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Cibo e vino italiani sono il volano del turismo, ma la parola d’ordine deve essere fare sistema

Cibo e vino italiani sono il volano del turismo, ma la parola d’ordine deve essere fare sistema

A Tuttofood un dibattito sullo stato dell’arte e sulle potenzialità del settore. Con un invito a superare l’individualismo e a trasformare le eccellenze isolate in un movimento corale / IL DOSSIER

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Il vino, i distillati e l’alta cucina non sono più soltanto piaceri del palato o bandiere del gusto italiano: oggi sono veri e propri motori di viaggio, leve potenti che attirano visitatori e raccontano territori meglio di qualsiasi guida turistica. Secondo il Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano 2024, il settore è cresciuto del 12% rispetto all’anno precedente. E il dato forse più eloquente è questo: per il 38,1% dei turisti è proprio il vino a rappresentare l’Italia, al punto da sceglierlo come motivo principale del proprio viaggio. Non si tratta più solo di assaggiare, ma di immergersi, di ascoltare un territorio che parla attraverso ciò che si beve e si mangia. L’enogastronomia, insomma, è diventata una chiave d’accesso privilegiata per entrare nel cuore autentico dei luoghi.

Nell’Arena di Mixology Experience, all’interno di TuttoFood, questa dinamica è stata al centro del talk “Il turismo enogastronomico: nuova leva per la promozione del territorio”. Hanno partecipato voci come Eleonora Cozzella, direttrice de IlGusto, Rossella De Stefano, direttrice di Mixer, Cristina Nonino della Distilleria Nonino e Paola Maffina, direttrice comunicazione del Gruppo Terra Moretti. Insieme, hanno esplorato il modo di trasformare un movimento in un sistema, dove vino, distillati e cucina fungano da veicoli dell’esperienza, mentre accoglienza e servizio rappresentano il carburante indispensabile per un turismo enogastronomico sostenibile e strutturato.

Eleonora Cozzella ha portato al centro della discussione un tema chiave: il ruolo dell’alta cucina come rappresentanza, come sintesi nobile e concreta di un territorio. Non un orpello per pochi, ma un perno culturale ed economico capace di generare valore ben oltre le mura di un ristorante. “Tutti dicono che Torino sarà la cornice della manifestazione,” ha osservato riferendosi alla prossima edizione di The World’s 50 Best Restaurants, “ma io dico che Torino sarà protagonista. Ed è su questo che bisogna riflettere, questo che bisogna capire”. Perché eventi di tale portata non brillano solo per la loro vetrina internazionale, ma per il potenziale che attivano: “Un ristorante iconico, un evento globale, diventano leve per l’intero tessuto economico e culturale che li circonda. A patto, però, di saper fare sistema e qui – ha sottolineato -, l’Italia resta spesso più brava in teoria che in pratica”. Un invito chiaro a superare l’individualismo e a trasformare eccellenze isolate in un movimento corale, capace di parlare al mondo con una voce sola. “Perché non è un caso se ci sono territori che negli anni sono saliti agli onori delle cronache più dell’Italia. A volte siamo troppo abituati a quello che abbiamo attorno, e non ci preoccupiamo di raccontarlo”.

Rossella De Stefano ha scelto la via della provocazione per scuotere la platea, partendo proprio dal titolo dell’incontro: “Il turismo enogastronomico: nuova leva per la promozione del territorio”. “Il turismo non può essere una nuova leva,” ha affermato con decisione, “deve essere una certezza, un pilastro economico, e se nel 2025 siamo ancora qui a chiederci se lo sia, allora il problema è più profondo, è endemico.” Il suo intervento ha ampliato il campo d’azione, includendo con forza i bar, troppo spesso trascurati nei discorsi istituzionali ma sempre più centrali nell’offrire un’immagine autentica del territorio. “Anche i bar — ha sottolineato — possono e devono salire su questo treno, che ormai non si può più perdere.” E quando si parla di buone pratiche, per De Stefano non si tratta solo di modelli patinati da copertina, ma di qualcosa di molto più concreto e necessario: l’etica di un locale. Che sia un ristorante stellato o un bar di quartiere, ciò che conta è la responsabilità, la qualità delle relazioni, la capacità di essere specchio e voce del territorio che si rappresenta. Perché non basta saper cucinare un piatto o miscelare un drink: “ogni professionalità con la sua specifica può apportare la sua energia al territorio, interpretandolo in modi e vie che la cucina o il turismo più standard, non può toccare”. Perché ci vuole più coraggio e più orizzonti a usare un amaro - magari - del territorio piuttosto che “il prodotto standardizzato”.

A chiudere il confronto, la testimonianza di due realtà produttive che hanno saputo trasformare radici e visione in valore condiviso. Cristina Nonino ha portato sul palco la storia della sua famiglia, intrecciandola con quella del Premio Nonino, simbolo di come cultura, vino e territorio possano convivere, rafforzarsi a vicenda, raccontarsi al mondo. Nato per dare voce ai vitigni autoctoni e alla sapienza enologica del Friuli, il premio ha poi ampliato il proprio orizzonte, premiando pensatori, scrittori, scienziati, figure che hanno saputo cambiare il mondo con le parole, le idee, l’etica. Sei dei suoi premiati, nel tempo, sono stati insigniti anche del Nobel: una conferma che la cultura, quando affonda in un terreno fertile, può davvero farsi universale. Ma a rendere unico questo progetto, come ha ricordato Cristina, è il fatto che tutto nasce e cresce con la verità e il calore di una famiglia. Che si trova nel premio come nei tanti alambicchi artigianali come, ancora, nel borgo che hanno ristrutturato e dove ora si trova l’azienda. Un modello che parla di radicamento, ma anche di apertura, di coraggio e di cura.

Paola Maffina ha raccontato, infine, il caso del Gruppo Terra Moretti. Una visione, la sua, che riconosce come davvero illuminato l’imprenditore che parte dal basso, che ascolta il territorio prima di raccontarlo, che sceglie la via più impegnativa — ma anche la più autentica —: quella di costruire da zero. In ogni investimento intrapreso, il gruppo non ha mai cercato scorciatoie, preferendo sempre il lavoro paziente e la ricerca di linguaggi nuovi per interpretare e restituire l’identità dei luoghi. È così che è nato un modello sorprendentemente replicabile, capace di coniugare eccellenza produttiva e responsabilità territoriale. Dalla Franciacorta con Bellavista e Ca’ del Bosco, a Petra in Toscana, fino a Sella & Mosca in Sardegna, ogni progetto ha puntato tutto sull’anima dei luoghi, valorizzandoli non solo come risorse ma come patrimoni da condividere. Perché, come ha sottolineato Maffina, la scommessa vera è sempre stata quella di restituire il territorio alla sua gente.

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