C’è un prima, e c’è un dopo. E al centro, una data: 26 luglio 1986. Ma anche un luogo: la Tenuta di Fontanafredda, in provincia di Cuneo. Una cantina nobiliare, anzi addirittura regale, fondata da Emanuele di Mirafiori, figlio di Vittorio Emanuele II, nel 1878. Eppure, è proprio qui che ha mosso i passi una straordinaria avventura popolare: la nascita di Arcigola, che tre anni dopo sarebbe diventato Slow Food. Ma il successo travolgente, e internazionale, era di là a venire.
Anzi, guardando a quel giorno di luglio, verrebbe da dire “Eravamo quattro amici…in osteria”. Arcigola nasce come evoluzione strutturata della “Libera e benemerita associazione amici del Barolo”, un gruppo di appassionati che aveva preso l’abitudine di riunirsi intorno a una tavola, tra grandi formaggi e vini senza tempo. Il locale preferito? L’Unione, a Treiso. Ma anche la neonata (nel 1984) Osteria Boccondivino di Bra, con in cucina Maria Pagliasso. Giovani rivoluzionari e grandi vecchi del vino, uniti da un sentire comune. Da un lato, forse più banalmente, la salvaguardia di un patrimonio gastronomico tanto immenso quanto (allora) poco conosciuto ed esplorato. E dall’altro, in maniera modernissima, l’intuizione potente che il cibo è non solo nutrimento, ma anche cultura. Materiale, certo ma pur sempre cultura, pensiero, ragionamento. Fatta di persone, territori, storie di fatica e sopravvivenza quanto di sperimentazione e ricerca del piacere.
Poi la scintilla: pochi mesi prima, il 20 marzo, a Roma aveva aperto a piazza di Spagna il primo grande McDonald’s italiano (dopo quello “sperimentale” di Bolzano l’anno prima). Un evento, per alcuni. Un affronto, per altri, tra i quali spiccava il giovane attivista e giornalista Carlo Petrini. Che in breve divenne il portavoce della protesta contro la banalizzazione del cibo insita nel concetto stesso di fast food. Il passo decisivo quindi in quel giorno di luglio, con l’atto costitutivo di Arcigola, che a tutto questo voleva opporsi. Tra i primi firmatari, oltre ovviamente a Petrini, altri nomi che hanno fatto la storia della nouvelle vague della gastronomia italiana, da Stefano Bonilli a Daniele Cernilli, da Gigi Piumatti a Sandro Sangiorgi e Silvio Barbero. E tanti altri.
Dopo quella firma, nulla è stato più lo stesso. Non che, in verità, non ci fosse già in Italia chi prendesse maledettamente sul serio cibo e dintorni. C’era l’elitaria Accademia della cucina italiana, fondata da Orio Vergani; c’era l’intellettuale rivista La Gola, edita a Milano; e c’era naturalmente l’anarchico e visionario Luigi Veronelli. Eppure, qualcosa mancava ancora, un approccio più godurioso e goliardico, o pop, diremmo oggi. Era, appunto il momento di Arcigola, con quell’Arci che faceva riferimento all’Arci, l’Associazione Ricreativa Culturale Italiana, l’organizzazione di ispirazione di sinistra che già in altri campi, dalla musica alla cultura, proponeva una fruizione meno paludata e più popolare.
Il passo successivo? Farsi conoscere. E quale contesto migliore del Manifesto, il quotidiano comunista sì, ma lontano dalla seriosa ortodossia del Pci? Detto fatto, passano pochi mesi e i “Neoforchettoni” come si erano ironicamente autodefiniti, sbarcano in edicola, come inserto di 8 pagine del quotidiano. A condurre le danze, un giovane Stefano Bonilli, uno dei firmatari di Fontanafredda. Che al supplemento da un nome che ne farà di strada: Gambero Rosso. Nome da osteria, quella dove Pinocchio incontra il Gatto e La Volpe.