Per fare il pane non bastano le farine migliori, servono fatica e passione. "Ho dovuto fermarmi sette giorni. Mi si addormentavano le mani per il troppo lavoro a impastare e chiudere i filoni. Andavo dal fisioterapista per curare il dolore, tornavo al forno ogni mattina all’alba. Fino a quando ho capito che era necessaria una pausa. La prima pausa di quest’anno incredibile, difficilissimo e anche molto bello. L’anno in cui ho aperto il mio locale". Roberta Pezzella è quello che fa. Coincide in ogni gesto con il suo mestiere. Si è inventata un motto: "Il pane è una cosa seria". Infatti prende seriamente tutte le cose, si è tatuata la sua vita sul corpo come tributo o forse come monito. Tira di boxe, ascolta musica techno. Ha girato l’Europa e studiato il metodo di panificazione di San Francisco, il "metodo americano". Oggi, a 39 anni, è considerata forse la più brava panificatrice d’Italia. Ma la strada per arrivare qui è stata lunga.
Il passo successivo è stato l’incontro professionale con Gabriele Bonci, stella televisiva delle pizze e delle focacce. Tre anni insieme. Ma Roberta sapeva già che prima o poi sarebbe tornata a casa, tutti gli inquieti se ne vanno immaginando il ritorno. Lei aveva un conto da saldare. "Amo la mia città, volevo fare qualcosa a Frosinone. Qualcosa di mio". Sono dovuti passare altri anni di tentativi, di cose buone e altre fughe. Uno stipendio da 3500 euro netti al mese, con contratto a tempo indeterminato, per occuparsi di una panetteria della Conad. "Per due anni ero riuscita a far capire che il pane è un prodotto artigianale, serve l’amore di qualcuno che se ne prenda cura per farlo buono. Quando mi hanno detto che volevano rimettere le macchine sono caduta in depressione". Tanti saluti. Due anni a Ponza, isola tatuata sul fianco destro. "Ho amato un pescatore, ho fritto pesci, ho pensato alla mia vita". Viaggio in Danimarca e poi negli Stati Uniti, sempre per imparare. "Gli americani sono tranquilli, più organizzati di noi". Ha studiato quel metodo: "Tutto dipende dalla gestione del lievito madre. È un ceppo diverso. È un pane unico. Più idratato. La mollica si scioglie in bocca, fila". E poi la pandemia: "Vivevo da sola a casa di mia nonna morta, stavo chiusa in una stanza impaurita dal suo fantasma, sognavo di aprire il locale".
Quella di Roberta Pezzella è la storia di una passione che è riuscita a scampare a quest’anno orribile. Ce ne sono tante altre così. Storie di piccoli imprenditori resistenti, amanti delle cose buone, che hanno saputo immaginare un altro modo. Come la chef Antonia Klugmann che da Vencò, al confine fra Italia e Slovenia, ha deciso di cambiare i piatti stellati del suo ristorante per riscoprire la tradizione e offrirla in un locale aperto a Trieste solo affinché possa essere ritirato il suo cibo da asporto. La pastora Angela Saba, che nell’azienda di Massa Marittima produce un pecorino anti colesterolo: un caso studiato nelle università. Gli "Antagonisti" di Melle, con salumi e birre artigianali sulle strade della Val Varaita al grido: "Cibo libero in montagna!". Oppure l’ex avvocatessa Enrica Monzani, che a Genova si è inventata un mestiere unico. Riceveva nella sua casa turisti dal mondo, soprattutto americani. Facevano la spesa nei vicoli, cucinavano insieme. Essendo tutto questo impossibile, ora cucina su Instagram. "Faccio dei corsi anche in inglese. All’ultimo avevo una californiana con il mare alle spalle e contemporaneamente un signore dall’Alaska con meno 18 gradi alla finestra. Ho messo i video con le mie ricette in vendita su una piattaforma internazionale e stanno andando bene. Le più vendute sono pesto, farinata, focaccia. Ma non vedo l’ora di tornare a incontrare le persone, a condividere il cibo. Il momento in cui assaggiamo insieme un piatto è un’emozione impagabile".
Cosa mangia la panificatrice Roberta Pezzella, ora che finalmente ha aperto il suo forno a Frosinone? "Pesce e verdure. Carne e verdure. Sono un po’ ossessionata dalla forma fisica, perché ho sofferto di bulimia. Ma per colazione assaggio sempre una fetta del mio pane". La coda davanti al forno riempie la piazzetta. Cinque tipi di pagnotte, ognuna dedicata a una persona. E poi pizze, pastiere. Il locale è preso d’assalto. "Tutti mi dicono che dovrei ingrandirmi. Ma io ho bisogno di un posto piccolo dove esprimere tutta me stessa. Io mi devo salvare". Salvarsi con un pane fatto a regola d’arte: è questa la ricetta.