Olio

Se è verde è più buono? Tutte le fake news sull'olio

Westend61 / Josep Rovirosa
Westend61 / Josep Rovirosa 

Ecco tutti i trucchetti per riconoscere quello di alta qualità

2 minuti di lettura

Se è verde è buono. Se pizzica è difettoso. Se costa troppo è una fregatura. Se è trasparente, è puro. Tutti falsi miti. L’olio extravergine è forse il prodotto più frainteso della tavola italiana. Eppure, è anche quello con più storie da raccontare. Si parte dal colore. Il verde brillante non è sinonimo di qualità. Un buon olio può essere paglierino, dorato, verdognolo. I professionisti lo degustano in bicchierini blu proprio per non lasciarsi influenzare dalla tinta. Perché il colore, da solo, non dice nulla. Il pizzicore, poi. Se gratta in gola, dev’esserci un problema, si pensa. In realtà, è il contrario: è segno che l’olio è vivo, ricco di polifenoli, appena franto. Se invece scivola giù senza dire nulla, il rischio è che sia solo stanco, o troppo vecchio per essere chiamato extravergine. Anche la trasparenza è sopravvalutata. Nei primi giorni dopo la frangitura, una leggera velatura è normale. Un olio limpidissimo può essere stato filtrato troppo o lasciato decantare troppo a lungo. Meglio allora fidarsi del profumo, del gusto, della freschezza. L’olio è un alimento, non un vetro da esposizione.

Il nodo del prezzo

Il prezzo? Parla chiaro. Un extravergine italiano, ottenuto da olive raccolte a mano, molite entro 24 ore, sottoposto a panel test e controlli analitici, non può costare pochi euro al litro. Dietro ci sono persone, frantoi, analisi, bottiglie scure, tappi a norma. Non è marketing: è filiera. E proprio a proposito di tappi: nei ristoranti italiani oggi è obbligatorio il tappo antirabbocco. Non si svita, non si può ricaricare. Serve a garantire che l’olio servito sia quello dichiarato. Una piccola tutela per il cliente, ma anche un segnale culturale. Se manca, qualcosa non torna. La conservazione, invece, è affare nostro. Si dice che il vino buono stia nelle botti piccole, e non è solo un modo di dire: il legno permette micro-ossigenazione e affinamento. L’olio, invece, ha bisogno dell’opposto. Il buono si conserva nelle latte d’acciaio, chiuse ermeticamente, lontano dalla luce. Per restare vivo, deve restare nascosto, come certi eroi della Resistenza. L’olio teme anche il calore. Tenerlo al sole o vicino ai fornelli è un errore. Il vetro trasparente fa scena, ma non protegge. E se lo travasate in bottigliette da portata, fate in fretta: anche l’aria lo rovina. L’etichetta, infine. “Extravergine” da solo non basta. Serve sapere da dove arriva: meglio se è indicata la zona geografica, meglio ancora se ha un marchio Dop o Igp.

Il valore delle piccole cose

La qualità vera sta nei dettagli: lotto, scadenza, frantoio, cultivar. Se non c’è niente, c’è poco da fidarsi. Nel frattempo, online circola ancora la leggenda del test del cucchiaio. Una goccia sul metallo per giudicarne il valore. Ma se bastasse questo, nessuno farebbe più corsi, esami, schede sensoriali. L’olio si assaggia come si ascolta un dialetto: serve allenamento. O, almeno, serve fidarsi di chi lo conosce. Oggi l’olio buono esiste. Ha voce, ha regole, ha chi lo difende. Ma chiede ancora una cosa sola: attenzione. La stessa che dedichiamo a un vino, a un pane, a un formaggio artigianale. Perché dietro ogni bottiglia vera, c’è una storia. E vale la pena imparare a leggerla.

Scegli su quale testata vuoi vedere questo contenuto