Festival Gusto 2025
Il dibattito

Non chiamiamola fusion, la parola giusta è contaminazione

Non chiamiamola fusion, la parola giusta è contaminazione

A Bologna l’incontro tra gli chef Simone Caponnetto, Cristina Bowerman e John Chantarasak

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Fusion, basta la parola? Così vicina all’italiano, così semplice, così immediata. E’ entrata nel nostro lessico da tempo, per lo stile, per la moda. Soprattutto, per il cibo Nei ristoranti l’idea di fusion ha attecchito alla grande, impossibile ignorarla. Ne hanno parlato, sul palco di C’è più Gusto a Bologna, Cristina Bowerman, la chef multicolore di Glass Hostaria (Roma), Simone Caponnetto di Locale Firenze e John Chantarasak, titolare di Anglo Thai, a Londra. Titolo, “Non chiamatela Fusion - L’incontro tra cucine come linguaggio autentico, non etichetta”. A moderare, Giulia Cimpanelli. In fondo, tutta la cucina è fusion, perché i territori e le tradizioni conservano memoria dei passaggi di vari popoli nel corso dei secoli. Ma qui si trattava più specificamente delle influenze subite “a distanza”, in particolare del fascino irresistibile dell’Estremo Oriente, di ingredienti e piatti di Cina, Giappone, Thailandia, Corea e altri Paesi entrati in modo significativo nelle cucine italiane ed europee.

Festival Gusto 2025. Non chiamatela Fusion

Festival Gusto 2025. Non chiamatela Fusion

“Odio la parola fusion”, ha osservato Cristina Bowerman, “fa pensare a un miscuglio di ingredienti che vengono da altri Paesi. La mia cucina invece è contaminata, è un incrocio di tecniche e di culture. Quando ho iniziato, vent’anni fa, mi prendevano per matta. Se parliamo di ingredienti, parliamo della storia che portano con sé. Io sono di origine pugliese, ma ho vissuto anche negli Stati Uniti, e poi in Francia, e ho da sette anni un ristorante in Turchia. Grazie a questa esperienza, adesso io conosco bene cose come la melassa di melograno e il sumac. Ma non vuol dire che io faccio piatti turchi: incrocio”.

Per Caponnetto, “il desiderio di viaggiare è stato fisso fin da quando eroi un ragazzino. L’ho fatto,ho viaggiato a lungo, e per mantenermi lavoravo all’estero. E ho imparato tante cose, la mia cucina adesso è un puzzle di tutte le esperienze maturate in dieci anni in cui ho vissuto tra Giappone, Paesi Baschi, Inghilterra. Ma non so come definirla, agli chef non piace essere inscatolati in definizioni rigide”.

Diversa la storia di Chantarasak, nato nel Regno Unito da madre inglese e padre thailandese, quindi già in un ambiente in cui respirava mescolanze culturali. “Ho aperto il ristorante un anno fa con mia moglie, forse è un cibo thai moderno, ma forse è anche un moderno inglese. Spesso mi ispiro alle ricette thailandesi, che ricordo bene da quando ero piccolo, la cucina della nonna, i profumi della Thailandia; ma uso ingredienti che non sono quelli originali Però vanno benissimo: non il cocco ma il miele per la dolcezza, per il piccante magari mostarda o rafano, per l’acido il rabarbaro, eccetera. L’importante, secondo me, è continuare a imparare e ad evolversi”. Anche la Bowerman concorda sulla necessità di evolvere, di rispettare la tradizione ma non pietrificata, trasformandola. E conclude sottolineando che, in cucina come in altri campi, nel nostro mondo “il processo di contaminazione è irreversibile”.

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