Di sé dice, “sono selvatica”, specchiandosi nell’incolto. È lì che si approvvigiona quotidianamente di erbacce e malerbe. Trent’anni di dejeuner sur l’herbe senza rimanerci secchi è la prova provata che tanto male e tanto "acce" quelle erbe forse non sono. Di confessione onnivora, per quanto persuasa che “il cibo del futuro” ce lo abbiamo sotto ai piedi, semplicemente perché “non ci rimarrà altro”. La divinazione ha la consapevolezza pungente di un’ortica e il retrogusto amaro di un tarassaco. Ma non è tutt’amarezza che cola: a ben guardare, quel poco potrebbe essere abbastanza.
Alfabetizzarsi non è stato un attimo. C’è voluto tempo per perfezionare un database bilingue, declinato in latino, che è la lingua della botanica, e italiano, meglio se popolare su base regionale, che in Italia ogni filo d’erba ognuno lo battezza a modo suo. L’assiduità della frequentazione con i campi le permette oggi di parlare fluentemente il linguaggio delle spontanee, al punto che quelle le rispondono e le suggeriscono quel che è commestibile e ciò che non lo è. L’approccio, per quanto pieno di amorevolezza (il mestiere del raccoglitore richiede una gestualità in punta di dita), non è naif ma basato su virtute e conoscenza. “In questo mare magnum impari a muoverti per gradi. Riconosci prima le famiglie, a individuare alcuni alert sintomatici di tossicità, altri che sono un lasciapassare. Il mio metodo è assaggiare sempre, assaggiare tutto. La regola, non esagerare”. Prudenza elementare. Anche il prezzemolo, con la sua innocenza domestica, in grandi quantità è un formidabile tossico.[[ge:rep-locali:content-hub:299804824]]
La fama della raccoglitrice di erbe ha travalicato le Alpi, arrivando all’orecchio del pugliesissimo braccio destro di Yannick Alléno in quota al Pavillon Ledoyen di Parigi. “La prima volta che mi chiamò Martino Ruggieri, me la ricordo – sorride –. Mi disse, sono Martino e faccio il cuoco, educatissimo, persino timido. Ma quella era una giornata infernale, non avevo tempo. Idem nei giorni successivi. Declinai la richiesta. Da lì a poco mi chiamò mio figlio dalle Maldive, dove era al lavoro. Ma ti rendi conto, mi disse, strigliandomi”. Da quel primo accidente sarebbe nato un confronto che ancora scorre, fecondo e fitto. “Martino è di una sensibilità impareggiabile, e altrettanto talento. Fra i suoi piatti memorabili ricordo uno Spaghetto freddo al caviale con una spolverata di semi di Raphanus raphanistrum, ravanello selvatico. Coraggioso e buonissimo”. “È il cibo del futuro, rimarrà solo quello”, ripete il suo memento. “Le erbe non si ammalano, sono sentinelle della terra buona”, incalza. E se il terreno è inquinato? “La natura sa. Dove la terra è malata, semplicemente non crescono”.