Il racconto

Sull’isola che non c’è, l’utopia del cibo ancestrale (e possibile)

Edoardo Tilli
Edoardo Tilli 

La serata-evento sulla disabitata isola di Dino, a Praia a Mare, ha dato il via al Bob Fest. In scena chef e pizzaioli, da Quique Dacosta a Marco Ambrosino, da Francesco Martucci a Nino Rossi. Un messaggio che parte dalla Calabria e diventa universale

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L’isola che non c’era da più di vent’anni oggi c’è. Sta lì, davanti a Praia a Mare, in Calabria, con le sue grotte, la roccia chiara e il mare della Riviera dei Cedri. Di solito l’Isola di Dino si attraversa solo con il passo delle escursioni naturalistiche e il tempo per scattare qualche foto. E invece, questa volta, è tornata ad accogliere cuochi, pizzaioli, artigiani e professionisti dell’ospitalità: una piccola polis del gusto convocata sul mare. Così la Calabria che vuole raccontarsi riparte dai luoghi che sembravano poco accessibili grazie al BOB Fest 2026, la Band of Brothers nata da un’idea di Roberto Davanzo insieme ad Anna Rotella, Alessandra Molinaro, Silvia Rotella e Rino Gemelli. Un gruppo di amici e professionisti che, tra cucina, impresa e accoglienza, ha aperto la quinta edizione portando sull’Isola di Dino il congresso dedicato all’enogastronomia come rilancio dei territori.

Davanzo, per tutti Bob, è il pizzaiolo di Bob Alchimia a Spicchi di Montepaone, uno di quelli che ha compreso presto come la pizza potesse diventare insieme racconto e strumento culturale. Attorno a lui si è raccolta una piccola comunità di persone che ogni anno sceglie un angolo diverso di regione e lo propone agli occhi di chi arriva. Il gesto, prima ancora del programma, è politico nel senso più alto e antico del termine: riportare i professionisti dell’enogastronomia e la gente su un’isola che pareva destinata solo allo stupore muto del paesaggio. E farlo con una finalità che guarda anche oltre la festa: il BOB Fest conferma infatti la propria anima solidale, con l’attenzione alla beneficenza e il sostegno alla Fondazione Airc per la ricerca sul cancro.

La Riviera dei Cedri, con Praia a Mare e San Nicola Arcella, è diventata così una grande fucina all’aperto di arti culinarie e mestieri per quattro giorni. Sull’Isola di Dino, il pane e la pizza hanno incontrato l’alta cucina, il vino ha dialogato con la miscelazione, l’artigianato con la memoria dei luoghi. Secondo il sindaco di Praia a Mare, Antonino De Lorenzo, il turismo, qui, inizia dai gesti minuti che costruiscono l’accoglienza: “Comincia dal buongiorno di un vigile urbano, passa dal bagnino che accoglie l'ospite in spiaggia e così via”. Mestieri considerati minori solo da chi non ha capito che l’ospitalità è un’arte civile, una forma decisiva di educazione dello sguardo. Anche il presidente della Regione Roberto Occhiuto ha dato al convegno il segno istituzionale di un evento che non parla più soltanto agli addetti ai lavori, ma a una Calabria che prova a darsi nuovi strumenti, voce e continuità.

Sul palco e attorno ai fuochi, il parterre esprimeva bene la portata dell’impresa. C’erano Quique Dacosta, lo chef spagnolo tristellato; Richard Abou Zaki, chef di Retroscena a Porto San Giorgio, cresciuto alla scuola dell’Osteria Francescana di Massimo Bottura, che ha definito il BOB Fest un grande messaggio per la Calabria e per l’Italia intera. E ancora Matias Perdomo del Contraste di Milano; Roy Caceres e Riccardo Paglia di Orma Roma; Nino Rossi di Qafiz da Santa Cristina d’Aspromonte; Francesco Martucci de I Masanielli, appena confermato miglior pizzaiolo del mondo ai The Best Pizza Awards 2026; Marco Ambrosino, Luigi Coppola, Roberta Pezzella, Dario Finocchiaro, Edoardo Tilli. Storie diverse, scuole e tavole lontane, tutte raccolte attorno alla Calabria e allo stupore di scoprirla da vicino.

Al BOB Fest la regione occupa il centro della scena con la sua materia viva: la costa e l’interno, i paesi e le cucine. Lo ha ricordato Roberto Davanzo parlando tra l'altro della pizza come del mezzo più potente che ci sia, un pasto democratico e universale. Si è parlato molto di ospitalità. Giulia Caffiero, oggi alla guida del Geranium di Copenaghen, tre stelle Michelin, dopo un percorso accanto a Marco Ambrosino, ha portato lo sguardo di un’italiana abituata al ritmo dell’alta ristorazione internazionale, tra accoglienza e ricerca sugli abbinamenti analcolici. Con lei Ambrosino, Piero Pompili, Dom Carella, Raffaele Leuzzi hanno ragionato su come rompere gli schemi restando autentici e capaci di parlare a chi siede a tavola e non solo agli addetti ai lavori.

Ambrosino ha poi allargato lo sguardo al Mediterraneo, ricordando come questo mare abbia sempre prodotto civiltà proprio perché ha saputo trasformare la differenza in valore: “Siamo figli del meticciato, di rotte e contaminazioni” — ha detto. Recuperare questa capacità di porsi davanti all’altro è una necessità contemporanea e in Calabria, dove ogni paese custodisce una lingua e una ricetta, il discorso suona particolarmente vero. Il tema della varietà agricola e culturale è tornato più volte. Tra gli esempi è affiorata anche la ciofeca: oggi sinonimo di caffè poco riuscito ma in Calabria antica bevanda povera, antenata domestica del caffè, ottenuta tostando e polverizzando le ghiande.

Qui si sono inseriti anche Piero Gabrieli e Chiara Quaglia con il nuovo progetto Neogranìa di Petra Molino Quaglia, una rete che unisce agricoltori, mugnai e artigiani in undici regioni italiane per valorizzare la ricchezza dei grani e il legame con i territori. Realtà come Callipo e l’Associazione Tempi di Recupero hanno ricordato che la tutela delle materie prime passa anche dal modo in cui si conserva, si trasforma e si rimette in circolo ciò che rischia di restare ai margini.

E poi gli assaggi della cena ancestrale: non poteva mancare l’asado di Matias Perdomo, brace e memoria argentina rilette con piglio contemporaneo. Marco Ambrosino ha costruito una mappa del gusto mediterraneo con i suoi pomodori alla brace con salsa levantina, sommacco, cipresso e zaatar bruciato. Dal vicino Cilento, invece, Luigi Coppola del ristorante Aquadulcis ha messo insieme fagioli fermentati arrosto, totani e garum di radici in un assaggio di mare e terra. Dario Finocchiaro, da Hostaria Montepaone, ha presentato “Sutta a cinnari”, patate sotto la cenere con lavanda e aceto di menta, nome calabrese e respiro avanguardista. Edoardo Tilli, da Podere Belvedere a Pontassieve, ha proposto un bocconcino di vacca vecchia con erbe di pascolo e yogurt. La sfida, adesso, è dare continuità a ciò che per quattro giorni è stato possibile. Un segnale è arrivato con chiarezza: il cibo d'autore ha riaperto le prospettive di un'isola un po' dimenticata che ha conservato intatta la sua capacità ammaliatrice.

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