“I produttori, quest’anno, andranno a Vinitaly con uno spirito particolare. È un po’ come dire, citando Camilleri, ‘tengo un cuore d’asino e un cuore di leone’: c’è fatica, ma anche coraggio”.
L’enologo e docente Gianpiero Gerbi sintetizza così lo stato d’animo di produttori e wine expert alla vigilia del Vinitaly. La fiera di Verona (12-15 aprile) si preannuncia come un momento chiave per il settore vitivinicolo italiano, non solo per il suo valore commerciale, ma soprattutto per la capacità di rappresentare il sentiment, le criticità e le prospettive del comparto.
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Ad aprire la riflessione è Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi e tra i professionisti del settore più autorevoli a livello internazionale: “Serve una disamina cosciente, veritiera e razionale del momento. È una fase particolare, i tempi e i modi della soluzione dipendono da noi, da come affrontiamo il problema. Per prima cosa dobbiamo analizzare a fondo i motivi del calo dei consumi, legati in primis alla campagna denigratoria che c’è stata negli ultimi anni nei confronti del vino”.
Il quadro, però, è meno negativo di quanto si possa pensare. Secondo i dati dell’Osservatorio Uiv-Vinitaly, in Italia i consumatori di vino sono oggi poco meno di 30 milioni, pari al 55% della popolazione: un dato stabile negli ultimi cinque anni e in lieve crescita rispetto al 2011 (+600mila persone). La platea quindi si allarga, ma il punto è che si beve meno.
Come sottolinea lo stesso Cotarella, il nodo non è solo quantitativo, ma culturale: “C’è un accanimento verso il vino, spacciato da alcuni esperti come la causa di ogni male, nonostante le evidenze scientifiche dicano il contrario”. Sulla stessa linea Angelo Gaja, re del Barbaresco: “Nella fase di crisi che oggi vive il vino, non ha fatto bene la sentenza dell’Oms del 4 gennaio 2023, che dice che l’alcol è un veleno. L’abuso è un veleno. Il vino rosso è buono, fa bene per chi lo sa bere. Se uno esagera, è un’altra cosa. Per quarant’anni The Lancet, la nota rivista inglese, ha pubblicato ricerche sulle conseguenze dell’abuso di alcol, ma mai sulla bontà o sull’utilità di un consumo misurato e corretto delle bevande alcoliche. Adesso stanno uscendo studi in questo senso, ma occorrerà che vengano fuori ricerche profonde sul consumo corretto, e che vengano diffuse ripetutamente. Solo allora otterremo risultati anche nel messaggio: il vino non fa male”.
Di certo stanno cambiando le abitudini. Oggi il 61% degli italiani lo consuma in modo saltuario, contro il 39% dei consumatori quotidiani, un rapporto che nel 2006 era quasi opposto. La diminuzione dei volumi è quindi legata alla riduzione degli utenti “abituali” e a una maggiore moderazione.
Il punto più critico resta il rapporto con i giovani: “Si avvicinano con difficoltà al vino: manca il pathos – riflette Cotarella – La mia generazione e anche quelle successive per il vino avevano un’attrazione fatale. Oggi c’è distacco, assenza, salvo eccezioni”. E avverte: “Il vino deve stare in mezzo ai giovani, altrimenti perde il presente e il futuro del settore, soprattutto nella fascia 18-30 anni”.
I dati raccontano una realtà complessa: i 18-24enni rappresentano oggi il 7% dei consumatori, ma sono anche l’unica fascia in crescita significativa, passata dal 39% nel 2011 al 47% (+8 punti). Secondo lo studio Uiv-Vinitaly, il loro peso ridotto dipende più da fattori demografici legati al calo delle nascite, che da disinteresse, e il consumo tende ad aumentare con l’età. Il cambiamento riguarda anche il modo di vivere il vino. Le generazioni più mature lo legano soprattutto al pasto (70%), mentre i giovani lo scelgono per il gusto (50%) e per motivi identitari e sociali (43%). Questo si riflette nei comportamenti: i giovani spendono mediamente di più (18 euro contro 10 della media degli over 30) e consumano soprattutto fuori casa, al ristorante.
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Da qui la necessità di ripensare il settore con Vinitaly che diventa, sempre di più, terreno di confronto. Lo sottolinea Gerbi: “È più di una fiera: è un appuntamento, il momento in cui si tirano le somme, ci si ferma a riflettere. Ed è anche un’occasione per incontrarsi, guardarsi in faccia e darsi quella pacca sulla spalla per andare avanti”. Non manca l’incertezza: “I timori sono tanti. Ma bisogna guardare avanti in modo diverso. Le parole chiave saranno identità, eccellenza e sinestesia con il mondo della cultura”, dice Gerbi. Che parla di un Vinitaly cardine, un momento di svolta: “Dopo anni di crescita lineare, la traiettoria del vino italiano inizia a curvare verso un nuovo obiettivo. Dobbiamo riposizionarci: fare un po’ meno, farlo meglio – riflette il giovane enologo – Dai vini quotidiani, che dovranno essere più identitari e autentici, fino alle grandi denominazioni, sempre più legate al territorio e interpretate in chiave moderna”. E lo sguardo deve aprirsi ai nuovi mercati: “Ci sono Paesi come Africa, India o parte del Sud America dove il vino è ancora poco diffuso: lì dobbiamo creare cultura, essere ambasciatori del vino”, aggiunge Cotarella.
Nella comunicazione il racconto può aiutare, ma deve avere un senso preciso: “Non mi piace uno storytelling ripetitivo – dice Gaja – Ma se hai un racconto che affonda le radici nella storia della famiglia, allora ha senso. In passato comunicare in modo diverso dagli altri non è sempre stato facile. Adesso ci sono più strumenti”. Anche il linguaggio deve mettersi in gioco: “Non può essere elitario, deve tornare a essere democratico, del popolo”, chiosa Cotarella. E ci sono altri settori da cui il mondo enologico può prendere spunto. Come ad esempio le serie tv. La lezione di “Bridgerton” per il vino, secondo la wine expert Stevie Kim, managing partner di Vinitaly, è semplice: non basta avere grandi storie, bisogna saperle raccontare in modo coinvolgente e amplificarne l’effetto, anche via social. Come la serie americana di Netflix trasforma una trama in un ecosistema di contenuti e conversazioni, così il vino deve uscire dalla sua cerchia e diventare racconto condiviso. Perché oggi non conta solo la qualità nel bicchiere, ma la capacità di generare attenzione, coinvolgimento e desiderio.
In sintesi, il Vinitaly 2026 si configura come un punto di svolta: non un settore in crisi, ma in evoluzione. Una nuova cultura del vino – più diffusa ma più moderata, più consapevole e orientata alla qualità – in cui i giovani, più che un problema, rappresentano una delle chiavi del futuro.