Elegante senza ostentazione, ha l’aria di chi sa ascoltare più di quanto parli… e se sorride, capisci subito che non è un sorriso di circostanza. In rete lo conoscono come Cateen, pseudonimo scelto intorno ai 13 anni come una combinazione delle parole Cat (gatto) e teenager, il pianista capace di portare Chopin a milioni di ascoltatori giovanissimi; nelle sale da concerto di tutto il mondo è Hayato Sumino, musicista rigoroso e poliedrico, semifinalista al Concorso Internazionale Chopin di Varsavia, vincitore di premi internazionali e detentore di un Guinness dei Primati per il maggior numero di biglietti venduti per un recital di pianoforte, oltre 18.000 spettatori al K‑Arena di Yokohama. Ora la sua musica entra anche nello sport: “Frostline”, scritto per il pattinatore artistico Yuma Kagiyama, accompagnerà una delle esibizioni più attese ai Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026. Un passaggio naturale per un artista che ha fatto dell’equilibrio – tra controllo e libertà e sperimentazione – il centro del proprio lavoro.
Frostline è un brano scritto per un evento olimpico, per uno sport che unisce precisione estrema ed emozione. Come si è avvicinato al mondo del pattinaggio artistico?
“È stato un territorio completamente nuovo per me. Non conoscevo il pattinaggio sul ghiaccio, e proprio per questo ho sentito la responsabilità di studiarlo molto seriamente. Per circa un anno ho osservato i movimenti di Yuma Kagiyama: è uno sport velocissimo e molto preciso, ma allo stesso tempo profondamente espressivo. Ho cercato di tradurre tutto questo in musica, seguendo il suo ritmo naturale e restituendo quella tensione costante tra controllo assoluto e abbandono”.
Il titolo Frostline evoca il freddo, il ghiaccio, ma anche una linea sottile da non oltrepassare. Che tipo di paesaggio sonoro ha immaginato?
“Ho pensato a una linea fragile, come una crepa sul ghiaccio: qualcosa che può spezzarsi, ma che proprio per questo è carica di energia. Il suono nasce da una sensazione fisica e respirata. Volevo che questa musica fosse parte del gesto atletico, non qualcosa che gli stesse di fronte, ma un soffio condiviso tra movimento e suono”.
Anche il suo ultimo album, Chopin Orbit, uscito il 23 gennaio 2026 per Sony Classical, in qualche modo è una forma di condivisione: può spiegare perché?
“Chopin Orbit è nato da una riflessione molto personale: Chopin è sempre stato per me un idolo, il compositore che più di ogni altro ha lasciato un segno profondo nella mia vita musicale. Crescendo, ho capito quanto la sua musica fosse entrata non solo nei miei ascolti, ma anche nella mia scrittura. Ho pensato: perché non creare un album incentrato su di lui, ma che non fosse una semplice antologia? Così ho costruito questo progetto ponendo la sua musica al centro e da lì sono nate le mie risposte, come orbite attratte dalla sua gravità. In Chopin Orbit ogni mio brano è legato all’opera che lo ha ispirato, e accanto a Chopin ho voluto anche ramificazioni con altri compositori che amo, come Thomas Adès, Godowsky e Janáček, per far sentire come la musica di Chopin continui a espandersi nel tempo. In questo modo, l’ascoltatore può muoversi liberamente tra passato e presente, tra tradizione e innovazione, perché c’è un continuo dialogo ed equilibrio”.
Nella tua musica l’equilibrio sembra una parola chiave…e nella sua vita?
“Conta moltissimo. Per molto tempo ho vissuto in modo sbilanciato: lavoravo tutto il giorno, suonavo soltanto. Negli ultimi anni ho capito che per essere creativo ho bisogno di una routine stabile. Gesti semplici: svegliarmi con calma, fare colazione, camminare, guardare un tramonto, mangiare con attenzione. Anche i pasti fanno parte di questa armonia quotidiana. Prendersi cura del corpo significa prendersi cura anche della musica”.
Questo senso di armonia richiama un concetto centrale della cultura giapponese: “wa”. Si riconosce?
“Wa è una parola difficile da tradurre con un solo termine. Significa armonia, ma non solo tra le persone: è armonia con l’ambiente, con il tempo, con la natura. È l’idea di non forzare le cose, di stare in ascolto. In Giappone apprezziamo molto il silenzio, la pausa e il vuoto: non come assenza, ma come spazio vitale che permette alle cose di respirare. Quando una foglia cade, quando un fiore sboccia, quando il vento muove un ramo— tutto succede nel tempo del silenzio, e il silenzio stesso è parte della musica. Questo modo di sentire entra naturalmente nella mia pratica artistica”.
È interessante che lei ritrovi questo stesso spirito anche in Chopin, un compositore europeo dell’Ottocento.
“Sì, ed è qualcosa che mi sorprende sempre. Chopin appartiene a una cultura lontana dalla mia, eppure nella sua musica c’è spazio per il respiro: anche nei passaggi più virtuosistici non c’è mai solo esibizione tecnica, ma c’è naturalezza e umanità, senza retorica. Tutto scorre in modo fluido…e inoltre a volte dimentichiamo che Chopin era un grande improvvisatore e che la sua musica nasceva da un rapporto diretto e immediato con lo strumento. Anche quando tutto è scritto in modo minuzioso, dentro le sue opere c’è sempre spazio per il respiro e per il momento presente. Dal vivo cerco di mantenere questa naturalezza: ogni concerto deve dialogare con la sensibilità del nostro mondo”.
Molti giovani arrivano a Chopin passando prima dai suoi video. Cosa deve fare la musica classica per restare viva oggi?
“Credo sia importante far capire che la musica del XIX secolo non è un museo. Era musica nuova, moderna, persino rivoluzionaria nel suo tempo. Questo può dire molto alle nuove generazioni e il mio lavoro cerca di creare un ponte verso nuove sensibilità contemporanee”.
Nei suoi concerti utilizza strumenti diversi – pianoforte, fortepiano, persino la celesta: si sente un po’ come un cuoco che usa ingredienti diversi per ottenere nuovi sapori?
“(ridendo) Sì, è un paragone che mi piace molto. Ogni strumento ha un carattere e un colore diverso: cambiare strumento significa cambiare prospettiva. Sperimentare suoni diversi mi permette di arrivare a risultati musicali nuovi, proprio come in cucina quando si combinano ingredienti e aromi diversi, perché se la tecnica è necessaria, si deve avere anche la possibilità di cogliere nuove sfumature, definendo un paesaggio musicale interiore. La tecnica è funzionale al perseguimento di una dimensione comunicativa del suono, ma secondo linee espressive profonde”.
La musica, come lo sport, richiede grande attenzione al corpo, per la resistenza, la coordinazione, la postura ma anche la concentrazione… Qual è la sua routine?
“Non posso separare il corpo dalla musica e dunque anche quando sono in tour cerco di mantenere alcune abitudini. Anche l’alimentazione è parte di questo equilibrio: mangiare in modo leggero e sano mi aiuta a mantenere la concentrazione e a sostenere performance lunghe e intense. Dunque preferisco verdure, piatti semplici, cibo che mi dia energia senza appesantirmi”.
Però quando è in Europa, e soprattutto in Italia, la disciplina vacilla…
“Sì, l’Italia è il paese in cui faccio più fatica a essere disciplinato! È la cucina che preferisco quando sono in Europa; amo la pasta, le linguine allo scoglio, la pizza. Quando voglio restare più leggero scelgo spesso una Caesar salad, con pollo e scaglie di parmigiano: è il mio compromesso ideale tra healthy food e piacere. Mi piace anche il peperoncino, i sapori piccanti ricordano un po' gli accostamenti della cucina del mio paese. E poi, ogni tanto, un buon ragù è irresistibile. Conosco Torino, Roma e Palermo…ovunque il cibo è meraviglioso”.
Insomma, molta disciplina… ma una trasgressione se la concede? Un dolce forse?
“Sì, è vero. Il tiramisù è la mia unica vera trasgressione, dovunque mi trovi chiedo sempre il tiramisù, ma forse anche questo fa parte dell’equilibrio”.
Prima di un concerto ha un rituale?
“Nessun rituale particolare. L’unica regola è non mangiare nelle sei ore precedenti. Bevo acqua, cerco calma. E, lo ammetto… poco prima di salire sul palco prendo un espresso. In questo senso, forse, sono diventato davvero un po’ italiano”.
E quando la rivedremo in Italia?
“Presto, a giugno…questa volta a Milano per la prima volta…”.