Un’onda si alza sulla facciata cinquecentesca della Biblioteca Apostolica Vaticana. È Diluvium, l’opera monumentale con cui JR apre AQVA, primo capitolo del ciclo Catastrofe e Meraviglia, in mostra dal 25 settembre 2026 al 14 maggio 2027. L’immagine contiene già una contraddizione: l’acqua, senza la quale nulla vive, minaccia un luogo nato per impedire che qualcosa muoia. Forse è per questo che dell’acqua non abbiamo mai saputo raccontare una storia sola. Liquida, ghiaccio, vapore, pioggia che salva un raccolto o lo distrugge, sorgente cercata e mare da attraversare, cambia forma e insieme il destino dei luoghi.
“Una storia dell’acqua potrebbe quasi coincidere con la storia del mondo. Le civiltà si possono raccontare anche attraverso la pazienza, l’abilità e la fantasia con cui hanno imparato a raccoglierla, conservarla, distribuirla, temerla. E noi che lavoriamo con i libri sappiamo bene che l’acqua, principio di vita, può diventare in un istante una delle loro peggiori nemiche”, osserva don Giacomo Cardinali, Vice Prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana e Commissario delle Attività Espositive. L’acqua disegna geografie, ma anche identità. Attorno a una sorgente si fondano comunità; lungo i fiumi nascono città; la siccità costringe a partire. Persino i morti, in tante culture, hanno sete. E chi emigra torna a riconoscere il paese attraverso un paesaggio, i prodotti della terra, un’acqua familiare. L’acqua appartiene al corpo e alla memoria, alla natura e alla storia. È imago vitae e imago mortis: riflette un volto e può inghiottirlo.
È dentro questa ambivalenza che si entra nella Biblioteca. Dopo l’onda di JR, la paura lascia lentamente posto alla curiosità. L’acqua che poteva cancellare i libri comincia a uscire dai libri, affiora da manoscritti, incisioni, racconti di viaggio, bestiari, ricettari: si popola di creature. Il cuore del percorso è l’Aquatilium animalium historia di Ippolito Salviani, pubblicata nel 1557: pesci osservati con lo sguardo dello scienziato e restituiti con quello dell’incisore, in un tempo in cui conoscere significava ancora guardare molto a lungo.
Qui il passato incontra due modi molto diversi di rimettere quelle creature in movimento. Bill Moran le costruisce con lettere, numeri e segni tipografici. Nei suoi LetterFish l’alfabeto sembra ricordarsi di essere stato prima di tutto forma: le lettere diventano pinne, code, squame. In una Biblioteca è un piccolo capovolgimento poetico: non sono più i caratteri a raccontare il pesce, è il pesce a nascere dai caratteri. Fulvio Pierangelini, invece, compie un altro viaggio, dalle pagine alla cucina. Ma per lui cucinare significa prima di tutto rispettare ciò che si prende. Da anni ripete che la materia è viva: non soltanto l’aragosta o il pesce, anche una carota, una patata, un pomodoro. Mangiare comporta sempre un piccolo sacrificio e al cuoco spetta il compito di non renderlo inutile. Per questo vuole sapere persino da quale parte del mare arrivi una triglia: conoscere significa già cominciare a cucinare.
E poi c’è l’acqua, l’ingrediente che quasi non si vede. Pierangelini racconta che persino dieci cucchiai versati su un cavolo tutti insieme o uno alla volta possono cambiarne il risultato. Nella sua celebre passatina di ceci con gamberi, nata dall’incontro fra un legume povero e il mare, i ceci riposano in acqua minerale, cuociono in acqua purissima e ancora l’acqua di cottura decide la consistenza finale. L’ingrediente apparentemente più neutro è quello che tiene insieme tutto.
Anche i sei racconti gastronomici scritti per AQVA nascono da questo sguardo. Pierangelini parte dai pesci dell’Aquatilium animalium historia di Salviani e li porta fuori dalla tassonomia: nelle storie entrano letteratura, arte, scienza, anatomia e memoria personale. “In questi racconti c’è esattamente tutta la mia storia”, dice. Il mare è quello che lo accompagna da sempre; l’acqua diventa qualcosa da non dare mai per scontato e da non sprecare. Perché per Pierangelini la cucina è, prima di tutto, “un’arte sociale”. Il pesce è così, contemporaneamente, creatura osservata, classificata, raffigurata, raccontata e cucinata. E la ricetta torna a essere ciò che è stata per secoli: non soltanto una sequenza di istruzioni, ma una forma di trasmissione del sapere: in cucina l’acqua sembra non avere sapore. Pierangelini mostra che può decidere il sapore di tutto.
“L’acqua è forse il punto di intersezione più evidente fra storia della natura e storia degli uomini. E il paradosso è che proprio l’elemento più diffuso sulla Terra non è quasi mai stato facilmente disponibile: per averlo sono serviti fatica, saperi, tecniche, dedizione, cura”. Abbiamo dimenticato in fretta quella fatica. Apriamo un rubinetto e l’acqua arriva senza paesaggio, senza stagione, quasi senza provenienza. È diventata talmente presente da diventare invisibile. Eppure basta che manchi, o che ne arrivi troppa, perché riaffiori una memoria antichissima: la sete e il diluvio sono ancora le due paure fra le quali abitiamo. Anche per questo AQVA appartiene al presente. Non soltanto per la crisi climatica, le siccità, le alluvioni o i ghiacci che si ritirano, ma perché ci costringe a guardare nuovamente qualcosa che credevamo di conoscere.
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Nel Laboratorio di Restauro della Biblioteca la contraddizione diventa quasi perfetta. L’acqua che gonfia, macchia, scioglie e può distruggere la carta è anche uno degli strumenti con cui quella carta viene curata. Non esiste una materia buona e una cattiva: esistono conoscenza, misura, responsabilità. Nell’ultima sala, la Barberini, l’acqua torna in movimento con una installazione di JR. UNDAE è un video immersivo: un’onda filmata a São Conrado, in Brasile, avanza e si ritrae in bianco e nero, accompagnata dal suono del mare. Dopo l’immensità quasi minacciosa di Diluvium, che all’ingresso sembra sul punto di travolgere la Biblioteca, qui l’acqua non incombe più dall’esterno: ci si entra dentro, nel suo ritmo, nel suo continuo arrivare e ritirarsi.
Ed è allora che ci si accorge che il percorso ha compiuto un movimento simile a quello dell’acqua: ha attraversato forme diverse per tornare al punto di partenza. Nel frattempo l’abbiamo incontrata nei libri, nei pesci, nelle lettere, nelle ricette, nei gesti di chi restaura ciò che il tempo ha ferito. All’inizio era un’onda da temere; alla fine è un’onda da guardare. Noi stessi siamo acqua. E navighiamo, da sempre, dentro una storia più grande di noi.