Il rito del caffè italiano merita di diventare patrimonio immateriale dell’umanità. E quindi lo candidiamo. Lo ha annunciato ieri il MIPAAFF, Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, per bocca del sottosegretario Gian Marco Centinaio.
Per noi italiani quelle gocce di energia ristretta che ogni mattina ci rimettono al mondo sono il primo piacere della giornata. A condizione che il caffè sia buono. "Perché se non è buono che piacere è?". Ma l’eccellenza conclamata del nostro espresso non basta per farne un patrimonio dell’umanità, per affermarne l’unicità. Anche perché l’UNESCO non prende in considerazione il prodotto ma le pratiche sociali, i rituali collettivi, la cultura che nasce e si sviluppa intorno all’arte della tazzulella. Come ha sottolineato Centinaio, a fare la differenza è il ruolo sociale del caffè. Che “non è una semplice bevanda: è un vero e proprio rito, è parte integrante della nostra identità nazionale ed è espressione della nostra socialità che ci contraddistingue nel mondo”. È vero che si scrive espresso e si legge Italia. Ma è anche vero che l’Italia ha tante anime, proprio come il suo caffè. E per portare a casa la candidatura è stato necessario mettere d’accordo queste anime, passare in secondo piano le differenze locali e puntare sull’unione che fa la forza. All’inizio, infatti, le candidature erano due.
Da una parte quella veneta e triestina, capeggiata dal Consorzio di tutela del caffè espresso italiano, forte sul piano imprenditoriale ma centrata più sull’economia del caffè che non sulle relazioni umane, sulla memoria, sui valori che nascono e si sviluppano intorno alla cultura dell’arabica. Insomma, tutta incentrata sugli aspetti materiali. Compresi i caffè storici, che senza dubbio fra Venezia, Trieste e Torino hanno una grande tradizione. Ma si tratta comunque di beni materiali e in questo caso l’UNESCO iscrive nelle sue liste solo beni immateriali.
A Napoli il caffè scandisce il ritmo della giornata, è il termometro degli umori collettivi, il timer del lavoro e del tempo libero. Ha ispirato scrittori come Wolfgang Goethe, musicisti come Mozart che ambienta la prima parte dell’immortale opera “Così fan tutte”, in un caffè di Napoli. E un commediografo di fama mondiale come Eduardo in “Questi fantasmi” fa della preparazione della cuccuma una lezione di filosofia della vita. Ma il caffè ha ispirato anche canzoni famose. Da Che bellu cafè di Domenico Modugno alla ironica Tazzulella di Pino Daniele, all’indimenticabile Don Raffaè di Fabrizio De André. Quando il grande pittore Henry Matisse nel 1898 dipinge il suo capolavoro “Frutta con caffettiera”, la caffettiera è una napoletana. E di recente, il celebre performer riminese Roberto Paci Dalò ha portato in giro per il mondo la sua videoinstallazione “Atlas of Emotion Stream” dove compare il caffè come “essenza della geografia emozionale di Napoli”.
Molto opportunamente la Commissione nazionale italiana UNESCO, presieduta da Franco Bernabè, ha chiesto di unificare le due fazioni ed il Ministero ha portato felicemente a termine la mission. Così è nata la candidatura che rappresenta la via italiana al caffè. “Il caffè espresso italiano fra cultura, rito, socialità e letteratura nelle comunità emblematiche da Venezia a Napoli”. È questa la formula ufficiale scelta dal MIPAAF che in questo modo getta un ponte fra le due metà del paese, rappresentate dalle due capitali del caffè. Morale della storia. L’Italia vince quando è unita. Perché se mette a sistema le sue vocazioni, le sue tradizioni, le sue differenze, non ce n’è per nessuno.