Resurrezione del dio e insieme rinascita della natura. Pasqua è una festa religiosa, ma anche una sagra della primavera. Un’esplosione di colori e di sapori. Non a caso cade intorno all’equinozio di primavera, per la precisione la domenica che segue il primo plenilunio dopo il ventuno marzo. Quando la natura si risveglia dal sonno invernale e il ciclo delle messi si avvia verso la stagione della fioritura e dei raccolti.
In effetti la Pasqua ebraico-cristiana è l’erede di antichissimi culti agrari mediterranei in onore degli dèi della vegetazione. Adone in Grecia. Attis in Asia Minore, l’odierna Turchia. E Tammuz in Siria. I nomi erano diversi ma l’identikit è lo stesso. Sono tutti nati da una dea vergine. E morti nel fiore degli anni. Proprio come Gesù. Queste divinità simboleggiavano il ciclo stagionale delle piante, soprattutto dei cereali, che alterna una fase di morte che corrisponde alla semina, e una di rinascita che coincide con la fioritura nella bella stagione. Ecco perché si credeva che questi spiriti vegetali il giorno dopo essere stati uccisi sarebbero tornati in vita per salire in cielo. Si credeva anche che dal sangue di Adone nascessero i papaveri che ondeggiano tra le spighe come macchie purpuree. L’identificazione con la vegetazione è confermata ulteriormente dalla credenza secondo cui Adone e affini dovevano trascorrere metà o un terzo dell’anno sottoterra e il resto alla luce del sole. Di fatto, tra i fenomeni naturali, nulla come la stagionalità con la sua scomparsa e ricomparsa delle messi, suggerisce l’idea della morte e della resurrezione.
Per onorare questa serie di dèi giovani e belli, le donne facevano crescere del grano in piccoli vasi tenuti al buio nei santuari. In Grecia e nei Paesi ellenizzati, li chiamavano i giardini di Adone. Né più né meno di quel che si fa oggi con i nostri Sepolcri il Giovedì Santo, quando nelle chiese italiane gli altari allestiti nelle chiese per accogliere il pane eucaristico vengono adornati con piantine di grano e altri arbusti fioriti. Rinnovando quella mescolanza di paganesimo e cristianesimo che incantò viaggiatori come Goethe e Stendhal. Oltretutto l’evocazione del simbolismo vegetale della Pasqua è chiarissima in lingue come il tedesco che chiama il Giovedì Santo Gründonnerstag, letteralmente giovedì verde.
Oltretutto quando si celebrava la festa di queste divinità green, le donne, vestite a lutto come madri dolorose piangevano il dio ucciso e macinato in un mulino. Di qui il tabù dell’uso della macina, che nel periodo festivo vietava la produzione di farina, in quanto sarebbe stato come macinare il corpo del dio. Perciò si preparavano solo focacce a base di grano macerato a lungo in acqua e latte profumati di fiori d’arancio, con uvetta passita e frutta candita. La somiglianza con la pastiera napoletana è a dir poco sorprendente. Un’eredità più che una casualità. I riti funebri in onore di Adone, Attis, Tammuz erano in realtà dei rituali della mietitura eseguiti per ingraziarsi gli spiriti della vegetazione, il che spiega la ricorrenza di elementi dal forte valore simbolico come fiori, aromi, germogli. E ancor più significativo è il fatto che nell’antichità uno dei grandi centri del culto di Adone sia stato Betlemme, che in ebraico significa “la città del pane” ed era nota per l’eccellenza dei suoi fornai. È chiaro che lì e solo lì poteva nascere Cristo, il Salvatore che nell’Ultima Cena offre il dono-perdono del suo corpo trasformato in pane. Tanto che, nel Vangelo di Giovanni, paragona esplicitamente il suo sacrificio per la redenzione dell’umanità al ciclo del grano. “In verità, in verità vi dico, se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”.
Secondo il grande antropologo James George Frazer, la celebrazione pasquale del Cristo morto e risorto sarebbe solo una ristilizzazione di questi riti mediterranei in cui alla linearità del tempo cristiano si intreccerebbe il ritmo ciclico della natura divinizzata. E all’immagine del tempo che corre si sovrapporrebbe quella del tempo che ricorre. Quasi a dargli ragione, fino all’inizio degli anni Sessanta in Basilicata e in altre aree contadine del nostro paese i braccianti celebravano prima della mietitura un rito annuale in cui simulavano l’uccisione di un uomo che impersonava lo spirito del grano. Lo chiamavano la “passione del grano”. E nel 1950 il documentarista Lino Del Fra gli dedicò un corto dallo stesso titolo che resta una straordinaria testimonianza per immagini della vita contadina italiana. In realtà l’eco remota di questi simboli continua ad abitare il nostro immaginario. Anche grazie a canzoni indimenticabili come “La guerra di Piero” di Fabrizio De André, dedicata a un uomo che dorme sepolto in un campo di grano: “non è la rosa non è il tulipano /che gli fan veglia nell’ombra dei fossi/ ma sono mille papaveri rossi”.
È in memoria di tutto questo che la nostra tavola pasquale è ancora oggi straripante di cereali. Torte di formaggio, pasqualine, ciambelloni, ciaramicole, casatielli, collure, pinze, schiacciate, trecce ripiene, colombe, cresce. È un modo di santificare anche a tavola il dio che dorme sepolto in un campo di grano. E non solo. Perché tutta la cucina pasquale è all’insegna della vita che ricomincia. A partire dalle uova, simbolo per antonomasia della rinascita. Per finire con le primizie. Fave, piselli, carciofi, asparagi, cipolline e tutto ciò che sa di natura in fiore. Trasformando così il rito della resurrezione in un’esaltazione del sapore della vita.