Senza pietà. La data è già fissata per giovedì 24 agosto. Il Giappone sverserà in mare le acque reflue immagazzinate dopo il disastro di Fukushima. Le acque sono attualmente contenute in circa 1000 serbatoi d'acciaio, il cui stoccaggio però si sta velocemente esaurendo. Da qui la decisione di liberarsi delle acque via mare. Le acque, precisano le autorità nipponiche, verranno comunque diluite con acqua marina prima dell'ingresso in mare fino a un quarantesimo della loro concentrazione, secondo gli standard giapponesi. Tanto basta per lavarsi la coscienza. Quasi tutte le sostenze verranno eliminate, dicunt, quasi. Alcune, particolarmente aggressive resteranno. Il cesio 134, il cesio 137 e lo stronzio 90. C'è anche il trizio, un isotopo di idrogeno difficile da separare dall'acqua i cui suoi effetti dannosi stanno già inquinando la politica internazionale.
Il mercato di Hong Kong, fondamentale per le economie locali, minaccia lo stop sulle importazioni di prodotti ittici provenienti dal Giappone. Se la Cina piange, la Corea non ride, anzi. Proprio la Corea del sud avrà conseguenze devastanti da questo sversamento, dipendendo dal punto di vista ittico quasi interamente dal Giappone. Questa rigidità appare giustificata da una domanda, per altro piuttosto banale. Mangereste del pesce "potenzialmente" contaminato? La risposta è evidente. Potenzialmente è virgolettato perché in acqua non ci sono confini rigidi. Se c’è inquinamento nel mare al largo delle coste giapponesi, allora c’è inquinamento ovunque. E se il Giappone rilascia questi milioni di tonnellate di acqua radioattiva nell’Oceano Pacifico, anche l’industria della pesca in Corea è a rischio. In Corea ci sono 100.000 pescatori. "Se le nostre acque saranno contaminate, danneggeranno l’ecosistema, in primo luogo, ma anche l’economia" - dichiara Soo-hyun Kim della People’s Fair Trade Coop, un gruppo di cooperative di consumatori.
E cosa dice Slow Food Corea, che lo scorso giugno aveva sollevato il problema a Genova durante Slow Fish? Secondo il portavoce Jang Hyun Yea, le risorse ittiche sono estremamente importanti nella cultura gastronomica coreana. «Il nostro consumo di pesce pro capite è superiore a quello del Giappone o della Cina. Il pesce è al centro di molti dei nostri piatti nazionali. Il kimchi, che i coreani mangiano a ogni pasto, è fatto con prodotti ittici fermentati come la salsa di pesce, generalmente a base di acciughe. Anche sgombri e sardine vengono consumati in grandi quantità: sono una parte essenziale della dieta tradizionale coreana. Ma si tratta anche di pesci piccoli, che sono più sensibili ai potenziali effetti dell’acqua radioattiva. E non si tratta solo di cibo. L’idea che il mare sia inquinato ha effetti sulla nostra mente, sulla nostra percezione del mare come luogo di pace e tranquillità”.