Alla presentazione della Guida Michelin Italia 2026 l’entusiasmo per le nuove stelle rischia ogni volta di coprire un dato ostinato: le donne sono sempre poche. Poche firme femminili in cima alle brigate, pochi nomi sul palco, poche giacche bianche da donna tra le stelle. La sottorappresentazione è strutturale e ogni nuova edizione della guida la rimette davanti agli occhi di tutti.
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Quando Dominga Cotarella di Intrecci è salita sul palco ad annunciare il primo dei premi speciali, il Michelin Service Award, e ha aperto la busta per leggere il nome del vincitore, ha esclamato stupita e contenta: “Il premio Michelin 2026 per la miglior sala va a una donna!”. Difatti, la prima a salire sul palco per ritirare il premio è Giulia Tavolaro del Maxi a Vico Equense. “Cominciare con una donna mi piace un sacco”, è il commento che sfugge alla presentatrice Giorgia Surina. Stessa sorpresa si legge, subito dopo, nell’espressione del presidente del Consorzio Franciacorta, Emanuele Rabotti, quando apre la busta con il nome del vincitore del premio speciale Michelin Sommelier Award, e commenta sbalordito: “Il vincitore è anche qua una donna”. Si tratta di Ivana Capraro del Castel Fine Dining di Tirolo.
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Ma è solo l’inizio. Letteralmente. In quanto, da quel momento in avanti, le donne che salgono sul palco sono poche. Pochissime. Il colpo d’occhio, per la foto di rito dei premiati, sul palco del Teatro Regio di Parma, è implacabile. L’edizione 2026 della Guida Michelin ha insignito 15 ristoranti con tre stelle Michelin, di questi solo uno è guidato in cucina da una donna. Si tratta del ristorante al Pescatore dove Nadia Santini, ininterrottamente dal 1996, ha tre macaron ricamati sulla giacca. In Italia, poi, i ristoranti con due stelle Michelin sono 38, e anche in questo caso solo uno è guidato da una donna: Valeria Piccini, la chef del ristorante Da Caino, che da 26 anni ininterrotti si guadagna la doppia stella.
Non è andata meglio se si considerano i nuovi ristoranti che ottengono la loro prima stella, che sono 22, e tra questi due donne co-conducono, insieme a un collega uomo, la cucina. Olivia Cappelletti del Luca’s by Paolo Airaudo e Virginia Cattaneo del Cavallino. Un dato in linea con quello dello scorsa edizione quando dei 33 nuovi stellati, solo 3 erano guidati da donne, le chef Jessica Rosval, Stefania Di Pasquo e Dalila Grillo.
Non esiste un dato ufficiale Michelin, ma le ricerche più citate sul tema si riferiscono al 2022 e calcolano che, a livello globale, solo circa il 6% dei ristoranti stellati analizzati è guidato da una donna. Altre ricerche parlano addirittura di circa il 4%. L’Italia, insieme alla Spagna, sembrerebbe uno dei paesi con la percentuale più alta di chef stellate, pari a circa il 10%, il che vorrebbe dire almeno un paio per regione, ma sono cifre da verificare.
È la guida a discriminare o, semplicemente, le donne a capo delle cucine di ristoranti fine dining sono numericamente meno? Michelin ha più volte respinto le accuse di sessismo, come quando nel 2023 in Francia, il direttore della Guida Gwendal Poullennec dichiarò che non c’è alcuna discriminazione o quota legata al genere degli chef, o ad altri criteri, e che i giudizi degli ispettori si basano unicamente sulla qualità del ristorante.
Leggendo le schede dei locali guidati da chef donne, emerge però anche un tema di narrazione. A Villa Maiella, Angela Di Crescenzo, per esempio, è presentata solo come “la mamma”; nella scheda di Oasis Sapori Antichi, a proposito di Michelina Fischetti e la nipote Serena Falco, si legge che “sono le donne della famiglia ad occuparsi dei fornelli”. In Emilia-Romagna, nella scheda de Il Gatto Verde, Jessica Rosval è definita “cuoca”, mentre per Casa Mazzucchelli e La Palta i nomi delle chef, Aurora Mazzucchelli e Isa Mazzocchi, non compaiono affatto. Sviste che sembrano molto più rare quando le cucine sono declinate al maschile e chi le guida è più spesso presentato come “chef”, con nome e cognome.
In questo contesto, il role modeling è importante e chef come Cristina Bowerman, Antonia Klugmann, Chiara Pavan o Jessica Rosval, e molte altre, si spendono anche fuori dalle loro cucine per essere presenti nei contesti dove la professione della chef è rappresentata e discussa. Ed essere di ispirazione per le altre donne. È difficile diventare qualcosa che non si vede come opportunità. Perciò è importante scorgere e segnalare, su quel palco di Parma pieno di uomini, la giacca bianca di Nadia Santini o quella di Valeria Piccini, e di tutte le altre donne a capo di brigate e cucine che rappresentano l’eccellenza. Perché, seppur poche, ci sono. E se ci sono, vuol dire che si può fare.