Un ristorante per tutti che sia anche a misura di bambino. Che rispetti i suoi desideri e i suoi bisogni. E non (solo) quelli dei "grandi", dei clienti e dei ristoratori che invocano a più voci "educazione" negando l'accesso nei loro locali ai minori di 10 anni, come sta accadendo sempre più spesso all'estero e anche in Italia. Oppure multando i "genitori incapaci di fare i genitori" come è successo pochi giorni fa in America. Misure estreme che hanno fatto tanto discutere. Ma sempre i "grandi". Non loro, i piccoli clienti che Il Gusto ha deciso di interpellare e di ascoltare. Per capire cosa vogliono, cosa gli piace e cosa no quando vanno a mangiare fuori con mamma e papà. Non solo in pizzeria o al fast food. E non soltanto in uno dei "restaurant family" riservati alle famiglie con bimbi, ma in un locale "normale", vale a dire - in teoria - per tutte le età, dalla trattoria al fine dining.
La parola, insomma, ora passa ai protagonisti. Che non significa che è tutto permesso, che per il sol fatto di essere piccoli possono tenere in ostaggio una sala intera di commensali in punta di tavola, disturbando a più non posso (e non mangio in pace). Ma che forse troppo spesso non ci mettiamo dalla loro parte, non indossiamo i loro panni di clienti juniores. Del tema se ne è occupata anche Sara Roversi che qualche giorno fa è intervenuta nel dibattito ricordando un'esperienza del 2016: "Con Future Food Institute (di cui Roversi è fondatrice e presidente, ndr) organizzammo all’Opificio Golinelli (a Bologna, ndr) una 'juniorDesignJam' invitando 60 ragazzi delle scuole elementari a progettare con noi i ristoranti del futuro, imparando da loro quanto sia spesso scomodo, poco piacevole, caotico e monotono per un bambino ciò che invece diverte tanto noi genitori". I progetti presentati furono "attenti al dettaglio e al valore dell’esperienza, alla qualità dei materiali, degli odori e dei sapori, del suono, il rumore e la musica, dei colori, spazi che facilitavano il dialogo e la relazione, e la scoperta dei cibi. Senza mettere in dubbio l’importanza dell’educazione e del rispetto altrui - sottolinea -invito però tutti coloro che fanno ospitalità, accoglienza e ristorazione a mettersi ogni tanto anche nei panni dei più piccoli, e magari anche ad ascoltarti perché il loro punto di vista, il punto di vista dei cittadini del futuro potrebbe rivelaci prospettive di valore e magari insegnarci a trovare soluzioni che partono davvero dai bisogni dei veri fruitori dei nostri servizi". A distanza di anni Sara Roversi ricorda quello che la colpì di più dei desideri dei bambini per cambiare i ristoranti fatti per gli adulti: "La loro attenzione all'aspetto del rumore, del suono, dell'ascolto. E la scomodità delle sedute ovviamente non pensate per loro. Poi la voglia di verde: avevano disegnato tutte soluzioni piene di piante dappertutto".
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Cosa vogliono i bambini. La nostra breve panoramica di opinioni della clientela minorenne parte da Jacopo Sarnataro che ha 11 anni, vive ad Assisi ed è abituato fin da piccolo a frequentare ristoranti anche perché la mamma si occupa di comunicazione nel food &wine: "Non mi piacciono i menù per i bambini perché sono tutti uguali, solitamente con pasta corta al pomodoro, cotoletta e patatine. La maggior parte delle volte il cameriere neppure mi porta a far vedere il menù dei grandi dando per scontato che non mangerò come gli altri. E questo mi crea fastidio, mi fa sentire piccolo, quasi escluso. Invece voglio essere trattato come gli altri, mi piace quando mi spiegano i piatti. Un po' di anni fa - continua Jacopo - sono andato nei ristoranti per bambini (al Family Restaurant Bam Bam a Perugia, ora chiuso, e in quello dentro il parco divertimenti Gardaland, ndr). È stato divertente vedere gli adulti mangiare sui tavoli piccoli e quando i miei genitori hanno chiesto del vino il cameriere ha risposto che c'erano solo succhi e bibite. I grandi ci sono rimasti male proprio come quando io nei ristoranti eleganti chiedo aranciata e mi rispondono che non c'è". Pietro Castellani invece ha 4 anni vive a Spoleto e il suo papà è un organizzatore di eventi e manifestazioni come il recente Salone Nazionale del Tartufo Bianco Pregiato di Città di Castello (lui lo mangia da quando aveva due anni, lo gratta e lo fa diventare "neve che scende dal cielo e finisce sulle tagliatelle della nonna e sulla frittata", mangia di tutto, anche la cacciagione, ha un palato abituato ai sapori forti): "Io non mi diverto al ristorante -risponde - perché i bambini non possono cucinare. Voglio i ristoranti con delle piccole cucine dove noi bambini possiamo fare i piccoli chef, fare le tagliatelle. impastare la pizza e sbattere anche le uova".
Elia Giordano, 10 anni, aretino di nascita vive a Milano con la mamma che fa la psicologa: "Vorrei uno spazio confortevole -afferma- con delle piante e dove posso vedere come si prepara il cibo. Mi piacciono i posti che hanno uno stile, un arredamento che richiama il piatto principale e dove si capisce subito cosa si mangia". Giulia Tonghini ha 8 anni, è di Genova e la mamma lavora come consulente per l'ambiente e la sostenibilità: "Vorrei poter mangiare quello che mi piace insieme ai miei amici e poter giocare intanto che aspetto il mio piatto e quando gli adulti devono finire di mangiare e parlare fra di loro. Voglio un ristorante con i giochi". La pensano così anche le due sorelline Nora e Linda Miglio, la prima di 7 anni e la seconda di 5, anche loro di Verbania. La loro famiglia gestisce un campeggio. "Ci piacerebbe trovare qualcosa con cui giocare, per esempio un giardino con parco giochi e qualcosa di divertente da fare dentro dopo aver mangiato, per esempio dei fogli e dei pennarelli per disegnare". Poi ci sono anche i figli dei cuochi che vogliono dire la loro. Come Leonardo Pauselli, 5 anni, figlio dello chef del ristorante La Fugascina a Mergozzo, in provincia di Verbania, sulla sponda piemontese del lago Maggiore: "A me piace molto andare al ristorante -confessa - soprattutto se è quello del mio papà perché c’è un parco giochi vicino e poi perché ogni tanto lui mi fa assaggiare quello che cucina. Il mio piatto preferito è la pasta con il ragù di cinghiale. Nel menu vorrei ci fosse sempre una pizza da mangiare in compagnia. Poi nella sala dove si mangia vorrei trovare qualcosa di divertente da fare, tipo un libro da colorare mentre aspetto che arriva il cibo". Federico Tarquini invece ha 3 anni e la sua mamma è la chef del Ristorante Delicato di Contigliano che lui già frequenta spesso come altri ristoranti. Ci dice che vorrebbe delle posate più piccole come quelle della frutta, perché mangiare con posate grandi è faticoso: "E io mi stanco". Tommaso Monosilio ha 4 anni, vive a Roma e subito mette in chiaro le cose ripetendo che a lui piace il ristorante, anzi i ristoranti di suo papà ("Luciano Cucina Italiana" e "Follie" nella Capitale): "Mi piace la la pasta, la pasta alla carbonara di papà e il maiale. Mi piacciono le persone che mangiano vicino a me e i camerieri gentili". Valentino Rugini vive a Pavia ha 14 anni e ha il papà che non fa il cuoco ma è direttore di sala di AldìVino di Corciano: "Non mi sono mai piaciuti i ristoranti per bambini -spiega- perché c'è troppa confusione e musica troppo alta. Quello che vorrei è un ristorante per la mia età, per adolescenti, con cibo di qualità anche di varie culture e musica di sottofondo adeguata alla mia generazione".
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I family restaurant. Oltre ai fast food, tradizionali destinazioni a misura di famiglia che si trovano in tutt'Italia, i ristoranti "Family friendly" non sono moltissimi, alcuni hanno chiuso dopo la pandemia, e la maggioranza è concentrata al nord: in Lombardia in otto comuni in provincia di Milano, di Bergamo e Monza Brianza, c'è la catena Pollicino, poi Mucca nella provincia meneghina oltre che a Roma. E la catena Benvenuto Restaurant Family che ha locali a Milano, Monza, Torino e Verona. Uno dei titolari, Marco Santini, trasecola alla notizia della multa ai "genitori incapaci di fare i genitori" al ristorante: "No, qui da noi i bambini non sono affatto un problema. al contrario sono i benvenuti -sottolinea -. Non a caso il nome della catena pensata per accogliere più piccoli è "Benvenuto". Con “il gusto di stare in famiglia” e un servizio dedicato a bimbi da 3 a 12 anni con una sala-kids riservata dove posso giocare e divertirsi. Tutto è pensato per i genitori e per i figli, le comande dei bambini hanno la precedenza in automatico su tutti, il personale è abituato a fare 'slalom' tra i bambini che corrono e il tutto avviene nella più naturale armonia".
Ma questi locali sono davvero a misura di bambino o sono solo una specie di "parcheggio" per le mamme e i papà che in qualche modo delegano ad altri il compito di educare i propri figli a stare in un ristorante per tutti? È questa la critica che arriva da più parti. Per esempio da due chef con figli piccoli come il papà di Leonardo, ovvero Gabriele Pauselli del Ristorante La Fugascina - Mergozzo (Verbania) e Luciano Monosilio genitore di Tommaso e anima di Luciano Cucina Italiana e Follie a Roma. "Magari sono un po’ brutale - spiega Pauselli - ma io penso che sì per i bambini può essere divertente andare in un Family Restaurant perché li porti in un posto in cui possono giocare. Andare al ristorante però è un’altra cosa. Portandoli in quei locali non li educhi certo a stare in uno normale, per tutti, a rimanere seduti e disciplinati a tavola". Della stessa opinione Monosilio che ritiene che "spesso chi ci va lo fa soprattutto per passare qualche ora in tranquillità senza il pensiero che i figli possano disturbare e non per andare a mangiare fuori. Invece si dovrebbe cercare di educare i bambini a stare ovunque dando ancor più attenzione al cibo, magari con l'ausilio di un nutrizionista, pensare a luoghi sempre più vicini ai loro bisogni, magari con spazi verdi naturalmente in sicurezza e quando possibile".
La replica di Santini non tarda ad arrivare: "A chi critica i ristoranti per famiglie rispondo che oggi credo ci sia spazio per molte esperienze. Il nostro non è solamente un ristorante è un percorso che ha tra i suoi elementi di base anche il cibo, ma non è né l'unico né il principale (risposta a chi contesta la mancanza di varietà dei piatti che in genere comprendono pizza, carne, pasta al pomodoro e pietanze di verdure, ndr).Poi non è vero che i genitori si lavano le mani: da noi sono più che consapevoli che ci sono ambienti e momenti diversi dove si possono fare cose differenti. Molti dei nostri clienti vengo più di 3 volte al mese. Perché si sentono in famiglia e i prezzi sono accessibili. Gli stessi frequentano anche ristoranti comuni, ma lo fanno per loro non per i propri figli".