La novità

Il vino secondo la Rossa: nasce la Michelin dei vini

Tenuta Joseph Drouhin. © Serge Chapuis/Joseph Drouhin
Tenuta Joseph Drouhin. © Serge Chapuis/Joseph Drouhin 

Presentata in Borgogna la nuova Guida che punta su un racconto del territorio semplice e diretto. Novantaquattro le aziende selezionate, di cui nove premiate con i “tre grappoli”

2 minuti di lettura

Dopo aver cambiato il modo di giudicare i ristoranti, inventando la Guida Rossa con le stelle nel 1926 e dopo aver allargato lo sguardo agli alberghi con le chiavi, la guida Michelin mette il “naso” nei calici introducendo le uve come simbolo di giudizio, una nuova distinzione che debutta dedicando la sua prima intera edizione a una sola regione simbolo, la Borgogna.

L'esordio ufficiale a Digione mette in fila novantaquattro aziende vinicole totali, una mappa precisa dove splendono nove produttori d’eccezione premiati con le tre uve, venti cantine che ne conquistano due, trentatré che si fermano ad un grappolo oltre a trentadue realtà semplicemente selezionate per la loro affidabilità.

Il grappolo è il simbolo della Michelin vini
Il grappolo è il simbolo della Michelin vini 

Il senso di questa operazione, nelle parole del direttore internazionale Gwendal Poullennec, non è quello di celebrare la rendita di posizione dei marchi più famosi, ma quello di fotografare un territorio vivo e dinamico, dove l’eccellenza si misura nella precisione chirurgica del lavoro quotidiano svolto tra i filari. Per tradurre il lavoro sulla la terra in giudizi la guida si affida a ispettori internazionali che viaggiano tutto l’anno applicando cinque criteri universali che si sintetizzano nella qualità agronomica, la maestria tecnica, l’identità, l’equilibrio e la costanza delle bottiglie nel tempo. Non subito evidenti, forse, per un pubblico finale che non sia quello degli appassionati, ma è già un’apertura rispetto al passato, quando la “rossa” veniva accusata di essere opaca proprio nei criteri di giudizio dei ristoranti

Il racconto si trasforma così in una galleria di persone e di storie accese come quella della leggendaria Madame Lalou Bize-Leroy, l’unica donna capace di piazzare due diverse aziende al vertice assoluto delle tre uve con il Domaine Leroy a Vosne-Romanée e il Domaine d’Auvenay a Saint-Romain, un fazzoletto di soli quattro ettari dove i vini raggiungono una qualità impressionante. Accanto ai mostri sacri si muovono figure femminili come Cécile Tremblay, pronipote del mitico Henri Jayer, che a Morey-Saint-Denis ha saputo inventare da zero uno stile fatto di estrazioni delicate e tannini setosi, mentre a Chambolle-Musigny i nipoti di Christophe Roumier custodiscono il cammino del Domaine Roumier iniziato esattamente un secolo fa.

La potenza espressiva abita invece a Gevrey-Chambertin nella cantina di Dugat-Py, dove vigne vecchissime regalano vini concentrati ed equilibrati, nati per sfidare gli anni, mentre a Vosne-Romanée splendono i grand cru del Domaine de la Romanée-Conti, luogo mitologico per tutti gli addetti al settore, oggi guidato dalla gestione familiare a due voci di Perrine Fenal e Bertrand de Villaine. Spostandosi nella Côte de Beaune la purezza dei grandi bianchi è difesa a Meursault da Raphaël Coche nel domaine Coche-Dury, impegnato a cercare una finezza ancora maggiore rispetto al passato, mentre a Volnay convincono i rossi profondi di Thomas Bouley e a Saint-Aubin si fanno notare le cuvée di Olivier Lamy. La guida spinge lo sguardo anche verso la Côte Chalonnaise, un’area meno blasonata ma in grande

fermento dove meritano le due uve Bruno Lorenzon a Mercurey e Vincent Dureuil a Rully, un maestro che ha dovuto dimostrare come anche fuori dai confini più celebrati si possa fare una qualità eccezionale. Da una costola di quella cantina è nato il talento di Maxime Cottenceau a Montagny, quattro ettari biologici che regalano sorsi intensi, così come tra i produttori selezionati stupisce l’avventura di Camille Thiriet e Matt Chittick, partiti da un garage a Comblanchien per accendere i riflessi sui piccoli terroir della Côte de Nuits-Villages.

Questo approccio nel giudizio evita la lingua a volte complessa e non comprensibile dei sommelier, per rimettere al centro l’emozione pulita del vitigno e la trasparenza del racconto, offrendo una guida, comprensibile al consumatore moderno che viaggia e cerca la qualità ma rifiuta l’elitarismo accademico. La scommessa della Michelin promette di scuotere la critica enologica, portando la sua storica indipendenza tra le vigne, trasformando un elenco di etichette in un viaggio accessibile a chiunque voglia semplicemente capire cosa si nasconde dietro la poesia di un calice.

Scegli su quale testata vuoi vedere questo contenuto