Provate a chiedere ad un americano di Athens, Georgia, quali sono i tipici piatti delle festività natalizie nel suo Stato. Provate poi a chiederlo a un suo connazionale di Memphis, Tennessee. O a un newyorkese, a un texano, un californiano. Ebbene, con ogni probabilità, vi citeranno tutti le stesse (poche) ricette. Fate lo stesso gioco con i tedeschi, i britannici, i norvegesi, e via dicendo. O perfino con i francesi, per citare la cucina dei nostri orgogliosi cugini-rivali. Anche in questi casi vi troverete probabilmente di fronte ad un elenco risicato, e in generale molto uniforme su tutto il territorio nazionale. A Natale o a Capodanno (ma anche a Pasqua, Carnevale o Ferragosto), gran parte delle nazioni occidentali hanno un corpus ridotto e generalizzato di piatti identitari nei quali si riconoscono i loro abitanti, anche ai capi opposti degli Stati.
L’Italia no, l’Italia è diversa. L’Italia è un caleidoscopio, un puzzle di mille colori nel quale ogni regione, ogni provincia, ogni comune (e i più estremi dicono anche “ogni singola famiglia”) ha la propria personalissima tradizione delle feste, la propria univoca memoria di sapori, odori, ricette. Spesso noi stessi non ce ne rendiamo conto, e pensiamo alla cucina italiana come un monolite. Ma non è così.
Piemonte: le pere Martin Sèch e la passione vegetale
Su un’alzatina in vetro con lo sciroppo di vino colante o in una teglia appena sfornata. Le pere Martine o Martin Sèch sulle tavole natalizie in Piemonte rappresentano un obbligato quanto piacevole fine pasto. Sono una varietà di pere dalla dimensione ridotta rispetto al normale e vengono solitamente mangiate cotte.
Valle d'Aosta: la micòoula
Il Natale in Valle d’Aosta profuma del pane dolce cotto nei forni di paese. L’origine di alcune ricette si perde nel tempo e vengono tramandate da generazioni. Fra queste c’è la micòoula, l’antesignano del panettone, fatto di farina di segale e frumento a cui si aggiungono castagne, uvetta, fichi e altri prodotti locali per renderlo più ricco.
Lombardia: il cappone
“Pollin de Natal”: si chiama così il secondo tradizionale del Natale milanese. Per rispettare la storia, ci vuole il cappone, anche se c’è chi si preferisce il tacchino. L’importante è che sia un animale da cortile. Oggi, per Natale viene offerto ripieno e cotto al forno.
Liguria: il brodo
Il brodo in tavola è una tradizione, poi, da città a città, lo si serve il giorno di Natale o il 26. Ed è di cappone, accompagnato da una pasta tradizionale - i Natalini - che ha la forma di maccheroncini lunghi. Il piatto, che a Genova è detto “Natalin in to broddo”, non si limita a brodo e pasta, ma vede la presenza di polpettine o bocconcini di salsiccia.
Toscana: crostini e fegatini
Il carattere schietto e a volte ruvido dei toscani si riflette in cucina. Non fanno eccezione i crostini di fegatelli o crostini neri, tipico antipasto di ogni pranzo delle feste che si rispetti, da Arezzo a Firenze, da Siena alla Versilia. Alla larga gli amanti dei sapori delicati: il pane cosparso dalla crema di fegatini di pollo – della consistenza a metà tra un ragù e un paté – è sfrontato, rustico, deciso, l’odore forte ma non privo di fiera eleganza.
Veneto: rosso radicchio
Prima del pandoro, il radicchio tardivo. Il pranzo delle feste in Veneto ha il sapore di un ortaggio di stagione e il colore del Natale per eccellenza, il rosso. I piatti? Il risotto, con il Carnaroli coltivato nelle risaie a est di Venezia o con il Vialone Nano di Isola della Scala. Importante raccoglierlo dopo aver subito due brinate, come prevede il disciplinare: così sarà croccante e con il caratteristico tono amarognolo.
Friuli Venezia Giulia: Gubana e Presnitz un dolce natale per due
In una terra di confine convivono due anime, una friulana e una giuliana, che rendono la regione un’antologia di sapori sorprendenti. Allo stesso modo due dolci specialità, nate dalle due tradizioni, imbandiscono le tavole natalizie e deliziano i giorni delle feste: sono la Gubana, dolce friulano nato nelle Valli del Natisone e il Presnitz, prelibatezza triestina, che, frutto della contaminazione gastronomica austro-ungarica, rivendica un’impronta mitteleuropea.
Trentino-Alto Adige: i canederli
Ai Mercatini di Natale sono diventati perfino uno street-food, da consumare caldi conditi con il burro oppure al brodo, con una scodella. Prima di lasciar campo a strudel, dolci e vin brulè. I canederli sono conosciuti in Alto Adige e nell’intera area germanofona come knodel (dal tedesco knot, ovvero grumo) oppure bales (pallette) nei paesi di cultura ladina). Nelle versioni più classiche, sono anche protagonisti della tavola natalizia.
Emilia-Romagna: tortellini e cappelletti
Opulenta come da copione la tavola imbandita per il Natale in Emilia-Romagna. Tra taglieri di salumi, bolliti, cotechini e zamponi, lasagne e tortelli verdi, un posto d’onore spetta ai tortellini o ai cappelletti o agli anolini, piccoli scrigni di pasta fresca all’uovo. I più famosi tra le paste ripiene emiliane sono i tortellini alla bolognese, ripieni di lombo di maiale, prosciutto crudo, mortadella di Bologna, parmigiano, uovo e noce moscata.
Umbria: tra norcineria e oca arrosto
Tavola che profuma di terra quella umbra. Anche a Natale dominano i prodotti della tradizione contadina. Testimone della cultura culinaria è l’oca arrosto che spesso fa da contraltare alla selvaggina, come piccioni e fagiani. Selvatica o domestica, diffusa in allevamento soprattutto nella zona di Bettona (che le dedica una sagra), deve essere giovane, spiumata e fiammeggiata, e contenere le frattaglie.
Marche: passatelli
Nelle versioni contemporanee, come nei piatti degli chef al ristorante, li troviamo anche asciutti, conditi da sughi e ragù di pesce, ma la ricetta classica della tradizione casalinga vuole il brodo e resta un must insostituibile. I passatelli, molto amati in Emilia-Romagna, sono altrettanto tipici nelle Marche dove si portano a tavola per il pranzo di Natale.
Abruzzo: Lu cardone
Un must che non può mancare in ogni brodo natalizio è “Lu Cardone”, il cardo, un ortaggio tipico del territorio abruzzese simile al sedano ma appartenente alla famiglia dei carciofi, che cresce solo in questo periodo dell’anno. Bollito e tagliato a quadretti, quest’ingrediente regala un sapore unico e inconfondibile al brodo e incorona quest’antico comfort food re del Natale made in Abruzzo.
Lazio: arzilla e broccoli
Si dice arzilla, e si intende razza. Nome dialettale della razza chiodata che dà vita a una delle ricette regionali più tradizionali per la cena della Vigilia: una minestra di broccoli in brodo di arzilla. Pesce cartillagineo, privo di lische e dotato di un’ossatura flessibile da cui la polpa bianca filamentosa di stacca facilmente, l’arzilla regala al suo brodo un gusto marino dolce ma, allo stesso tempo, saporito.
Molise: il milk pan
Più che tipico, è unico: il milk pan è un dolce dei quali i molisani vanno fieri, una specie di zuccotto ricoperto da uno strato sottile di cioccolato bianco o alle nocciole, che avvolge un cuore di morbido di pan di spagna dal profumo unico grazie alla bagna liquorosa a base di Milk, appunto. Si tratta di un liquore a base di latte e erbe, ottenuto tramite processi di infusione e filtrazione, la cui ricetta risale alla prima metà dell’Ottocento.
Basilicata: U' cazoun
Definirlo una torta dalla forma asimmetrica è riduttivo. Lo fanno solo a Forenza (Potenza), a 836 metri d’altitudine. Per il ripieno si selezionano noci e nocciole, sgusciate, abbrustolite e passate, tagliate a pezzettini , come le mandorle tostate. Stesso procedimento per i fichi e il cioccolato fondente. A ogni acino di uva si tolgono i semini. Poi gli ingredienti si mescolano a cannella, cacao dolce e amaro, vaniglia, olio, miele, con una buccia d’arancia grattugiata. Nel forno avvolti da una pasta frolla “arricciata”, a merletto sui bordi. Oltre alla variante dolce, c’è quella agrodolce, la ricetta “antica” prevedeva sponsale e acciughe.
Puglia: il fritto e vincotto
Si frigge il baccalà per la vigilia. Si friggono i cavolfiori in pastella. Si friggono le pettole, le cartellate e i purcidduzzi. l profumo di fritto fa da contraltare quello più gentile ma altrettanto onnipresente del vincotto. Che sia mosto di uva o cotto di fichi, è il sapore dolce ma pungente di memoria contadina che ammanta le pietanze d’ordinanza durante le feste.
Campania: tra struffoli e scauratieddi
Natale è dolce? A Napoli sicuramente. Gli struffoli, piccole e rigogliose praline di pasta fritta ricoperte di miele, confetti e frutta candita ne sono il simbolo perfetto. Ma nel capoluogo le pasticcerie si riempiono abche di Raffiuoli Cassata, torroni e mustacciuoli. Senza dimenticare i Roccocò, ciambelle di mandorle poco conosciute ma amatissime, perfette da intingere nel vino dolce a fine pasto. Molti sono i dolci poco appariscenti ma golosi, come gli Scauratieddi cilentani (poveri ma profumatissimi) o le Crespelle, riccioli fritti che alcuni comuni dell’Irpinia condividono con la Puglia, dove si chiamano cartellate.
Calabria: il fritto
A Cosenza si chiamano cuddruriaddri, sono cudduredde o grispelle a Catanzaro, crispedd’ a Crotone, cururicchi o zeppole a Vibo Valentia, zippuli a Reggio Calabria. Non cambia la ricetta: impasto di acqua, lievito, farina, patate e sale. Il risultato è una sorta di panzerotto ripieno di alici o semplice a forma di ciambella. Qualcuno si diletta con farce come la ‘nduja o il caciocavallo silano. Il panzerotto non è solo un piatto della tradizione: è il protagonista di tutte le vigilie.
Sicilia: il buccellato
Un dolce mette d’accordo tutte (o quasi) le tradizioni dell'isola: il Buccellato. Il nome deriva dal latino Buccellatum ossia “pane da trasformare in bocconi”. Si presenta, nella sua forma originaria, come un dolce di pasta frolla di forma circolare riempito da un impasto a base per lo più di fichi secchi, scorze d’arancia e uva sultanina.
Sardegna: il maialetto
Croccante, grassottello, scioglievole, profumato di mirto. Il maialetto da latte in Sardegna deve essere rigorosamente in forma perfetta, ovvero tra i 6 e i 7,5 kg, e, altrettanto rigorosamente di nazionalità sarda.