Ma perché nelle Fær Øer divorano la pulcinella di mare e risparmiano la beccaccia?

Gasaldur, isola di Vagar, Faroe Islands 
Gasaldur, isola di Vagar, Faroe Islands  
Un estratto del libro "Prenotazione Obbligatoria. Partenze, vagabondaggi e quello che ho mangiato", pubblicato da Utet, da oggi in libreria. Un viaggio gastronomico e culturale alla scoperta di specialità e abitudini alimentari di 15 paesi del mondo
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Alle Fær Øer fa molto freddo, e tira sempre vento. Sulle isole non ci sono alberi né rami da piegare, perciò il vento si accanisce contro le pellicce delle onnipresenti pecore. Loro gli danno la schiena e continuano a brucare impassibili, il manto arruffato. Questa lana – come se la vita qui non fosse già abbastanza aspra – è ruvida come carta vetrata e nemmeno i graziosi pattern dell’artigianato locale sono abbastanza per rendere gli indumenti confortevoli. Nonostante questo, proprio l’artigianato locale sta avendo un piccolo boom perché nella serie tv Forbrydelsen – versione originale della statunitense The Killing – gli ampi maglioni dell’ombrosa detective protagonista vengono proprio da qui (io però la serie non l’ho vista, pare che Forbrydelsen sia ancora più lenta di The Killing). I tetti delle case, invece, sono protetti da zolle di terra su cui cresce alta l’erba – e in questa stagione, qualche volta anche un vezzoso narciso giallo.
 Veduta della costa ( di: Kimberley Coole)
 Veduta della costa ( di: Kimberley Coole) 
A protezione dell’umore dei locali (si sa che il vento rende folli) ci sono solo gli alcolici. Gli abitanti delle Fær Øer hanno un tale penchant per l’alcol che fino al 1992 esso è stato severamente razionato: ognuno poteva acquistare un massimo di dodici bottiglie di liquore a trimestre, concesse a condizione che fosse sempre in regola con il pagamento delle tasse (astuti esattori luterani!), per un totale di quarantotto bottiglie annue (sic!). Pochissime, pensavano i bevitori locali, che non appena arrivava la loro scorta la finivano in pochi giorni, guadagnandosi così il soprannome di “alcolisti trimestrali”.                                      
 
Non amo gli stereotipi su “carattere nordico vs carattere mediterraneo” – e se questa sembra una di quelle premesse tipo “non sono razzista, ma...” è perché lo è. A farmi da guida sulle isole è il signor Per, un uomo che in qualunque altro luogo del mondo sarebbe considerato patologicamente timido, mentre qui è il tipo più estroverso della nazione e per l’appunto di mestiere fa la guida turistica (una delle tre del Paese).
Il primo giorno Per ci porta a passeggiare lungo un sentiero erboso, fino al punto in cui il lago precipita dalla nera scogliera di basalto dentro a un oceano ancora più nero. Lui, più luterano delle sorelle del pranzo di Babette, ha portato delle mele per merenda. Mi sporgo un po’ dal bordo nella speranza di vedere le foche ma soprattutto per provare quella vertigine dell’altitudine – il corpo che resiste alla tentazione di gettarsi nel vuoto, come diceva Kundera. Lungo i faraglioni, le pulcinelle di mare vanno e vengono dai loro nidi, seguendo complesse traiettorie per assecondare il vento.

Per me le indica con un dito: «Senza la carne degli uccelli marini, la gente qui non sarebbe sopravvissuta a lungo. Le pulcinelle si cacciano come farfalle: gli uomini stanno sul ciglio della scogliera con grandi retini, e le catturano quando prendono il volo verso l’alto, le piccole ali che si muovono così rapidamente da diventare quasi invisibili». Senza soluzione di continuità, passa dal lirico al gastronomico: «Le mangiamo arrosto, con una salsa di ribes, o ripiene di un impasto all’uvetta. E anche le uova, sai? Un tempo per raccoglierle i ragazzi si calavano con una fune dalla scogliera, così da arrivare ai nidi».
 
«E poi c’è l’uccello-simbolo del nostro paese», continua. «Noi lo chiamiamo tjaldur, da voi beccaccia di mare: il piumaggio bianco e nero e il lungo becco arancione, che si trova riprodotto anche sui francobolli.»
«Si mangia?», chiedo.
«Certo che no!», replica lui indignato. «E' il nostro animale simbolo!»
                                                         
Apro la bocca pensando di chiedergli perché la pulcinella sì e la beccaccia no, ma poi mi rendo conto che è una delle infinite varianti del perché il maiale sì e il cavallo no (negli Usa), perché il vitello sì e il coniglio no (nel Regno Unito), perché l’agnello sì e il gatto no (in Italia, tranne che a Vicenza). Mi taccio.
Qui alle isole Fær Øer in estate si mattanzano dei graziosi cetacei che in inglese si chiamano pilot whale e in italiano globicefali: fuori sembrano delfini, ma la loro vita interiore è più quella della balena. Quando i branchi passano vicino alla costa, il primo che li avvista dà l’annuncio. Allora da ogni villaggio accorrono gli uomini e si precipitano sulle barche, prendono il mare, accerchiano il branco e lo spingono verso una baia, dove le piccole balene vengono uccise con grande spargimento di sangue: un rituale che si chiama grindadràp ed è un misto tra caccia e festa dell’estate – un po’ una corrida nordica. La carne degli animali uccisi viene divisa tra chi ha partecipato alla caccia, non può essere venduta e quando il bottino è particolarmente ricco va all’intera comunità.
 
All’estero, il disagio nei confronti di questa pratica è altissimo – la Sea Shepherd Conservation Society (organizzazione che si occupa della salvaguardia della fauna e degli ambienti marini) ogni anno cerca di mettere i bastoni tra le ruote ai cacciatori, con grande furia degli abitanti delle isole. Se un tempo chiunque poteva partecipare al grindadràp, dallo scorso anno c’è qualche passaggio burocratico in più: è richiesto uno speciale certificato che attesta come l’aspirante matador sappia tranciare esattamente il midollo spinale dell’animale, così da ucciderlo in un sol colpo senza prolungare la sua sofferenza. Persino la spiaggia selezionata per la mattanza dev’essere autorizzata.

L’imperscrutabile volto di Per si corruga un po’ mentre spiega questa procedura: «Tutte queste regole! Vi fa tanta impressione solo perché l’acqua si tinge di rosso, e ci chiamate disumani. E invece non c’è niente di simile per regolamentare la caccia nei paesi europei».
Rifletto sulla questione masticando la mia mela. Certo il globicefalo è molto grazioso, ma il nostro istinto di protezione ha anche altre basi: i cetacei sono tra le pochissime specie di animali che si riconoscono allo specchio, cosa che ha poco a che fare con la vanità e molto con la consapevolezza di essere al mondo. E poi, sott’acqua cantano certe loro canzoni che per quanto ne sappiamo potrebbero essere poemi epici trasmessi oralmente tipo l’Odissea (oppure del pop neomelodico, ovviamente). Quindi, è giusto preoccuparci per loro, no? Anche se non sono una specie a rischio di estinzione.

Sarebbe ingenuo, però, sottovalutare un altro aspetto: noi europei (e così gli statunitensi) adoriamo farci paladini degli animali che non mangiamo-cacciamo-scuoiamo. Peraltro, in genere li risparmiamo non per via di un particolare slancio nei loro confronti, ma semplicemente perché non ce li abbiamo e perciò non ne abbiamo fatto salsicce o babbucce fin dalla notte dei tempi.
Prendiamo le foche della Groenlandia: io sono stata bambina negli anni ottanta e ricordo bene le immagini terribili dei cuccioli candidi inseguiti sul ghiaccio da uomini che brandiscono piccozze (li immagino mentre dicono «Wendy? Sono a casa, amore»). Greenpeace interveniva eroicamente – o almeno, così mi sembrava allora – e i suoi volontari, armati di bomboletta spray, macchiavano di rosso indelebile la pelliccia bianca dei cuccioli, privandoli così di valore economico e mettendoli in salvo.

Nel 2009, l’Unione Europea ha introdotto un divieto di importazione delle pellicce di foca, e le esportazioni dalla Groenlandia sono crollate del 90%. L’impatto economico sulle sessanta comunità costiere, prevalentemente di etnia Inuit, è stato catastrofico. I groenlandesi insistono che i metodi di uccisione sono “umani”, e che peraltro le foche vivono molto meglio nel loro habitat naturale rispetto agli animali allevati in batteria in Europa.
Si può forse dargli torto? La verità è che il cittadino europeo medio ama firmare petizioni online contro la caccia alle specie bestseller dei peluche Trudi, mentre siede di fronte al computer mangiando cosce di un pollo la cui vita è stata un’agonia lunga venti giorni dentro una gabbia grande come un foglio A4.

Quindi, capisco l’ostilità di Per e dei suoi conterranei di fronte a toni come quelli del “Daily Mail”, che l’anno scorso, nell’articolo dedicato alla mattanza, ha corredato una foto della baia rossa di sangue con una didascalia in cui definiva gli sventurati globicefali “innocenti”. Di quali peccati si saranno mai macchiati, invece, gli animali che mangiamo?

Prenotazione Obbligatoria

di Sara Porro
Utet
256 pp
15 euro, ebook compreso nel prezzo

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