Il ristorante

La Toscana vista dall’Egeo: la cucina di Stelios Sakalis a Borgo San Felice

Trahana al sambuco del Chianti e caffè di cicoria_Ph Benedetta Bassanelli
Trahana al sambuco del Chianti e caffè di cicoria_Ph Benedetta Bassanelli 

Dai gamberi di Capraia con tarama e ouzo allo “Spaghetto sbagliato” ispirato al Negroni, il menu di Poggio Rosso racconta un Mediterraneo doppio, in cui il Tirreno incontra l’Egeo

3 minuti di lettura

«Da Enrico Bartolini ho imparato che la tecnica conta, ma ancora di più conta avere qualcosa da raccontare». Per arrivare a Borgo San Felice bisogna avere il tempo giusto. Non tanto quello dell'orologio, quanto quello dell'animo. La strada sale e scende tra le vigne del Chianti, attraversa boschi, pievi, casali di pietra. A un certo punto compare il borgo, raccolto su sé stesso come un piccolo paese fuori dal tempo. E infatti Borgo San Felice, prima ancora di essere un albergo diffuso o una destinazione dell'ospitalità di lusso, è un luogo che conserva il privilegio raro di sembrare ancora autentico. Da qui riparte una nuova stagione della proprietà, segnata anche dal ritorno di Achille di Carlo, manager di grande esperienza che queste colline le conosce bene e che ha contribuito a scrivere alcune delle pagine più fortunate dell'ospitalità italiana. Ma in fondo ogni grande albergo vive soprattutto di persone.

Tra queste c'è oggi Stelios Sakalis, chef greco che guida la cucina di Poggio Rosso. Sakalis è arrivato in Toscana dopo un percorso importante, ed è qui che ha incontrato Enrico Bartolini. Ma il dettaglio più interessante non è il curriculum. È il modo in cui ha scelto di abitare questo territorio. Non cerca di fare il toscano. Sarebbe un errore. Fa qualcosa di più difficile: mette la propria storia al servizio del luogo. La sua Grecia non compare mai come una bandiera. Affiora nei dettagli, nei profumi, in certe acidità, in qualche ingrediente che compare all'improvviso come un ricordo durante una conversazione.

Stelios Sakalis
Stelios Sakalis 

Lo si capisce già dagli assaggi iniziali: la tartare di baccalà alla livornese e quella di crostacei al lime introducono il tema del mare, che in Toscana è meno lontano di quanto raccontino le cartoline. Sono bocconi che preparano il viaggio senza anticiparlo troppo. Poi arriva il gambero rosa di Capraia con insalata di fagioli all'occhio, tarama, shiso e ouzo. Un piatto che potrebbe diventare il manifesto della cucina di Sakalis. C'è il Tirreno e c'è l'Egeo. C'è la Toscana delle isole e quella memoria greca che ogni tanto riaffiora come una corrente sotto la superficie. Il risultato è armonioso perché non nasce da una somma di ingredienti ma da una doppia appartenenza. L'insalata dell'orto con pesto di pistacchi, foglia d'ostrica e centrifugato di mele della Valdichiana racconta invece un altro aspetto della sua cucina: la capacità di dare dignità gastronomica alla leggerezza. In un momento storico in cui spesso il vegetale viene trattato come un esercizio di stile, qui mantiene il sapore rassicurante delle cose vere.

Tra i piatti che meglio sintetizzano il percorso c'è il risotto al fumo delicato e profumi di sottobosco. Arriva al tavolo senza effetti speciali. Poi cresce lentamente. Ricorda una passeggiata dopo la pioggia, quando il bosco restituisce odori che sembravano nascosti. Lo "Spaghetto sbagliato" merita un discorso a parte. Il nome fa sorridere, ma dietro il gioco c'è una costruzione precisa. Spaghetti rigorosamente al dente, burro al vermouth, scorza d'arancia e polvere di Campari. L'ispirazione è quella del Negroni, il cocktail che più di ogni altro racconta la Toscana contemporanea nel mondo. Il piatto funziona perché evita la trappola della semplice citazione: non vuole imitare un drink, vuole evocarlo. E ci riesce. Il "Piccione secondo Stelios" è invece il punto in cui il cuoco incontra più direttamente la tradizione toscana. Il piccione è una materia seria da queste parti, quasi una prova d'ingresso. Sakalis lo affronta senza timidezze ma anche senza inutili virtuosismi. Il risultato è un piatto maturo, che parla il linguaggio del territorio conservando un accento personale.

Il mio piccione_Ph Benedetta Bassanelli
Il mio piccione_Ph Benedetta Bassanelli 

Alla fine, arriva il dessert chiamato "Tzatziki". E già il nome basta a incuriosire. È forse il gesto più autobiografico del menu. Una memoria familiare trasformata in alta cucina senza farle perdere la sua anima popolare. Operazione difficile, perché il rischio della nostalgia è sempre dietro l'angolo. Qui invece prevale la leggerezza. I percorsi degustazione si dividono tra Chiantishire, quattro portate a 175 euro, Nostos, sei portate a 195 euro, e Santa Felicita, quattro portate vegetariane a 165 euro. Ma al di là delle formule, quello che emerge è una visione coerente.

"Nostos", in greco, significa ritorno. È il viaggio di Ulisse verso casa. E forse non è un caso che Sakalis abbia scelto proprio questa parola. Perché la sua cucina sembra muoversi continuamente tra partenze e approdi. Tra il Mediterraneo orientale da cui proviene e il Chianti che oggi lo ospita. Alla fine della cena, uscendo nel silenzio del borgo, resta soprattutto questa impressione: che Poggio Rosso stia vivendo una fase di felice equilibrio. Il territorio c'è, e si sente. La personalità dello chef anche. Nessuno dei due prevale sull'altro. Come nelle conversazioni migliori, quelle in cui nessuno cerca di avere l'ultima parola

Scegli su quale testata vuoi vedere questo contenuto