Nei film di Paolo Sorrentino, il cibo è un simbolo. Non c’è sempre, e non sempre ha un ruolo centrale. Ma quando c’è, e c’è abbastanza spesso, può assumere un significato particolare. Ne “L’uomo in più”, Tony Pisapia, interpretato da Toni Servillo, è uno straordinario cantante, ma è pure un cuoco provetto, e parla in continuazione di pesce, recita a memoria ricette, dà consigli. Cucinare, per lui, è una passione, una gioia: una cosa che ti unisce al resto del mondo, e che ti fa stare insieme agli altri. Quando canta su un palco è sotto pressione: perché tutti conoscono il suo talento, e tutti sanno cosa aspettarsi. Ma quando cucina è libero, perché può sorprendere; e nel cibo trova un punto di contatto più genuino, più vero, con gli sconosciuti (la scena finale del film, in prigione, è particolarmente significativa in questo senso).
Anche ne “La grande bellezza”, il personaggio del cardinale Bellucci, interpretato da Roberto Herlitzka, parla continuamente di cucina e di cibo. Non gli interessa la fede; o almeno, non gli interessa discuterne a cena con gli altri. La cosa più importante, per lui, è come preparare un piatto: e quindi quali regole seguire, quali passaggi evitare; quali sono i segreti, chi è il più bravo, qual è l’errore assolutamente da non fare. Il cibo, in questo caso, è un ponte con il mondo terreno, con la carnalità e la sostanza; e anche un cardinale, un uomo di chiesa e di fede, ha bisogno di essere in contatto con l’aspetto più materiale, e quindi più concreto, della vita. Le preghiere, a volte, non bastano. Non è miscredenza. Non è perdizione. È essenzialità: quello che, alla fine, le persone sono. Sofferenze e dolori, certo; ma soprattutto passioni.
In “È stata la mano di Dio”, il cibo assume due funzioni. E sono due funzioni piuttosto chiare. Prima di tutto, c’è l’ostentazione: la signora Gentile, “la donna più cattiva di Napoli”, mangia una mozzarella a mani nude, ferocemente, e intanto guarda gli altri presenti sfidandoli. Io sono qui, sembra dire; e mangio una mozzarella. Tiene le gambe leggermente divaricate e le spalle curve, come un lottatore pronto ad afferrare il suo prossimo avversario. Sta mangiando, sì, e allo stesso tempo sta dicendo quello che pensa senza parole: la mozzarella, e il latte che scorre lungo il mento, sono i suoi strumenti, le sue armi. Ogni morso è un’affermazione; e mentre mastica sceglie la sua punteggiatura. La signora Gentile è cattiva, cattivissima; e per questo la signora Gentile mangia da sola, lontano dagli altri.
Ma nel nuovo film di Sorrentino c’è anche una scena che usa il cibo in un altro modo: ed è quella della conserva di pomodoro. Un gruppo di donne è raccolto intorno ai pentoloni e alle fiamme; vengono osservate in silenzio da alcuni bambini. Stanno preparando le bottiglie, e ogni tanto, perché non è stata riempita bene, qualcuna esplode. “Pa!”, si sente. “Pa!” In un primo istante tutti sussultano, sorpresi. Ma poi, anziché arrabbiarsi o disperarsi, ridono. È la ritualità, è la condivisione di un’esperienza: è la manualità di una certa tradizione, ed è il filo rosso, diretto, con gli altri. Una bottiglia che esplode non è una tragedia: è normale, come sono normali gli errori; e con gli errori, alla fine, bisogna imparare a convivere.
Tra questi due estremi ci sono anche altri momenti, più piccoli e intimi, dedicati al cibo. Per esempio, quando Fabietto (Filippo Scotti) e sua madre (Teresa Saponangelo) parlano della zuppa di latte. Lei si dispera: è il giorno del tuo compleanno, dice, e non ti ho preparato niente di buono. E lui, puntuale, le risponde: ma la zuppa di latte è buonissima. È il segreto delle cose semplici: più è facile farle, più sono buone. Ma poi ci sono le cene, i pranzi in famiglia; ci sono i piatti vuoti e le teglie calde, l’anguria buona, l’anguria fresca, e le forchette pronte ad afferrare. Il cibo riempie, sta lì, ritorna: è una costante perché fa parte della vita e delle nostre giornate. E nel racconto sorrentiniano, il cibo, proprio come gli attori, ha un ruolo preciso: non è un eccesso, non è inutile; è il tassello di un mosaico più grande.