Le grandi bottiglie del vino italiano: il Vigna Monticchio di Giorgio Lungarotti
Fabio TurchettiEra il 1962, quando Giorgio Lungarotti decise che la sua passione per il vino non sarebbe potuta rimanere soltanto una proiezione personale. Ma non solo questo: che la sua visione del mondo enoico, il suo approccio al contesto agricolo, il rispetto sia per la cultura sia per l’ambiente, da sempre caratterizzante il suo pensiero, in cuor suo avrebbero dovuto fare proseliti, essere strumento di cultura e rimanere testimonianza ineludibile del progresso intrapreso dall’uomo nella produzione e nella diffusione del nettare di Bacco.
Su un’etichetta, in particolare, fra quelle che hanno fatto la storia del vino italiano moderno. Dal Rubesco, infatti (dal latino rubescere, “arrossire”), di cui proprio quest’anno ricorre il cinquantenario del riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata, muoveva poi una Riserva (divenuta DOCG), il Vigna Monticchio: che avrebbe esordito nel 1964 e la cui 2011, attualmente in commercio, arriva da 12 ettari di sangiovese in purezza, dopo una macerazione sulle bucce di 4 settimane e un affinamento, fra legni grandi e piccoli, di un anno, prima di passarne ulteriori 5 in bottiglia. Il naso propone toni di amarena, mirtillo, ribes, visciola, prugna, humus e spezie delicate, dovute a un legno modulatissimo. In bocca, nonostante le spalle larghe, risulta di grande serbevolezza: elegante, ampio ma equilibratissimo, organoletticamente luminoso e dal tannino di compiuta finezza.