L’anniversario

Trent’anni di successi, buon compleanno alla birra artigianale italiana

Trent’anni di successi, buon compleanno alla birra artigianale italiana

Il 1996 è l’anno universalmente riconosciuto come data di nascita del movimento dell’Italian Craft Beer Revolution

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Sembra ieri, e invece era il 1996, l’anno universalmente riconosciuto come data di nascita del movimento dell’Italian Craft Beer Revolution, ovvero quell’ondata di innovazione nel panorama brassicolo nazionale portata da un manipolo di giovani, inesperti ma coraggiosi sognatori, dei mastri birrai in erba che, ognuno a suo modo nel suo territorio e con i propri mezzi, a iniziato a fare birra non pastorizzata e non filtrata, sfidando il dominio dei grandi marchi industriali.

Vengono infatti chiamati “i ragazzi del ‘96”, e sono il Birrificio Baladin a Piozzo in Piemonte, fondato da Teo Musso, il Birrificio Italiano a Lurago Marinone in provincia di Como, fondato da Agostino Arioli, il Birrificio Lambrate a Milano, fondato da Fabio Brocca, e i fratelli Davide e Giampaolo Sangiorgi, il Birrificio Beba a Villar Perosa in provincia di Torino, fondato da Walter Losio, e il laziale Turbacci a Mentana opera di Giovanni Turbacci, scomparso nel 2019, oggi sotto la guida dei figli Marco e Stefano: “Erano veramente altri tempi – racconta Marco Turbacci, all’epoca adolescente – ricordo che tutto era improvvisato, e non poteva essere altrimenti: Internet non c’era, di birra in Italia non se ne parlava, ogni informazione dovevi cercarla su quei pochi libri in circolazione o grazie a qualche incontro o passaparola”.

Marco e Stefano Turbacci
Marco e Stefano Turbacci 

Essere pionieri sotto tutti i punti di vista, è quello che hanno sperimentato quei ragazzi, che all’epoca, affascinati dalla Craft Beer Revolution americana, decisero che la birra da quel momento se la sarebbero fatta da soli: “A dire il vero – confessa Turbacci – non siamo stati proprio i primi a fare la birra artigianale in Italia. Prima di noi ci sono stati un paio di esperimenti, mi viene in mente il St. Joseph a Sorrento, operativo già negli anni ‘80 e sicuramente Orabräu sul Lago di Garda. Proprio da quest’ultimo, una volta chiuso, noi abbiamo preso l’impianto per aprire il nostro birrificio nel 1995”.

Quello che fece la differenza per questi giovani imprenditori, rispetto ai loro predecessori, fu la capacità di fare gruppo e massa critica. Ricorda Marco: “Fondamentali furono i primi incontri a fine anni ’90 a Pianeta Birra (oggi Beer&Food Attraction – ndr) a Rimini. Ricordo che giravo per gli stand con mio padre e mio fratello, cercando di individuare qualche nome o qualche viso noto, intravisto in qualche rivista di settore, che potesse darci una mano per trovare quel tal pezzo di ricambio per l’impianto o quell’ingrediente necessario per poter fare quella tal birra. Non era come oggi, negli anni ’90 se sull’etichetta della tua birra scrivevi “artigianale” prendevi una multa, se ti si rompeva l’impianto erano dolori, anche trovare un lievito era un’impresa, non c’era la distribuzione di oggi e il lievito, per lo più liquido, richiedeva un trasporto con catena del freddo garantita, condizioni rare per l’epoca, tant’è che ricordo che per i primi tempi mio padre se lo faceva dare di straforo da un amico che lavorava in Peroni. Infatti quasi tutti noi primi microbirrifici siamo partiti con le lager, con la bassa fermentazione, perché il lievito più facile da reperire era quello dell’industria, e l’industria faceva solo lager”.

Poi l’incontro con Unionbirrai e la creazione del primo nucleo di produttori di birra artigianale: “Credo fosse il 1997, sempre a Rimini – ricorda Marco - andammo nello stand di Unionbirrai, e lì conoscemmo per la prima volta i nostri colleghi Teo Musso, Agostino Arioli e gli altri che, come noi, “si stavano cercando”. Da lì è nata una forte amicizia e un grande spirito di squadra. Ricordo le prime riunioni a Piozzo da Teo, che fin da subito fece da promotore a tutto il nostro movimento. Quell’incontro segnò l’inizio di tutto: scegliemmo il 1996 come data di nascita del nostro movimento e iniziamo a considerarci come una categoria a parte”.

Il resto è storia: la legge che riconosce la birra artigianale in Italia del 2016, il riconoscimento giuridico del birrificio artigianale, come azienda “indipendente”, e poi il boom della cultura “Craft” nel primo decennio degli anni 2000, il disastro del Covid e la ripartenza: “Oggi in Italia si contano più di mille birrifici e microbirrifici artigianali – spiega Vittorio Ferraris direttore generale Unionbirrai – abbiamo raggiunto un momento di maturità per tutto il comparto, e siamo consapevoli che per i prossimi trent’anni le sfide che ci attendono sono molte: dobbiamo lavorare ancora sul fare cultura e comunicazione sulla birra artigianale, dovremo essere in grado di intercettare i gusti e le sensibilità delle nuove generazioni che cercano prodotti sempre meno “aggressivi” e più bilanciati; dobbiamo continuare a lavorare con lo Stato per una semplificazione della gestione delle accise per i piccoli birrifici oggi oberati da pratiche e da una burocrazia impossibile da gestire per piccole aziende “a conduzione familiare”; dovremo sempre più affrancarci dalla grande distribuzione e dotarci di una nostra modalità di vendita della birra. E, infine, seguire gli esempi dei modelli vincenti delle “Tap Room” e dei “Brewpub”, dove il mastro birraio è anche ristoratore, che ci dimostrano che un altro mondo è possibile”.

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