La storia

In una coppa di vino il racconto di una civiltà del bere basata sull’incontro

Foto: Museo archeologico di Pithecusae
Foto: Museo archeologico di Pithecusae 

Le riflessioni durante Praesentia, il progetto promosso dalla Regione Campania, che ha scelto un antico manufatto come simbolo di un viaggio nelle radici culturali dell’enogastronomia mediterranea. A partire da Ischia

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La prima cosa che si incontra, a Ischia, è la pietra. È il tufo verde dell’Epomeo, scavato dal fuoco e modellato dal tempo, che affiora ovunque: nelle cantine ricavate nella roccia, nei palmenti, nelle case contadine e soprattutto nelle parracine, i muri a secco che da secoli sorreggono le terrazze vitate strappate alla montagna. Senza quelle pietre la terra scivolerebbe verso il mare; senza il lavoro di generazioni di contadini, la vite non avrebbe mai trovato il proprio posto. È in questo paesaggio, che sembra immobile e invece continua a raccontare il tempo, che riaffiora uno degli oggetti più piccoli e insieme più importanti della storia del Mediterraneo. La Coppa di Nestore.

Vigne di Biancolella delle Cantine Antonio Mazzella
Vigne di Biancolella delle Cantine Antonio Mazzella 

Custodita nel Museo Archeologico di Pithecusae, a Villa Arbusto, sorprende sempre chi la osserva per la prima volta: è minuscola, poco più grande di una mano. Eppure quella piccola kotyle, rinvenuta nel 1954 nella necropoli di Pithekoussai, l’antica colonia greca dell’odierna Lacco Ameno, custodisce una delle più antiche testimonianze della scrittura alfabetica greca in Occidente e racconta una storia che va molto oltre il vino. Sul bordo qualcuno incise tre versi destinati a diventare celebri: “Io sono la bella coppa di Nestore, chi berrà da questa coppa subito sarà preso dal desiderio d’amore per Afrodite dalla bella corona”. È un gioco colto, che richiama la gigantesca coppa del vecchio Nestore, re di Pilo e compagno di Ulisse, descritta nell’Iliade, ma in quelle poche parole Ischia smette di essere soltanto un’isola del Tirreno e diventa uno dei luoghi in cui prende forma l’idea stessa di Mediterraneo, uno spazio dove popoli diversi non si limitano a commerciare, ma imparano a riconoscersi. Gli Eubei approdano a Pithekoussai nell’VIII secolo avanti Cristo, aprono rotte commerciali, fondano un emporio destinato a mettere in comunicazione il mondo greco con quello etrusco e italico. Ma sarebbe riduttivo pensare che trasportassero soltanto uomini, metalli, ceramiche o vino: portavano un modo di abitare il mondo.

È questa, forse, la riflessione più affascinante emersa durante Praesentia, il progetto promosso dalla Regione Campania, che ha scelto proprio la Coppa di Nestore come simbolo di un viaggio nelle radici culturali dell’enogastronomia mediterranea. Come ha spiegato la professoressa Rossana Valenti, emerita di Lingua e Letteratura Latina all’Università Federico II di Napoli, gli antichi, quando parlavano del bere, parlavano sempre del vino. Ma, in realtà, parlavano soprattutto di relazioni. Perché il vino non era semplicemente una bevanda. Era il gesto che precedeva le parole, il segno dell’accoglienza, il rito che trasformava uno sconosciuto in un ospite. Era il modo con cui si concludeva un’alleanza, si celebrava una festa, si ricordavano gli dei o si prendeva la parola. La Coppa di Nestore, allora, non racconta il piacere del vino: racconta la nascita di una civiltà fondata sull’incontro.

Per comprenderlo bisogna tornare ai poemi omerici, in cui nel primo incontro con uno straniero, un mendicante, un naufrago ma anche un re, non se ne indaga l’identità, ma gli viene offerto un posto a tavola. Soltanto “dopo aver saziato il desiderio di cibo e di bevanda”, recita ogni volta Omero con la stessa formula, il padrone di casa domanda finalmente: “Chi sei? Da quale terra vieni?”. L’identità viene dopo l’accoglienza: è il principio della xenia, una delle istituzioni più alte del mondo greco, tanto sacra da essere posta sotto la protezione di Zeus Xenios, che veglia sugli ospiti e sugli stranieri.

Il vino accompagna questo momento, è il segno visibile della fiducia: non serve a sciogliere la lingua, quanto piuttosto a sciogliere la diffidenza, sospende il giudizio, crea uno spazio comune, rende possibile l’incontro. È sorprendente quanto di quel mondo continui a vivere nelle parole. Il verbo greco σπένδω (spéndō) significa versare il vino in libagione agli dèi, ma significa anche concludere un accordo, sancire un’alleanza. Quando passa al latino diventa spondeo, promettere solennemente. Da quella stessa radice nasceranno sponsa, la promessa sposa, e perfino sponsor, colui che garantisce un impegno. È una genealogia linguistica che vale più di molti trattati di antropologia: dice che, alle origini della nostra civiltà, il vino non era anzitutto un prodotto della terra, ma il linguaggio della fiducia.

Qualche secolo più tardi quella stessa idea raggiunge la sua forma più compiuta nel simposio. E se oggi la parola indica un congresso scientifico, per i Greci, invece, era il momento in cui la cena lasciava spazio alla conversazione: il vino veniva attinto dal cratere, il grande vaso posto al centro della sala, e i convitati, erano invitati a discutere. Il vero centro del simposio era la parola e tacere significava sottrarsi alla comunità; partecipare non voleva dire semplicemente occupare un posto a tavola, ma assumersi la responsabilità del dialogo. Il vino era strumento di socialità prima ancora che di piacere: non serviva a perdere il controllo, ma a creare le condizioni per ascoltare, raccontare, dissentire, convincere. Che cosa resta, allora, di quella civiltà del vino?

Basta sfogliare il programma di un qualsiasi congresso dedicato all’enologia per capire quanto il mondo del vino sia cambiato: si discute di cambiamento climatico, sostenibilità, viticoltura eroica, biodiversità, zonazione, mercati, export, dazi, consumi in calo, nuove abitudini delle giovani generazioni. Sono temi decisivi, sarebbe ingenuo ignorarli, eppure, mentre il vino affina il proprio linguaggio tecnico, sembra avere progressivamente smarrito quello antropologico. Il dibattito contemporaneo oscilla quasi sempre fra due poli. Da una parte il vino come prodotto: il terroir, i disciplinari, i punteggi, le degustazioni, le analisi sensoriali; dall’altra il vino come problema sanitario. Per i Greci il vino non era né un feticcio da collezionare né un nemico da demonizzare: era un mediatore, serviva a fare ciò che nessun’altra bevanda riusciva a fare con la stessa forza, creare uno spazio comune.

Ed è qui che Ischia torna al centro del racconto, con una piccola coppa custodita in un museo: “Il nostro obiettivo è trasformare queste eccellenze in una narrazione contemporanea capace di parlare ai visitatori italiani e internazionali”, ricorda l’assessore regionale al Turismo Vincenzo Maraio.È questo, in fondo, il significato più autentico del patrimonio agroalimentare campano: non un catalogo di prodotti, ma un intreccio di paesaggi, conoscenze, tradizioni e relazioni che il cibo continua a tenere insieme: gesti quotidiani che, scopriamo, parlano ancora la stessa lingua della Coppa di Nestore

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