difensiva. Il precedente non ha vincolato altri giudici. E la conclusione è che ci ritroviamo ancora a dover ribadire che gli animali soffrono così”. Negozianti e ristoratori, dal canto loro, spiegano che legare le chele è un modo per evitare che gli animali si feriscano e che facciano male a chi poi dovrà prelevarli. Per uscire dall’impasse, Ali ha portato avanti degli studi scientifici. “Le ricerche convergono nel dire che questi animali, sottoposti a certi trattamenti, patiscono. I crostacei non vivono mai a temperature sotto lo zero e hanno un sistema nervoso centrale, non ci sono dubbi sul fatto che provano dolore. Oltre tutto, dopo tutta quella sofferenza, per loro c’è anche la fine tragica, gettati vivi in acqua bollente. Per questo chiediamo che il legislatore si occupi del tema e vieti la vendita di crostacei vivi”.
La questione degli acquari
In acquario aragoste e astici stanno meglio, ma è una soluzione palliativa. “Trattandosi di animali che in natura non fanno gruppo, bisognerebbe tenerli prima di tutto separati, ognuno nella sua vasca – spiega Ricciuti – Inoltre, necessitano di ripari, che quindi andrebbero riprodotti in vasca perché gli astici in natura solitamente si nascondono. Non vanno poi esposti alla luce, vivono infatti al buio nei fondali perché il sole danneggia i loro occhi. Infine, negli acquari deve esserci una quantità sufficiente di acqua, ben ossigenata. Non è raro vedere nei supermercati esemplari ammassati e con poca acqua. È chiaro, dunque, che i supermercati non sono un posto idoneo per loro”. Condizioni difficoltose anche per negozi e ristoranti che lamentano la spesa eccessiva che ciò comporterebbe. Senza contare che resterebbe la cottura da vivi. “Il punto per noi è un altro: insistiamo che i crostacei andrebbero venduti morti – dice il presidente di Ali - come accade del resto per tutti gli altri animali, dai polli agli agnelli e così via, e ben refrigerati”.
Ucciderli prima di cucinarli
Per Ricciuti vendere i crostacei vivi è “solo una questione culturale, ma così l’agonia si protrae per giorni: pensiamo alle sofferenze durante trasporto e stoccaggio, e infine alla pratica della bollitura da vivi. Con l’educazione, anche il consumatore capirebbe e farebbe un salto culturale”. Cosa che molti hanno già fatto.
Su questo punto l’associazione Ali ha interpellato lo chef volto noto di MasterChef Giorgio Locatelli. “Bollire gli astici vivi è crudele, andrebbe imposto l’uso dello storditore elettrico”, aveva detto il cuoco-giudice lo scorso gennaio. Lo racconta Ricciuti: “Lui usa dispositivi per stordire gli esemplari elettronicamente: il tutto dura un decimo di secondo e i crostacei non soffrono”.
Procedimento che, già da qualche anno, avviene ad esempio in Svizzera, dove, dall’1 marzo 2018 non solo è vietato tenere i crostacei vivi sul ghiaccio, ma gli stessi devono essere uccisi, prima di finire in padella, con la tecnica della distruzione meccanica del cervello oppure attraverso l’elettrochoc, che dura un istante, evitando quindi sofferenze. Analoghi provvedimenti sono già stati presi in alcuni Stati degli Usa, nel Regno Unito e in Olanda.