Con la scomparsa di Umberto Bossi si chiude anche un capitolo meno studiato della sua lunga parabola politica: quello del cibo come lessico identitario. Un archivio simbolico potente — l’archivio gastronomico del bossismo — costruito nel tempo con la stessa ostinazione con cui il Senatùr sosteneva le ragioni del Nord. Bossi non è mai stato un politico da tavola imbandita, da ristorante d’autore, nemmeno da racconto gastronomico privato. Eppure ha fatto della cucina popolare “padana” un vero e proprio vocabolario politico: polenta, luganega, risotto, vino rosso, sagra, casoncelli e fumo di sigaro. Una gastronomia deliberatamente opposta allo stereotipo della dieta mediterranea, assurta a marcatore culturale prima ancora che di gusto.
Le radici di questa scelta affiorano già nel primo raduno di Pontida, il 20 maggio 1990. Le cronache dell’epoca raccontano di furgoncini con panini e luganega, altoparlanti, gruppi folkloristici, un’atmosfera da sagra paesana che si affianca al comizio politico. In quell’occasione, Bossi non salì su un palco neutro, ma dentro una scenografia alimentare precisa, lombarda, popolare, rumorosa. Era già lì, in nuce, tutta la poetica collaterale del movimento: la politica come festa di piazza, la grigliata come atto comunitario e identitario.
Negli anni Novanta quell’intuizione si trasformò in metodo. Nelle feste dei popoli padani, la polenta veniva esplicitamente esaltata come piatto-simbolo, servita tra elmi celtici e velleità secessioniste. Non era cucina: era una parola d’ordine travestita da piatto. Il cibo serviva a tracciare confini, a dire chi apparteneva alla comunità immaginata della Padania e chi ne restava fuori. Tanto che persino il progetto di una linea di voli charter, mai decollata, fu battezzata Polent-one: insomma, la polenta era talmente radicata nell’immaginario da dare il nome a una ipotetica compagnia di bandiera padana. Nacquero i manifesti, gli slogan, le formule da colpo d’occhio. La più celebre resta “Sì alla polenta, no al cous cous”, diventata proverbiale perché riduceva in cinque parole l’intera operazione: non il gusto, ma il confine. Non la gastronomia, ma l’identità.
Eppure il cibo, nel bossismo, non è solo strumento di demarcazione. A volte è anche arma di palazzo. Il 23 dicembre 1994, Bossi ospitò nel suo piccolo appartamento romano all’Eur Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione, rispettivamente segretari del Pds e del Ppi. Era la vigilia del più famoso ribaltone, la notte in cui si preparava la caduta del primo governo Berlusconi. Davanti a un piatto di sardine con il pancarré e l’olio, qualche lattina di birra e di Coca-Cola, i tre firmarono il cosiddetto “patto delle sardine”, sancendo la fine dell’esperienza di Berlusconi a Palazzo Chigi. Buttiglione avrebbe ricordato quell’incontro con una battuta: “Bossi portò le sardine e io il whisky”. Il frigorifero del Senatùr, insomma, non era all’altezza delle ambizioni politiche della serata — ma bastò lo stesso ad intrecciare alla cucina un pezzo di storia politica italiana.
L’episodio più nitido del bossismo gastronomico, tuttavia, ha una data precisa. Il 6 ottobre 2010, Bossi e Alemanno si ritrovano in piazza Montecitorio per un “pranzo della pace” organizzato per sancire la riconciliazione dopo le polemiche sulla frase del leader leghista “Sono porci questi romani”. Il menu comprende polenta, coda alla vaccinara, trippa, cicoria e vino dei Castelli. A Bossi viene servita la coda alla vaccinara. La risposta è quella che ci si aspettava da lui: “La coda alla vaccinara? L’ho mangiata una volta… Io, di solito, mangio la polenta”. Ruvido, schematico, compiaciuto nella distanza. Il cibo, ancora una volta, non come elemento di riconciliazione ma come occasione per marcare il territorio — persino nel momento della tregua.
E poi c’è il sigaro, inseparabile complemento dell’iconografia bossiana. Il leader della Lega non ha mai nascosto di essere un accanito fumatore: è noto che se li accendeva anche in clinica, durante la lunga riabilitazione successiva all’ictus. L’episodio più famoso risale al novembre del 2010, quando Bossi fu ritratto mentre fumava nei locali della prefettura di Vicenza, con Roberto Cota — all’epoca governatore del Piemonte — che gli reggeva il posacenere. Un’immagine che sintetizza meglio di mille comizi l’idea di sé che il Senatùr ha sempre coltivato: sopra le regole, fuori dalle convenienze, padano fino in fondo. Rispettato anche per questo, persino negli ultimi anni di silenzio. Pochi, tutto sommato, ma sembrano l’eco perduto di un tempo ormai lontanissimo.